Emanuele Trevi, il Premio Strega è biancoceleste: “Che avventura con il Maestro! Punto su Sarri e Felipe” – L’intervista

Lo scrittore, vincitore del Premio Strega 2021 con il libro Due Vite (Editore Neri Pozza), racconta di come la Lazio di Maestrelli sia stata decisiva nella scelta della squadra quando era bambino. Mentre oggi Felipe Anderson… 

di Marco Giorgiantoni

“Marco, proviamo ad intervistare Emanuele Trevi che ha appena vinto il Premio Strega 2021 ed è tifoso Laziale”.

Il messaggio Whatsapp del Direttore di Lazialità era abbastanza perentorio e pertanto quasi impossibile da rifiutare. Ammetto che non avevo mai letto nulla di questo scrittore fino a pochi giorni fa e pertanto, la prima cosa da fare era quella di correre ad acquistare Due vite anche se, conoscendo i miei tempi biblici nel leggere libri, non nascondo che un po’ d’ansia da prestazione ha cominciato a pervadermi. Ma mai come questa volta previsione fu più errata: complice anche le sole (purtroppo) 125 pagine, l’ho divorato in pochissime ore maledicendone la fine man mano che le pagine si assottigliavano. Un libro bellissimo che racconta la vita di due suoi amici scrittori – Rocco Carbone e Pia Pera – prematuramente scomparsi e con i quali, nonostante le abissali diversità caratteriali di ognuno di loro, ha vissuto momenti intensi che rimpiange con dolcezza e nostalgia descrivendoli in una forma letteraria sublime che ti affascina fin dal primo capoverso.

Emanuele, come nasce l’idea di scrivere un libro come questo?

“A questa domanda non so mai rispondere, nel senso che quando sento che è arrivato il momento di scrivere una cosa lo faccio. Diciamo che il problema, per quanto mi riguarda, è trovare l’ispirazione per scrivere nel momento giusto.”

Le case editrici intervengono in qualche modo per sollecitarti a scrivere qualcosa?

“No, assolutamente. Io sono totalmente indipendente da questo punto di vista. Ho rapporti cordiali con gli editori, ma non mi è mai capitato che qualcuno mi spingesse a fare una cosa.”

Cosa ha significato per te vincere quest’anno il Premio Strega dopo che l’avevi sfiorato nel 2012?

“In entrambi i casi è stata un’esperienza molto positiva; l’altra volta, forse anche perché ero più giovane, ho sentito proprio una svolta nella mia carriera, tant’è che dopo un po’ ho vinto un premio importante della Commissione Europea per alcune traduzioni. Stavolta, invece, ho addirittura vinto: però sono già verso i sessant’anni e quindi in un momento di assestamento.”

Digitando su Google ‘Emanuele Trevi’, si legge: scrittore, critico letterario, traduttore, saggista, docente, giornalista…  C’è un ruolo in cui ti riconosci più degli altri?

“Devo dire che mi piace molto il giornalismo perché è una cosa che proprio ci tengo a fare bene; mi piace scrivere articoli e poi, negli ultimi 10 anni, nel lavorare al Corriere della Sera ho trovato gente che ha la mia stessa lunghezza d’onda. Anche se ovviamente non tutte le ciambelle riescono col buco. Naturalmente rispetto al libro c’è una velocità di esecuzione completamente diversa”.

In quanto tempo hai scritto Due Vite?

“In circa 9 mesi: quotidianamente ti ci devi mettere, anche se io scrivo poco al giorno visto che devo conciliare anche gli altri impegni lavorativi come quando, ad esempio,  mi chiama il giornale”

C’è un tuo libro che potrebbe avere una sceneggiatura cinematografica?

“Una cosa che mi fa piacere è quando ti comprano le opzioni perché guadagni qualche soldo; ma secondo me il Cinema è un’arte concorrente perché noi cerchiamo di suscitare immaginazione nella testa del lettore ed è il lettore che deve fare il film. Ci sono stati dei progetti, anche belli, che poi non si sono realizzati, ma sinceramente non mi piace come tipo di lavoro perché io devo governare gli effetti completamente; invece con il Cinema tu affidi un’idea, una serie di mediazioni che comportano la modificazione del linguaggio. A differenza del Teatro che invece è la prosecuzione naturale della letteratura.”

