FOCUS – Ritorno in Champions prima senza tifosi, poi senza mezza squadra. Club di quarta fascia enigma irrisolto per le italiane, Inzaghi in Belgio per la storia

di Niccolò Faccini

La Champions League della Lazio è iniziata come un sogno nel mezzo di un mare di incubi. Un sogno, perchè battere una delle squadre più forti d’Europa quale è indiscutibilmente il Borussia Dortmund rappresenta un’impresa titanica per una squadra al debutto nella massima competizione UEFA dopo 13 anni, poco più che una matricola. Un incubo, perchè aspettare per 13 anni una serata così e non poterci essere suona tanto come la più atroce delle beffe. Come se non bastasse, l’impossibilità di festeggiare con la squadra, come venne fatto dopo quel Napoli-Lazio che regalò l’accesso ai playoff Champions con un’altra compagine tedesca, il Bayer Leverkusen. Ancora, una quotidianità impaurita, timorosa, davanti ad un imprevisto che si tra trasformando in agonia.

Infine, il risveglio del 27 ottobre. Senza pubblico, senza presenza fisica, ora anche senza giocatori. La Lazio che torna ad affrontare una trasferta europea in terra belga, dove non ha mai vinto nella sua gloriosa storia, si presenterà senza Thomas Strakosha, Silvio Proto, Djavan Anderson, Luiz Felipe Ramos, Nicolò Armini, Manuel Lazzari, Gonzalo Escalante, Danilo Cataldi, Lucas Leiva, Luis Alberto, Senad Lulic, Stefan Radu e Ciro Immobile. Dieci giocatori di movimento, più due cambi di prima squadra pronti a subentrare dalla panchina come saranno con tutta probabilità Muriqi e Pereira, comunque calciatori che non hanno più di dieci giorni di allenamento effettivi con la maglia della Lazio. I tabù da infrangere, per la Lazio, sono diversi. In primis, i percorsi delle italiane negli ultimi anni: le squadre del nostro paese hanno quasi sempre naufragato in Champions contro la squadra pescata in ultima urla. Si guardi al Napoli, estromesso dalla competizione nel 2016 a causa del pari in Turchia col Besiktas, poi sconfitto in Olanda nel 2017 dal Feyenoord, e fermato sullo 0-0 sia nel 2018 che nel 2019 prima a Belgrado dalla Stella Rossa e poi proprio in Belgio dal Genk, la vecchia squadra di mister Philippe Clement, allenatore oggi del Club Brugge. Nel 2018, seppur nell’ambito di una sconfitta indolore, la Roma cadde in trasferta col Viktoria Plzen, mentre la Juve venne sconfitta a Berna dal meno quotato Young Boys. Infine, l’ultima edizione Champions, foriera di un clamoroso ko dell’Atalanta a Zagabria nella prima gara esterna della fase a gironi. Fu lo Slavia Praga, lo scorso anno, a costringere al pari l’Inter (questa volta a San Siro) e a condannarla di fatto alla retrocessione in Europa League. La Lazio dovrà impedire che per la prima volta nella storia una squadra belga possa vincere le prime due gare di un girone Champions; tra l’altro nelle ultime 10 sfide interne della competizione il Club Brugge non ha mai vinto.

Oltre all’emergenza, dunque, Simone Inzaghi deve sfidare la cabala. Avendo però un asso nella manica: quel che non avverrà di certo sarà una sottovalutazione dell’avversario, che il tecnico piacentino sa essere squadra forte, compatta, molto fisica e veloce, oltre che dotata di ottima tecnica specialmente a centrocampo, il reparto più colpito tra i biancocelesti. Servirà un’altra impresa per imporsi a Bruges e scrivere la storia.

N.F.

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