Cinema: Gianni Antonio Grazioli, premio LMGI Awards 2020: “La mia Lazio è quella di Chinaglia! Noi Location Manager, come i calciatori…”

Pochi lo sanno se non gli addetti ai lavori e gli amici più stretti: ma l’Italia, il 24 Ottobre 2020, è stata protagonista ai LMGI (Location Managers Guild International) Awards 2020 che, trasmessi in diretta mondiale, si sono svolti a Los Angeles e in streaming per i soliti tristi problemi legati al Covid. I LMGI sono i premi che vengono consegnati ai migliori ricercatori di luoghi e di location dove girare un film od una serie televisiva. Questo evento cinematografico internazionale, molto importante per il settore che rappresenta, si è anche colorato di bianco e celeste visto che tra i premiati c’è un grande LAZIALE. Uno vero, uno che tutte le domeniche (lavoro permettendo) si presenta in Tribuna Tevere insieme al fratello Maurizio e non disdegna di partecipare a qualche trasferta compatibilmente con le esigenze familiari. Uno che continua la tradizione “di padre in figlio” visto che sia suo padre che il suo piccolo Aquilotto di 3 anni hanno abbracciato i colori più belli del mondo e la Prima squadra della Capitale. Parliamo di Gianni Antonio Grazioli, nato a Roma l’11 febbraio 1968 e premiato come miglior Location Manager (insieme ai suoi colleghi sparsi per il mondo) per la Serie Televisiva Zero Zero Zero  diretta da Sergio Sollima e basata sull’omonimo romanzo di Roberto Saviano.  Gianni, nella sua lunga carriera, può ormai vantare un curriculum invidiabile: si va dalle produzioni con protagonista Antonio Albanese (ci piace ricordare Qualunquemente, Tutto tutto niente niente, Cetto c’è senzadubbiamente), alla serie televisiva Trust prodotta dal Network televisivo statunitense FX con regia del Premio Oscar Danny Boyle (indimenticabile il suo Trainspotting) e interpretato da Donald Sutherland e Hilary Swank. Anche come regista di cortometraggi si è tolto la soddisfazione di arrivare in finale al Mirabile Dictu, Festival Internazionale del Cinema Cattolico. Naturalmente sono tantissimi i lavori che potremmo elencare (alcuni di notevole successo di pubblico e critica) ma purtroppo, per motivi di spazio, dobbiamo rinunciare a farlo.

Foto Gianni Antonio Grazioli

Raccontaci come ti sei avvicinato al mondo del Cinema.

Mi sono diplomato all’Istituto di Stato per la Cinematografia e Televisione ed il mio primo lavoro, è stato a Rete Oro dove facevo l’operatore per le Troup Eng (Electronic News Gathering n.d.r) che venivano utilizzate sia per i servizi sportivi che per quelli del telegiornale. Un lavoro molto divertente e piacevole visto che il martedì con Gianni Walter Bezzi andavamo a Tor di Quinto, mentre il venerdì ero l’operatore di Alberto Mandolesi a Trigoria. Il sabato seguivo il ritiro della squadra ospite  per poi lavorare allo Stadio Olimpico la domenica sia con la Lazio (allenata da Beppe Materazzi) che con la Roma. Tra l’altro, purtroppo, devo anche ammettere che all’epoca c’era una netta differenza su come venivo trattato a Trigoria ed al Maestrelli e sinceramente questa cosa mi faceva stare molto male. La differenza nei rapporti con il Presidente Viola e Calleri era abissale e, a distanza di anni, questa cosa ancora non riesco a metabolizzarla. Quando entravo da loro, mi ospitavano nella Club House, mi offrivano da bere e comunque si dimostravano disponibili per ogni evenienza. Ero un operatore di Rete Oro e mi permettevano di andare dappertutto. A Tor di Quinto, invece, c’era una tribunetta dove, con qualunque temperatura e qualunque situazione metereologica, dovevo restare lì senza potermi muovere. Per di più, ad un certo punto della stagione, visto che c’era stato un problema con un altro operatore della mia emittente (aveva ripreso e mandato in onda un litigio di un giocatore) Calleri fece disegnare addirittura una riga bianca per terra che non potevamo oltrepassare. Nonostante tutto questo, al Maestrelli mi sentivo comunque a casa mia a differenza di quando lavoravo dall’altra parte.