Leggevo delle statistiche in cui veniva evidenziato che soltanto 4 italiani su 10 leggono almeno 1 libro all’anno, e che la lettura da parte dei ragazzi, forse complice anche la fine delle scuole superiori, crolla dopo i 20 anni. Come si potrebbe invertire la rotta secondo te?

“Ma noi dobbiamo fare uscire dei dati diversi  sulla letteratura: nel senso che se mi dicono che durante il Covid hanno venduto di più libri come Vivere 120 anni (di Adriano Panzironi n.d.r) o il libro di Sallusti e Palamara sulla Giustizia (Il Sistema n.d.r.), a me non me ne frega niente: non perché io ritenga la letteratura superiore, figuriamoci – il libro di Sallusti e Palamara è interessantissimo e quello del medico mi fa simpatia visto che ci sono tanti libri di letteratura di merda che renderebbero preferibile leggere Vivere 120 anni – però questi non sono dati significativi.”

Sono da poco iniziate le scuole. Se dovessi dare un consiglio o un suggerimento agli studenti, quale daresti, visto che loro sono il futuro di questo Paese?

“Innanzitutto  devo dire che la gente della mia generazione è stata fortunata perché è cresciuta in un mondo migliore di questo ed anche  meno violento; il mondo è sempre pericoloso: però se paragono quello che potevo fare io da ragazzo con  quello che si può fare oggi, la differenza è  tantissima. il Covid poi ha messo un tappo ulteriore su questo senso di costrizione aumentando le difficoltà. Quello che consiglierei, di fatto, è  appunto la lettura che  è un grande potere perché crea solitudine. E chi sa stare da solo è indubbiamente più forte.”

Ho visto che non hai alcun rapporto con i social. Perché questa scelta?

“Guarda: io non disprezzo mai le cose, ma l’unico che mi piace un po’ è Instagram: tu metti una foto e diventa un tuo diario e se te lo seguono duemila persone va bene.  Quando vengo preso dalla scarica di odio, mi fanno degli  screenshot ma sui social degli altri… (ride n.d.r.). Quello che posso constatare – e non da Due vite ma da anche dai libri precedenti – è che c’è sempre di più una forma di critica letteraria che si accosta alla figura dell’influencer, che agisce soprattutto su Instagram e non ha più molto rilievo nei canali tradizionali. Beninteso: i canali tradizionali della critica, tipo La Lettura, funzionano ancora benissimo perché orientano il mondo degli addetti ai lavori; e il mondo degli addetti ai lavori giocoforza orienta il pubblico. Io posso anche pensare di morire scrivendo sul cartaceo e quindi la “novità” potrebbe anche non appartenermi da questo punto di vista: però, una cosa che noto, è che c’è una figura, quella del Book Influencer che, molto più del Blogger degli inizi, ha delle grandi potenzialità di promozione dei libri e di critica nonostante i testi non siano scritti bene. Questa nuova figura, senza dubbio interessante, crea comunque una forma di suggestione di autorevolezza anche se ci sono margini ampissimi di miglioramento”.

Pensi che uno si debba comunque adeguare a questo tipo di situazione o dobbiamo comunque sempre difendere quello che è stato e che vorremmo tornasse?

“No, bisogna vedere. Questa è una cosa tipica della critica: “Che cosa fai?” “Il book influencer”. Apri un profilo, crei una personalità – anche fotografando i libri in una certa maniera –  e quindi crei questa figura assumendo nel bene o nel male un profilo di autorevolezza. Certo che però non può essere paragonato, per  esempio, a quello  di Chiara Ferragni perché, a differenza sua, in questo caso il testo diventa più importante dell’immagine: per questo dico che i testi devono essere elaborati meglio. Il fatto che in questo momento non saprei dirti un nome, è un indizio importante che rafforza il concetto.”

Ho letto che,  poco tempo fa, hai avuto un duro scontro con Dagospia a causa del decesso del povero Libero Di Rienzo di cui eri amico. Senza entrare nel merito della questione, non pensi che un certo tipo di giornalismo oggi non faccia altro che alimentare l’odio sociale e che alcuni giornalisti ormai provocano in maniera subdola con la speranza di poter poi diventare vittime da copertina?

