FRANCESCA MANZINI: Sono figlia di… LAZIO!

La simpatica e bravissima intrattenitrice, racconta come è stato essere la figlia di un pezzo di storia della Lazio come Maurizio Manzini, tra aneddoti e riflessioni di un mondo che purtroppo, oggi, ha perso la passione ed il calore che l’ha sempre contraddistinto: “L’abbandono di un appassionato e di un passionario come Simone, è un colpo che non riesco a digerire”.

di Marco Giorgiantoni

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È una delle Star del momento. Non esiste un programma televisivo, un giornale, una rivista od un sito online che non parli (bene) di lei. Arriva all’appuntamento con un sorriso e con una naturalezza che la fanno sembrare un’amica che frequenti da tempo e con cui puoi passare piacevoli momenti di serenità e spensieratezza. Senza un filo di trucco, è addirittura ancora più bella di quello che appare in televisione. Fa presto a metterti a tuo agio nonostante sia abituata ad interviste con giornalisti e conduttori di ben altro spessore. Non ama la definizione di “personaggio pubblico” e non ha maschere: lei è Francesca e lo sarà sempre, qualsiasi cosa accada.

Avresti mai creduto di arrivare a certi livelli di popolarità e di essere così amata dal pubblico?
Sinceramente no… (ridendo n.d.r.).

Per quei pochi che ancora non lo sanno… Come nasce artisticamente Francesca Manzini?
Ho detto tante volte che io nasco con il mio muro in camera. E’ stato lui il mio maestro, l’unico che mi ha vista ed ascoltata come meritavo. Complice a stimolarmi in questo, visto che non credevo tanto in me, era mio padre che spesso apriva la porta e mi diceva “ma che sei matta? Stai a parla’ cor muro? Canti, balli e manco te pagano”.  A volte sembrava di rivedere il grande Gigi Proietti: “ma ‘ndo vai… ma lassa perde… ma chi t’ooo fa fa’…”. Ma agli inizi la gavetta è quella: vai a titolo gratuito, ti danno cento euro se va bene; ma pur di lavorare, pur di farti vedere, visto che ci credi talmente tanto in quello che fai, accetti qualsiasi situazione che ti propongono. Per questo ringrazierò sempre mio padre da questo punto di vista, perché mi ha sempre dato uno stimolo in più per andare avanti. Mia madre, invece, mi guardava e diceva “Maurizio: preghiamo, speriamo bene…”. Quindi non mi sarei mai aspettata niente. Però, nel tempo, mi sono saputa vendere artisticamente agli addetti ai lavori e soprattutto a quelli più grandi, perché mia zia mi ha insegnato che è con quelli che devi iniziare: se inizi con loro, arriverai sempre più in alto.

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Hai frequentato scuole specifiche o Accademie per il tuo lavoro?
No, io sono autodidatta. Come dicevo prima, la mia scuola è stata il famoso muro della mia camera. Poi ovviamente, ringraziando Dio, ho avuto la fortuna di frequentare set importanti: il set di Maria De Filippi, il set della Gialappa’s Band, il set di Striscia la Notizia – che è una scuola dove non si smette mai di imparare – il set della Radio. Ora ovviamente mi esercito continuamente, creo personaggi nuovi – l’ultimo è Loredana Bertè – ed ogni tanto, con una coreografa Direttrice Artistica, che si chiama Francesca Cama, facciamo dei contenuti di ballo che mettiamo sui social: il ballo è una mia grande passione perché, nonostante non abbia un corpo da ballerina, mi so comunque muovere bene. Amo ovviamente anche il canto che ha meno problematiche logistiche visto che dove capita, posso esibirmi.