Hai un aneddoto da raccontare di quel periodo?

Una volta entrai a Trigoria con Mandolesi e ci venne incontro Dino Viola. Quella settimana la LAZIO aveva vinto, al contrario della Roma che invece era stata sconfitta. Il Presidente, appena vide Alberto gli disse: “Mandolesi, lei deve essere contento questa settimana…” Lo prendeva scherzosamente in giro dicendogli sempre che era LAZIALE… Mandolesi naturalmente, come diciamo nella Capitale, rosicava e iniziava a dire “Presidente… No… è lui che è LAZIALE!!!” indicando me  ‘sto maledetto…(ride ovviamente n.d.r.). Ricordo però che, dopo qualche minuto di questo “teatrino”, Dino Viola mi prese sottobraccio e mi fece fare tutto il giro di Trigoria anticipandomi la notizia che presto a Roma ci sarebbero state due grandi squadre. Era veramente una persona affabile.

Un calcio di altri tempi, con persone di altri tempi…

Sicuramente. E’ stato il lavoro più bello che ho fatto anche perché, grazie a questo, sono riuscito a seguire anche il ritiro della Nazionale a Marino per Italia ’90. Poi, come spesso accade quando si è giovani, ad un certo punto si cerca di cambiare per migliorare la propria posizione. Ho avuto la fortuna di essere subito  l’assistente di Rino Petrosino che è uno dei più grandi fotografi del mondo dello spettacolo e che ha firmato la maggior parte delle copertine di Sorrisi e Canzoni TV. Poi ho cominciato a fare il segretario di produzione in due film dove prendevo il “girato”, lo portavo al laboratorio e lo facevo sviluppare per poi portarlo al montatore che lo “esportava”. In seguito, visto che cercavano delle location, avendo fatto il fotografo, consegnai una ricerca che fu molto apprezzata. Nella mia carriera, comunque, ho anche fatto il Direttore di produzione lavorando, tra l’altro con Franco Zeffirelli. Oggi, ringraziando Dio, come Location Manager, sono molto richiesto sia per la conoscenza dei territori, Roma e non solo, sia per il mio modo di lavorare. E questa, sinceramente, è una gran bella soddisfazione.

Quali sono le produzioni a cui sei più legato?

Per quanto riguarda i film italiani sicuramente Notte prima degli esami di Fausto Brizzi anche se sono molto legato ad un film che uscirà appena riapriranno le sale cinematografiche: si tratta di Come un gatto in Tangenziale 2, con Paola Cortellesi e Antonio Albanese: è un progetto di Riccardo Milani (interista con padre LAZIALE) non solo molto divertente, ma anche con un’anima poetica che rende il film molto più importante della solita commedia a cui siamo abituati ad assistere. Nonostante sia un sequel, Milani non ha voluto fare un doppione del primo perché sarebbe stato scontato. Riguardo i film stranieri, invece, per me è stata molto importante la partecipazione alle riprese di 007 Spectre con Daniel Crieg e Monica Bellucci, regia di Sam Mendes, qui a Roma: eravamo quattro Location Manager e ci siamo spartiti l’organizzazione nelle varie zone di Roma. E’ stata un’esperienza che va oltre il cinema in quanto è stato un vero e proprio evento. E ricordo con piacere anche Zoolander 2 con Ben Stiller e Owen Wilson dove ero Direttore di produzione della Seconda Unità, ossia quella che si occupava di girare le scene con gli stunt: visto che si dovevano girare delle scene con le funi, venne chiamato come regista della Seconda Unità lo stunt che aveva fatto la controfigura dell’Uomo Ragno: veramente tutto molto bello ed emozionante.

Nel caso di produzioni straniere, come funziona l’organizzazione del film?