“Si, sono fenomeni che riguardano proprio quell’aspetto controversiale della vita anche se, da quel punto di vista, non c’è niente di nuovo rispetto al vecchio mondo della carta stampata. Anche negli anni passati c’era molta polemica perché  i giornali sono vettori di polemica, non c’è niente da fare. La fisionomia del polemista si guadagna sempre un’attenzione: è divertente, tutti ci divertiamo; anche se poi, quando tocca a noi, ci dispiaciamo. Per quanto riguarda quella questione specifica,  ho fatto una cosa che io non faccio mai:  ho scritto una lettera che pensavo rimanesse privata, perché non avrei mai scritto quel giudizio in pubblico nei confronti di un collega. Invece, loro hanno deciso di renderla pubblica e quindi non posso non confermare quello che ho detto. Mi sono indignato per quello che è successo ma, a dimostrazione della superficialità di queste cose, non ho mai parlato con nessuno di questo anche se a te ora lo posso dire:  io non ho mai sostenuto che non dovessero uscire notizie sulla morte di Libero, ma  penso che sia un meccanismo inumano, cosa diversa dal dire che non si può. Per me, risolutivo è stato un inciso di un articolo di Marco Mensurati – un bravo cronista di Repubblica – che difendeva la pubblicazione della notizia, ma che affermava anche  che è comunque umanamente comprensibile il dispiacere di amici e parenti: e quella, per me, è la verità! Non mi sono mai espresso su questa polemica che mi sono trovato addosso senza averla provocata: è la prima volta che ne parlo e lo faccio con te che me l’hai chiesto: dico che la visione di Marco Mensurati è giusta: umanamente comprendete che ci sia dispiaciuto che su una persona che amavamo, siano uscite cose prima del tempo e non solo…”

Cambiamo argomento e passiamo alla nostra Lazio. Come diventa Laziale Emanuele Trevi?

“L’anno che abbiamo vinto lo scudetto, per la prima volta ho costretto mio padre a portarmi allo stadio. Era la primavera del ’74 e c’era uno scontro abbastanza decisivo: la Lazio Juventus che finì 3-1 per noi (5’ Garlaschelli, 27’ Chinaglia, 55’ Anastasi, 66 Chinaglia su rigore n.d.r.). Da quel momento sono sempre stato Laziale: per un bambino la Lazio di Maestrelli è stata un’avventura umana che andava al di là della parte sportiva. Una cosa simile che qualche anno dopo sarebbe accaduta con il Verona di Bagnoli e con la Samp di Mantovani.”

In Due Vite scrivi: “E le sconfitte, anziché scoraggiarla, esaltano il suo nobile disdegno di tutto ciò che è facile.” Per quelli della nostra generazione, sembra la fotografia della Storia della LAZIO…

“Mah.. quello che mi viene in mente, per esempio, è il campionato del -9. Salvarsi per quella Lazio era veramente difficile e quindi possiamo dire che quello è stato un atto di resilienza. Come pure la scelta di scegliere una soluzione interna come quella di Simone Inzaghi perché non era venuto Bielsa: altro fatto indicativo che dalle difficoltà può sempre nascere una forma di genialità.”

Prima abbiamo parlato della Lazio di Maestrelli e di quella del –9. Ma l’apoteosi l’abbiamo vissuta con la Lazio di Cragnotti…

“Quella Lazio era una cosa pazzesca con i più forti giocatori del mondo che indossavano la nostra maglia: Mancini, Veron Mihajlovic, Marchegiani, Conceição… non ce n’era uno che nel suo ruolo non fosse tra i primi al mondo. E’ stata una cosa incredibile e irripetibile, che però poi ha causato un disastro economico. Quel mondo di plusvalenze per adesso sembra sia un pochino tramontato visto che prima c’era anche meno Fair Play Finanziario. Io credo che sia molto più bello quello che ad esempio ha fatto Tare prendendo tanti giocatori da far crescere, perché quello che mi interessa del calcio è vedere uno come Pandev venire alla Lazio come un semi-sconosciuto ed uscire come un attaccante forte. Quello che ora sta succedendo con il Sergente: passi 5 o 6 anni in un ambiente, diventi fortissimo ed esci come valore assoluto non solo finanziario ma anche sportivo.”