Nell’ormai famosissima intervista del 9 novembre 2019 a Verissimo, ti sei messa a nudo e non hai avuto paura a raccontare il tuo privato. Era una cosa prevista e studiata a tavolino, oppure è stata un naturale evolversi dell’intervista stessa?
Non c’era nulla di preparato. A Verissimo è uscita fuori tutta la… verità. Io sono così: un libro aperto che purtroppo a volte non tiene conto dello “squalo” che può essere l’altra persona o che possono essere le persone in generale. Non è sempre bello quando ti metti a nudo. In quel caso io mi sono aperta e mi sono arrivati tanti messaggi di gente che stava male, che non aveva ancora superato quella fase che ho passato io  e che grazie alla mia forza, alla mia grinta, alla mia determinazione, al mio equilibrio ritrovato, ha ricevuto uno stimolo in più per poter andare avanti in questa sua lotta personale. In quell’intervista, io ho anche gridato amore verso mio padre e mia madre perché sono due persone che hanno pensato alla loro vita come io adesso penso alla mia: ho restituito in materialità e in spiritualità i sacrifici che hanno fatto per me e per questo motivo mi sento totalmente a posto con la mia coscienza: ma adesso tocca a me! Posso solo dire un grande grazie a un loro sottile insegnamento: da che potesse sembrare un abbandono verso una bambina e una ragazza, è stata invece una notevole spinta per crescere.

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Di solito, quando una persona si apre nel modo in cui ti sei aperta tu, è come se si togliesse un macigno che la opprime: da quel momento in poi si sente più leggera e con una carica in più. È successo anche a te?
No, anzi. E’ successo anche che poi ho pianto perché mi fu fatta una domanda molto tosta. Quando tu vedi il fondo, quello più nero, gli errori, i fallimenti o quando sei ancora border line e non sai che fare, lì allora ti prende la paura. Magari permetti anche agli altri di riprenderti ed automaticamente tu ti aiuti da sola; ma comunque, prima di svegliarti, continui ad avere paura.

Qualche giorno fa, hai postato su Facebook e su Instagram una tua foto bellissima seduta sotto il colonnato di San Pietro che mi ha colpito particolarmente e che aveva la seguente didascalia “Quando mi sento in riflessione vengo sempre qui a San Pietro e prego tanto per tutti quelli che amo e poi sorrido al Cielo perché mi sento fortunata, grata alla vita per tutto quello che mi ha dato e sta dando, Dio ti amo grazie”. In un mondo sempre più superficiale ed egoista, dove i valori morali non esistono quasi più e dove i valori spirituali sembrano completamente spariti, un artista che in questo momento va per la maggiore, pubblica sui social una cosa del genere quasi in controtendenza rispetto a ciò che ci circonda. Qual è il tuo rapporto hai con la religione?
Io non ho un rapporto da praticante con la Chiesa. L’altro giorno ho avuto l’occasione di poter entrare nella Basilica visto che non c’era nessuno e sono rimasta ammaliata ed investita dalla pace, dalla tranquillità, dal silenzio… Io, però, come Gesù di Nazareth non credo negli ori e per questo mi piace molto quello che sta facendo il nostro Papa sia a livello pratico amministrativo che spirituale. È un Papa moderno ma non moderno, che tiene fede alla… Fede – scusa il gioco di parole – e che, a mio avviso, rappresenta veramente la figura di Dio. Per me Dio è una grande forza, una luce che sento tanto forte dentro di me. Io prego molto: quando vado a letto, quando mi sveglio, quando ho un problema. E naturalmente prego per anche per quelle poche e belle persone che mi sono accanto.

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Che rapporto hai invece con i social?
Buonissimo. A volte c’è qualche minchione qua e là ma non me ne frega niente e lo “parcheggio” sempre.  Sono indipendente, mi gestisco da sola i miei social; i followers sono tutti veri e non li ho comprati. Ma non metterò mai i calzini bianchi di Chiara Ferragni nonostante la stimi sia come imprenditrice che come donna di beneficienza: per me il calzino bianco può essere indossato da Michael Jackson e basta… (ridendo n.d.r.). Anche sulle mie pagine social metto la mia personalità e cerco di mostrarmi così come sono.

Fai tutti gli scongiuri possibili ed immaginabili, ma visto che purtroppo la nostra è diventata una Società materialista in cui, anche nel campo artistico,  non si cerca più la QUALITÀ ma solamente lo sfruttamento del “business” del momento, hai paura che tutto il successo che stai avendo ora possa attenuarsi o svanire?
Assolutamente si. Ma io amo reinventarmi: l’ho fatto tante volte e mi sono occupata, ancor prima di arrivare dove sono adesso, di Mediazioni finanziarie. Facevo da mediatore tra grandi aziende prendendo una banale percentuale: ho un’ottima capacità di coinvolgimento – cosa che mi viene naturale – e se ho un progetto in cui credo, che porto a te e tu ci investi, aggiungo tutto il mio entusiasmo e la mia passione. Io sono imprenditrice di me stessa ed ovviamente un giorno metterò da parte tutto quello che sto raccogliendo per poter aprire un ristorante tutto mio.