Il regista e la Produzione straniera contatta la Produzione italiana che fa da “base” e si occupa della parte fiscale, dell’assunzione del personale, del versamento dei contributi fino all’utilizzazione dei Service. Ovviamente alla Produzione nostrana viene riconosciuta una percentuale del budget nella quale dovrà essere in grado di muoversi in maniera più o meno autonoma.

Anche in Zero Zero Zero è andata in questo modo?

No, perché in questo caso la serie è stata prodotta direttamente dalla Cattleya che è una Casa di Produzione italiana anche se è compartecipata dagli inglesi.

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Per figure professionali come la tua, importanti ma non esposte alla visibilità del pubblico, che rapporto si crea con il resto della troupe ed in special modo con il regista e con gli attori?

Considera che la figura del Location Manager è la prima che inizia il lavoro, visto che trovare i luoghi dove girare è propedeutico a tutto il film. A seconda delle location possono persino cambiare le sceneggiature. Di solito l’organizzatore o lo scenografo mi contattano, mi danno la sceneggiatura del film da leggere e, una volta letta, vado a parlare con il regista facendomi spiegare come intende interpretare il film, il taglio e lo stile che vuole seguire. In base a queste informazioni vado a cercare i luoghi da utilizzare che, naturalmente, devono basarsi anche sui personaggi che compongono la trama. Sto meno sul set rispetto ad un operatore di macchina ma sono molto più attivo nella fase di preparazione e di ricerca: naturalmente propongo diverse location allo scenografo il quale fa una prima una sua selezione e poi porta il tutto al regista che le approva definitivamente. Ovviamente con alcuni registi e sceneggiatori con cui ho lavorato diverse volte (mi vengono in mente Riccardo Milani o Giulio Manfredonia) c’è una maggiore fiducia e pertanto posso avere più voce in capitolo rispetto ad altri che magari mi conoscono meno. Il rapporto con la troupe, invece, non dipende tanto dalla mansione, quanto soprattutto dal carattere di ognuno: c’è chi è più schivo, chi è più simpatico, chi è più estroverso o viceversa. Considera che una giornata di cinema italiano dura circa una decina di ore al giorno e pertanto è come vivere all’interno di una comitiva con le personalità di ognuno.

Questo premio LMGI è stato il primo della tua carriera?

Partiamo dal fatto che in Italia non esistono premi per i Location Manager perché vengono premiati solo gli autori, come avviene nel David di Donatello, e quindi il regista, lo scenografo, il direttore della fotografia, l’autore del montaggio e delle sceneggiature oltre ovviamente alla parte artistica. In realtà, in Italia il lavoro di Location Manager si è molto sviluppato solamente negli ultimi dieci anni perché prima non c’era: era lo scenografo stesso che andava a cercare i posti dove girare. Il nostro lavoro è stato importato dall’America dove le produzioni danno molta importanza a questa figura. Tant’è vero che il mio primo film fu Roseanna’s Grave con Jean Reno. Tornando al premio che ho ricevuto, diciamo che è paragonabile proprio al David di Donatello in quanto negli Stati Uniti c’è un’organizzazione per questa serata molto curata visto che partecipano le Produzioni di tutto il mondo: ti basti pensare che la mia vittoria è stata annunciata da Noah Wyle e che sarebbe stato Spike Lee in persona a consegnarmi il premio. Comunque mi fa piacere ricordare che il riconoscimento ha riguardato anche gli altri Location Manager della Serie, visto che la stessa è stata girata in vari continenti.  Per quanto mi riguarda, per Zero Zero Zero sono stato in Aspromonte dai primi di aprile fino a fine agosto del 2018 e da questo puoi capire che tipo di esperienza intensa, bella e particolare ho vissuto.

E’ vero che se fossi andato a Los Angeles ti saresti presentato sul palco con il cappelletto della LAZIO?

Questo non posso dirlo con certezza, anche se la tentazione sicuramente c’era. Di sicuro, quando mi hanno intervistato, ho fatto in modo che dietro di me, in bella mostra, ci fosse la fotografia di mio figlio che abbraccia la Coppa Italia. Ed ora che ci penso, anche in un’altra occasione mi sono presentato con la felpa della LAZIO.

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Tu come nasci LAZIALE?