Sempre nel libro, racconti che il padre di Rocco, non reggendo l’ansia della partita, spense la TV alla fine dei 90 minuti regolamentari di Italia-Germania di Messico ’70, quando tutto il bello sarebbe ancora dovuto arrivare: a te è mai capitata una situazione del genere ?

“No, perché io ho sempre un’idea che nel gioco, quando arriva un rigore decisivo, può essere sbagliato: ci resto male, ma il giorno dopo ricomincio a tifare. Noi  l’anno del Covid abbiamo avuto una grande delusione perché oggettivamente, se non ci fosse stata quell’interruzione, avremmo avuto punti di vantaggio e sicuramente avremmo vinto lo scudetto. Però alla fine chissenefrega…”

L’impressione che traspare, parlando con te, è quella di una persona molto calma, tranquilla e serena. Come vivi la partita allo stadio?

“Ormai io ho un gruppo di amici scrittori, con cui vediamo sempre la partita a casa mia. Andiamo meno allo stadio, anche se andare allo stadio la trovo sempre la cosa più bella al mondo soprattutto quando c’è una partita in notturna. Allo stadio, studio di più la squadra perché l’inquadratura televisiva non ti fa capire mai niente a livello tattico; per esempio adesso nella Lazio c’è una grande innovazione dopo anni di difesa a tre.  Se tu la leggi sui giornali o te la dicono in televisione, non ti rendi conto che cos’è realmente. Per farlo tu devi andare solamente allo stadio. Quest’anno ancora non mi è capitato, ma lo farò presto perché sono curioso di guardare quello che la tecnologia non potrà mai mostrarti nonostante 200 telecamere: Il movimento della squadra senza palla, le diagonali, gli inserimenti dei terzini.. Se tu non vai mai allo stadio, non potrai mai saperlo; altrimenti il calcio, a quel punto,  diventa uno spettacolo televisivo: figo ci mancherebbe, ma  non  riuscirai mai a capire le origini delle conseguenze che vedi dal vivo e quello che crea il lavoro fatto in una settimana.”

Sei contento dell’arrivo di Maurizio Sarri oppure avresti preferito che fosse rimasto Inzaghi?

“A me Sarri piace molto perché è uno che studia la squadra avversaria. Anche Simone reputo che, nonostante sia molto schematizzato,  sia un ottimo allenatore che sa mostrare un bel calcio e che farà benissimo all’inter. Tra l’altro portare Correa, a mio avviso è stato un colpo di genio perché non ha voluto sostituire Lukaku con un giocatore con le stesse caratteristiche, ma si e è fatto mettere a disposizione una soluzione utilissima da sfruttare con Lautaro. Simone io lo vedo molto come successore di Mancini in Nazionale.”

E invece del Presidente Lotito che ne pensi?

“Beh… antropologicamente siamo  persone molto diverse… (ride n.d.r.). Gli va assolutamente riconosciuto il merito di aver salvato la Lazio creando una rateizzazione con l’Erario che alla fine non ha fatto rimettere un centesimo allo Stato Italiano, anzi…  Il moralismo su una rateizzazione non lo capisco e non l’ho mai capito.”

Che previsioni hai per quest’anno?

Può essere una stagione positiva ma, come ha detto l’allenatore, dobbiamo avere pazienza perché ci servirà a “capire”.  Per me, comunque, la gioia di rivedere Felipe Anderson con noi è indescrivibile: io lo amo perché lui è uno malinconico, che punta l’uomo e che sicuramente con Ciro troverà un’intesa bellissima. Certo, non gli puoi chiedere 90 minuti di concentrazione globale sulla partita, ma ha quegli sprazzi che comunque diventano decisivi. Sono anche curioso di vedere la trasformazione di Lazzari che tra l’altro a me piace molto perché è umile. E come tutte le persone umili ha voglia di imparare. Alla fine penso che più che guardare ai titoli di Sarri, bisogna guardare a quello che lui ha fatto a Napoli. E se riuscirà a ripetere quello spettacolo, sicuramente ci divertiremo.”

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