Quindi sei una brava cuoca…
Si, perché il detto non mente: a noi ce piace de magna’ e beve e nun ce piace de lavora’… (ridendo n.d.r.). I ristoranti sono proficui e ora più che mai c’è da investirci sopra.

Allora ti vedremo a Masterchef…
No, no… però porterò Bastianich a servirmi un bel piatto di amatriciana…

 

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Parafrasando la Bertè, penso che si possa dire che tu sei “Figlia della Lazio” considerato che tuo padre, Maurizio Manzini, non è stato soltanto un Dirigente, ma è stato la LAZIO stessa, visto che dal 1971 e fino a poco tempo fa, si è sempre ritagliato un ruolo portante all’interno della Società.
Lui mi ha sempre detto: “Sai perché sto qui da 40 anni e passa? Perché me faccio l’affari mia, faccio er lavoro mio, c’ho la mia passione, sto in campo e arrivederci e grazie. Perché er calcio è un mondo de matti e te ‘n ce devi entra’” (risata coinvolgente n.d.r.). Io ho vissuto Giocondo che mi faceva da mangiare con papà che gli diceva “Gioco’ fa ‘n po’ da magna’ a regazzina” – “Che je do? Er riso dei giocatori?” – “No, daje i rigatoni, faje quarcosa…” . E poi: “Papà ho freddo” “Vai in palestra, vatte a pija i carzini de Mancini”. Lui è sempre stato molto protettivo nei miei confronti ed io ho vissuto tutte queste cose perché papà mi portava tanto con lui. Quand’ero piccola, ho vissuto sia a Tor di Quinto che a Formello che all’inizio era un’isola sperduta in mezzo alla campagna, completamente spoglio con una panchina, quattro appendini, e con l’ufficio stampa formato da un tavolo con tutti i giornali sopra. Io ho visto tante cose belle grazie a papà: il suo ufficio, lui che organizzava il suo lavoro in maniera precisa ed in modo meticoloso… Il bello è che lui era così sempre, anche nella vita di tutti i giorni e persino quando eravamo in vacanza al mare.

Quando ti ho telefonato per fissare un appuntamento per questa intervista, mi hai accennato al fatto che tuo padre ti faceva vestire con la tuta della LAZIO per andare a scuola…
Lasciamo stare… Mi ricordo che mamma non fece in tempo a lavarmi una tuta perché l’altra che utilizzavo era ancora da asciugare – alle elementari ne avevamo solo due – “che facciamo, che non facciamo” e mia madre se n’esce con un “Maurizio, pensaci tu…”. Beh… E’ arrivato con la tuta di un ragazzo della Primavera che però era talmente grande che io non c’ero più: ero sparita dentro la tuta! Sembravo Ratatouille, uno spaventapasseri…. Una cosa divertentissima anche se poi dovetti comunque andare a scuola in questo modo pur con qualche aggiustamento.

Tuo padre si portava il “lavoro a casa”? Intendo dire se giocatori, dirigenti o allenatori frequentavano casa vostra.
No, avveniva tutto fuori dalla nostra casa. Facevamo grandi cene con Delio Rossi e con Vladimir Petkovic. E poi altri bellissimi momenti come ad esempio il dopo derby del 26 maggio oppure il dopo scudetto del 2000. In quest’occasione, avevo 10 anni, mi ricordo che con mia madre e mia sorella corremmo alla festa alla Vecchia Madama e io dissi a Cragnotti: “Quanti anni ha lei?” – “Cinquanta” –  e io “Uh, com’è vecchio…”. A questa battuta mio padre, imbarazzatissimo disse subito “Francesca!!!!, ma che dici al Presidente!!!”. Poi, però, indirettamente ed in senso buono, si è di fatto vendicato: quella sera c’erano Nesta, Crespo, Fiore e Pancaro che stavano ballando tutti sui tavoli co ‘sti pettorali che nun te vojo manco di’… Ti premetto che il giorno dopo mio padre e mia madre avrebbero festeggiato le Nozze d’Argento per i loro 25 anni di matrimonio: il non plus ultra… E io allora che ho fatto? Stavo lì che guardavo ‘sti fisici bestiali, quando ad un certo punto Nesta mi butta addosso tutta la caraffa piena di acqua gelata che serviva per mantenere la temperatura dello champagne “Ehi , dai Francesca, festeggia!!!”: ha rovinato l’orologio della Comunione di mia sorella – a proposito scrivi: Alessandro, me lo devi! – ma soprattutto mi prese la febbre a 38 che non mi fece andare a scuola per una settimana anche se il giorno dopo, alla cerimonia dei miei, dovetti comunque partecipare nonostante fossi abbastanza malaticcia.