Mio padre era LAZIALE e i miei primi ricordi risalgono al 1971/72 quando arrivammo secondi in Serie B alle spalle della Ternana e tornammo in Serie A (mio padre mi raccontò che avevamo vinto il Campionato senza specificarmi che era quello cadetto…); l’anno dopo arrivammo terzi con la famosa partita di Napoli all’ultima giornata, mentre l’anno dopo ancora vincemmo lo scudetto per poi arrivare quarti in quello successivo. Pertanto io, bambino di appena 6/7 anni, ero convinto che in Italia le squadre che si giocavano il titolo  fossero Juve, Milan, Inter e LAZIO. Sono cresciuto con la mentalità di Chinaglia e per quanto mi riguarda, tutt’oggi la vera LAZIO è quella; le altre, anche se sicuramente questa cosa quasi nessuno la condivide, è come se fossero dei surrogati anche se, naturalmente, sono legato a tutte le mie LAZIO. Lo  Stadio, invece, ho cominciato a frequentarlo in maniera importante, con mio padre, all’età di 13 anni. Poi, quando non mi portava, la domenica uscivo di corsa dopo il pranzo per poter entrare al 20 minuti dalla fine quando aprivano i cancelli. Appena ho potuto, però, ho cominciato ad andare tutte le domeniche con mio fratello Maurizio e con gli amici. Io vivevo a Cinecittà e, come sempre in quell’epoca, in classe eravamo tre LAZIALI contro venti romanisti, mosche bianche ma sempre fieri della nostra fede. Il primo campionato da abbonato, fu quello del ritorno in Serie A nella stagione 1983/84 quando, dopo il debutto a Verona, vincemmo la prima in casa contro l’Inter per 3-0 con i gol di Giordano, Cupini e Laudrup. Non fu un grande campionato ma era quello che passava il convento in quegli anni.

A parte il Derby del 26 maggio, c’è una partita che ti ricordi in maniera particolare?

LAZIO-Vicenza con il gol di Fiorini: LA PARTITA. Quella che, per quanto mi riguarda, vale più dello scudetto del 2000, di Montecarlo, di Birmingham e di tutte le altre vittorie che ci hanno fatto godere. Ti racconto un aneddoto che ogni volta mi fa venire la pelle d’oca: io quel giorno ero andato a pranzo con un po’ di amici ed avevamo bevuto qualcosa in più del normale. Non ero ubriaco ma visto che faceva caldissimo, ad un certo punto mi sono sentito male. La LAZIO non segnava e ad un certo punto, mentre tutti erano in piedi, io mi misi seduto. Vicino a me c’era un ragazzo con la radiolina che piangeva e che continuava a dire “Dio, se esisti fa’ segna’ la LAZIO… se esisti falla segna’”. Al terzo “Dio, se esisti…” è scoppiato lo stadio: io mi sono ritrovato sotto il muretto senza una scarpa e questo ragazzo non sono più riuscito a vederlo né quel giorno né negli anni successivi. Magicamente, invece, è ricomparso con la radiolina mentre gli altoparlanti dell’Olimpico trasmettevano la radiocronaca di Perugia-Juventus il 14 maggio 2000. Era lì, vicino a me, anche se inizialmente non lo avevo riconosciuto. Ci siamo messi a chiacchierare e, ad un certo punto gli ho chiesto se lui fosse presente a quel LAZIO-Vicenza raccontandogli l’episodio che ti ho descritto prima. Si ricordava tutto per filo e per segno e, credimi, è stata un’emozione fortissima al di là di tutte le cose che poi sono successe quel giorno. Incredibile!

Com’è cambiato oggi il tifoso rispetto agli anni 80/90?

Premesso che ormai è oltre un anno che non andiamo allo stadio e sicuramente assisteremo ad altri cambiamenti, rispetto agli anni in questione sicuramente l’avvento dei social è stato devastante. Il rompiscatole che criticava tutto e tutti dietro di te, allo Stadio c’è sempre stato. E capitava pure che volasse qualche “pizza” per risolvere la questione. Ma quello che succede oggi su Facebook, Instagram e via dicendo mi dà veramente fastidio. Penso che gente come Chinaglia o gruppi come gli Eagles’ Supporters e gli Irriducibili abbiano faticato non poco per formare la coscienza del Tifoso LAZIALE. Una coscienza che oggi purtroppo non riconosco più nella gente ed in special modo nelle nuove generazioni. Chi come me, pur non facendo mai parte dei Gruppi Ultras, andava comunque sempre allo Stadio e spessissimo in trasferta, questa cosa non riesce a sopportarla.

