Unico ed inimitabile, quando la genialità è di casa: un solo nome, Paul Gascoigne

 

di Niccolò Faccini

Non certamente soltanto una parentesi calcistica, quella di Paul Gascoigne alla Lazio. Un’avventura indimenticabile, stravagante, per certi versi esaltante. Il centrocampista di Gateshead ha rappresentato per la prima squadra della Capitale forse il talento più apprezzato e discusso di un’intera storia. Sregolatezza sì, ma anche sorprendente e indiscussa genialità, mista a siparietti irriverenti, tocchi di classe assoluta, giocate sopraffine. Voluto dal presidente Gian Marco Calleri, letteralmente impressionato dalle sue quattro stagioni inglesi con la maglia del Tottenham, Paul sbarcò a Fiumicino nell’estate 1992, inaugurando l’era Cragnotti. Al ritmo di “Brown Girl in the Ring”, i tifosi biancocelesti intonavano già all’arrivo il coro “Paul Gascoigne, lalala lalala”, ricoprendolo già all’aeroporto di gadget, sciarpe, magliette biancocelesti o degli Irriducibili. Sbarcato a Roma per una cifra astronomica per gli standard dell’epoca, conquistò il popolo laziale a suon di partite mirabolanti ed una libertà mentale che permetteva al ‘10’ di mettere in scena sul rettangolo verde numeri d’alta scuola, dribbling effettuati con assoluta nonchalance, addirittura colpi di testa – non proprio la specialità della casa – come quello che permise alla Lazio di pareggiare uno storico derby. Un lampo nel buio, un’esultanza sfrenata, uno stacco imperioso. La Lazio è sotto 1-0, è il minuto 86. Punizione di Signori dalla destra: una pennellata delicatissima destinata al centro dell’area di rigore. Gazza si avventa sul pallone come un predatore, salta più in alto del difensore giallorosso Benedetti e gonfia la rete provocando l’ira di Boskov. Una rete inseguita rabbiosamente, cercata, fortemente voluta. La prima con la maglia della Lazio per l’eclettico calciatore inglese.

La sua presenza nella Capitale fece avvicinare migliaia di supporter d’Oltremanica a seguire le vicende della Lazio; il suo modo di giocare ruppe ogni monotonia sul campo, i suoi atteggiamenti d’ostacolo ad una buona tenuta fisica gli provocarono anche diverse mancate convocazioni, nell’ambito di un rendimento complessivamente altalenante. Gazza ricevette innumerevoli invasioni nella sua vita privata, a Roma era impossibile per l’asso inglese girare indisturbato senza attirare l’attenzione di fotografi o giornalisti. Lampanti le divergenze caratteriali con mister Dino Zoff; indimenticabili gli scherzi ai compagni di squadra (da quando mise nella tasca della giacca di Roberto Di Matteo un serpente morto alla volta in cui sgonfiò le gomme della Porsche di Aaron Winter); un durissimo colpo la frattura di tibia e perone seguita ad un intervento in allenamento di un giovanissimo Alessandro Nesta. Complessivamente, nelle 47 partite disputate con la Lazio venne sostituito ben 30 volte; il suo carattere ribelle e la sua scaltrezza gli hanno fatto guadagnare fraintendimenti e feroci critiche, ma la sua proverbiale simpatia e genuinità hanno fatto innamorare i tifosi della Lazio, che ne hanno colto il carattere di puro artista. Anche al momento dell’addio, dopo l’arrivo di Zeman sulla panchina biancoceleste, il rapporto con i sostenitori laziali è rimasto incredibilmente forte, tanto che sotto la presidenza Lotito Gascoigne tornò nell’impianto dell’Olimpico ricevendo un’accoglienza calorosa e festante da parte del settore più caldo del tifo biancoceleste: giovedì 22 novembre 2012, Lazio-Tottenham si ricorda più per il caldissimo prepartita che per lo 0-0 maturato sul terreno di gioco. Personaggio divisivo, semplice nella sua estrema complessità, è stato diavolo e acquasanta, assiduo avversario del “politically correct” ma interprete delizioso del football nostrano, in cui ha portato una ventata di poesia, leggerezza e graziosa impudenza. Emblematico l’episodio del novembre 1992, quando la Lazio è in Spagna per sfidare in amichevole il Siviglia, è l’occasione per il ritorno in campo di Maradona: Gazza avrebbe voluto affrontare la Juventus, stava per saltare la partita, aveva preferito recarsi a Parigi al parco giochi di Eurodisney, e alla fine era rientrato a pochi minuti dalla partita, per poi siglare un gran gol nell’1-1 finale con gli andalusi. Nell’infinita varietà di aneddoti relativi a Paul Gascoigne si ricordano le fotografie delle gare giocate con l’extension, della mascherina sfoggiata contro l’Ancona, le esultanze stravaganti, l’offerta di una gomma da masticare ad opera dell’arbitro Bettin, gli slalom ubriacanti, i sorrisi sardonici e beffardi. Infine, l’esito scritto, il ritorno a casa nel Regno Unito, più precisamente in Scozia. Nel 1995 infatti Gascoigne lascia la Lazio per trasferirsi ai Rangers di Glasgow, dove vivrà quattro stagioni esaltanti condite da trenta reti e vincendo quattro titoli. Memorabile quando il centrocampista sventolò il cartellino in faccia all’incredulo arbitro Smith, facendo di fatto le veci del direttore di gara, che poi non ne colse l’umorismo e lo sanzionò con l’ammonizione. Negli ultimi anni di carriera prima l’esperienza al Middlesbrough, poi all’Everton, entrambe biennali. Il classe 1967 ha vestito la casacca della nazionale inglese per dieci anni, raggiungendo la doppia cifra di reti, mere stelle di un firmamento pullulante di astri, un universo tanto eccentrico, trasgressivo, bizzarro ed inconsueto, quanto estroso, brillante ed ingegnoso. Unico e inimitabile, semplicemente Gazza!

N.F.

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