Sei rimasta in contatto con qualche vecchio giocatore o con qualche altro ex?
Ho risentito l’altro giorno Paolo Negro  e sono rimasta in contatto sia con Tommaso Rocchi che con Christian Brocchi; ma soprattutto sento molto spesso Walter Sabatini, che mi ha cresciuta e a cui voglio un bene incredibile, e Laura Zaccheo con cui ogni tanto ci vediamo.

 

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A parte l’impossibilità in questo periodo maledetto, frequenti abitualmente lo Stadio?
Prima ci andavo ma, discorso Covid a parte, ora non vado più perché altrimenti mi prende un coccolone. Certe emozioni dal vivo non riesco più a reggerle.

Le vicende biancocelesti le continui a seguire?
Ti dico la verità: ora che Inzaghi è andato via, credo che non seguirò più nulla perché dopo mio padre – che per quanto mi riguarda è una grandissima mancanza – l’abbandono di un appassionato e di un passionario come Simone, è un colpo che non riesco a digerire. A mio avviso la Lazio adesso è completamente vuota anche se il discoro riguarda comunque tutto il calcio in generale: oggi è sicuramente gioco, business e commercio, ma purtroppo non è più passione, sport e calore.

Sei mai andata in Curva?
No, in Curva mai. Capirai, mio padre aveva una paura… Potevo vedere le partite solo in Monte Mario.

Un aneddoto particolare?
Non ricordo di quale partita si trattasse, ma al fischio finale, come al solito, scesi giù negli spogliatoi  – ormai era un rito – per tornare a casa con papà. Ad un certo punto, mentre andavamo via, mio padre si ferma a metà strada e mi dice: “Me so’ scordato la valigetta de Reja… .E me so’ scordato pure Reja che doveva veni’ co’ noi che lo devo riportà a casa…” . Una comica…

Con tuo padre parli mai di calcio?
No. Però mi ricordo che eravamo insieme, proprio qui sotto casa, quando fu scelto Inzaghi come allenatore: Lui lo seppe da Galeazzi e allora chiamò il Mister e gli disse “Simo’, so’ proprio contento. Alla faccia de chi te vo’ male!” 

Ti piacerebbe ritagliarti un ruolo più definito come tifosa Laziale, oppure ritieni che la parte artistica deve rimanere distinta da quella sportiva?
In realtà non trovo giusto legarsi in maniera fissa ad una squadra qualunque essa sia. Io ragiono come Mel  Brooks: io sono del mondo dello spettacolo e questi sono gli affari miei. Poi, se c’è un’Azienda come la Lazio che mi chiama per condurre un evento o per una cena di Natale, ovviamente lo farei perché è la mia professione. Ma lo farei anche per la Roma visto che il lavoro è lavoro. E come disse mio padre una volta: “A me ‘sti colori nun me piacciono pe’ gnente. Però si trovi ‘n’occasione pure de là, è lavoro. Però te piji i sordi e poi te ne vai. Nun ce rimane’ attaccata a ‘sti colori…”.

C’è un calciatore che in questi anni ti ha stupito in maniera particolare?
Senza dubbio Miro Klose: era di una serietà assoluta. Quello che ha sempre detto sul calcio è qualcosa di imbarazzante per quanto è bello: “Dei miei colleghi c’è chi pensa ai soldi, ai giochi, alla Play Station, alle ville. Io penso invece a concentrami in campo, a dare il meglio, a dare il massimo per la squadra e a fare gol”

Ringraziandoti per la disponibilità che hai dimostrato, dimmi come vogliamo terminare questa intervista.
Una volta Tare mi disse: “Nella Lazio è facile entrare ma è difficile uscire”.  Ed è una verità assoluta.

 

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