C’è un giocatore o un allenatore al quale sei particolarmente legato?

Sono legato in maniera viscerale alla LAZIO del ’74 perché l’ho idealizzata da bambino. Oltre a Chinaglia e a Maestrelli, ho nel cuore Luciano Re Cecconi. Queste sono persone che quando le guardi, le vedi come i parenti che non ci sono più. Forse è brutto dirlo perché i parenti ovviamente sono i parenti; però, effettivamente, fanno parte di noi. E spesso mi capita di pensare a Re Cecconi: a come sarebbe oggi o a come sarebbe stata la sua carriera se avesse fatto parte del mondiale del ’78 e dell’82; magari negli anni ’80 sarebbe potuto intervenire sui giovani, evitando tutto quello che è successo con il Calcio scommesse…  E’ un pensiero molto ricorrente. Mi è anche capitato di proporre la storia della LAZIO del ’74 ad un regista che se n’è appassionato e si è anche documentato leggendo qualche libro. Ma purtroppo poi non se n’è fatto nulla. Ho però anche un altro sogno nel cassetto che è quello di girare un cortometraggio sulla tifoseria della LAZIO: magari un giorno questo desidero riuscirò ad esaudirlo.

La questione Super Lega fortunatamente è durata meno di 48 ore grazie alle violente e decise reazioni  dei vertici Uefa, Fifa, Federazioni ma soprattutto della massa dei tifosi ed in special modo di quelli inglesi. Che idea ti sei fatto di tutto questo?

Premetto che ho un’ammirazione da sempre per gli Inglesi. Anche nella cinematografia, adesso sono i leader indiscussi delle Produzioni. Gli Inglesi sono un Popolo. Da sempre. Sono legati alle tradizioni, alla territorialità… C’era da aspettarselo, comunque. Con la Brexit hanno deciso di uscire dall’Europa, figuriamoci se potevano accettare una cosa del genere. Spero che questa cosa sia morta e sepolta anche se purtroppo con questa UEFA il rischio c’è sempre.

 

Che analogie ci sono oggi tra il mondo del cinema e quello del calcio?

Le analogie tra i due mondi sono tante e posso dire anche  che mi riguardano personalmente: tu puoi essere il più bravo Location Manager del mondo, su un film hai fatto i salti mortali, hai dato al regista i luoghi più belli dove girare (in Zero Zero Zero siamo stati a Roghudi, in Aspromonte, che sta a 3 ore di distanza dalla Costa calabra e siamo riusciti a portare persino camion di 14 metri con tutte le difficoltà del caso) e vieni considerato un fenomeno; al film successivo basta che qualcuno solamente pensi che tu hai fatto una cosa sbagliata (anche se non è vero), che  a quel punto non vali più niente. La stessa cosa succede nel calcio: da noi sono riusciti a criticare persino la Scarpa d’Oro perché per qualche partita non ha segnato. Assurdo!

Quanti attori o registi LAZIALI hai conosciuto o sai che lo sono ma non amano far conoscere la loro fede?

Tantissimi. Ma non penso che lo facciano perché non vogliono far sapere che sono tifosi della LAZIO al contrario di quelli della Roma che devono per forza ostentarlo. Lo fanno perché sono più sobri, perché professionalmente se fai il cantante pensi a fare il cantante e se fai il regista pensi a fare il regista. L’eccezione può essere Paolo Genovese e il suo direttore della fotografia Fabrizio Lucci, che in ogni loro film non perdono l’occasione per inserire qualche riferimento biancoceleste. Ma sempre in maniera molto elegante. D’altronde è una questione di stile. Come sempre.

Marco Giorgiantoni

Foto premio 1

Foto premio 2

 

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