La strana storia del record-man Ciro Immobile, oscurato in Italia e profeta fuori patria

 

di Niccolò Faccini

E dire che da raccontare ci sarebbe stata una storia che non avrebbe neppure dovuto essere romanzata o arricchita da sfumature trionfalistiche. Avrebbe dovuto solo essere cantata, e sarebbe persino risultato difficile individuare il punto di partenza, data l’immensa varietĂ  di gradazioni di cui si colora l’annata strabiliante di un ragazzo, Ciro Immobile, dimostratosi perfettamente ascrivibile all’identikit di “generoso” non solo quanto a modus iocandi sul rettangolo verde, ma anche nei confronti della carta stampata, cui ha fornito nelle ultime settimane una serie mirabolante di spunti, stracciando record che sembravano imbattibili o che rimanevano in piedi da decenni. Sarebbe stato opportuno evidenziare come negli ultimi due ventenni di Serie A mai un singolo giocatore era riuscito nella calcisticamente titanica impresa di chiudere a quota 45 tra gol segnati e assist forniti, o come nel decennio 2010-2020 – in relazione alla voce “reti messe a segno” – l’attaccante della Lazio (135) guardi dall’alto in basso ogni interprete del mondo del football italiano, da Icardi a Quagliarella, da Mertens a Higuain, da Dybala a Zapata, da Belotti a Di Natale. Sarebbe stato sufficiente anche soltanto sottolineare come nessun calciatore italiano nella storia del calcio nostrano avesse mai primeggiato per tre volte nella classifica cannonieri della massima serie con due maglie diverse, o anche banalmente fotografare la magia di quella porta, di quella rete dello stadio San Paolo di Napoli che nell’ultimo quinquennio ha potuto ospitare per ben due volte il trentaseiesimo rintocco, vetta immortale toccata prima da un argentino, Gonzalo Higuaìn, e poi finalmente da un italiano, il cui paese di origine, Torre Annunziata, dista appena 20 chilometri dall’impianto partenopeo. Senza la necessitĂ  di paragoni che avrebbero potuto risultare anacronistici per i puristi della materia, svilenti per qualche illustre ex calciatore, avvilenti per i meno sportivi, sarebbe forse bastato mettere in luce la nuda e cruda aritmetica e limitarsi a constatare che il terzo italiano di sempre ad aver vinto la Scarpa d’Oro – graduatoria che pesa le singole marcature dei campionati dell’intero continente e premia annualmente il re dei bomber d’Europa – è anche il centravanti ad aver totalizzato il punteggio piĂą alto di sempre per un nostro connazionale, quei 72 punti che sono il frutto di 36 gol, validi a lasciarsi alle spalle un mostro sacro come l’ariete del Bayern Monaco Robert Lewandowski, che forse solo in un annus horribilis come quello in corso avrebbe potuto essere allontanato da un Pallone d’Oro che non verrĂ  assegnato.

 

OCCASIONE PERSANel controfattuale e disperato tentativo di rintracciare un’imperfezione, i più bacchettoni avrebbero potuto contestare l’apparente magnificenza dei numeri di Immobile o andando a questionare sulla media gol a partita del numero 17 biancoceleste, o enucleando i 14 rigori trasformati, come se non facessero parte del gioco o se conquistarli costituisse reato sportivo, o ancora estendendo il campo di indagine all’intera storia di Immobile nella Capitale. Sarebbero rimasti in tutti e tre i casi delusi: in primis la fantascientifica media di un gol ogni 88 minuti è unicum assoluto e impareggiabile nei primi cinque campionati europei; in secundis l’ex attaccante del Siviglia sarebbe davanti a tutti anche togliendo le marcature su penalty; dulcis in fundo, dall’approdo di Immobile a Roma fino ad oggi, soltanto Messi e Lewandowski possono vantare un curriculum ancor più nobile sottoporta. Trentasei reti (28 di destro, 6 di sinistro, 2 di testa) su 70 tiri nello specchio della porta, come a dire che se Immobile inquadra lo specchio una volta su due fa centro. Ma limitarsi ai freddi numeri avrebbe potuto essere, e ci scusiamo coi più esimi esponenti del giornalismo sportivo, riduttivo e poco decoroso. In effetti si sarebbe potuto privilegiare l’aspetto più intimamente “relazionale” del record agguantato da un protagonista del palcoscenico calcistico meno reclamizzato di innumerevoli altri colleghi, e rimarcare l’incredibile rapporto coi compagni di squadra e, perché no, semplicemente l’umiltà e la spontaneità di un ragazzo che non si limita ad assomigliare ma riesce in toto ad essere ciò che appare, nella sua umanità ed idoneità a fornire ai più giovani un esempio di genuinità ed autenticità che in tempi odierni assurgono a rifuggibili e spaventose chimere. Sarebbe stata l’irripetibile occasione per celebrare il connubio con Inzaghi, giacchè lo score complessivo di Ciro ha fatto succedere mister Simone al binomio composto al Milan dal fratello Pippo con Carlo Ancelotti: mai nei 120 anni del nostro calcio un attaccante era stato più prolifico sotto la gestione di uno stesso allenatore. E che dire delle statistiche “interne” a tinte biancocelesti? Scalzato Chinaglia e conquistato il podio all-time dei cannonieri con l’aquila sul petto, il prossimo passo prima di completare la scalata dei “comuni mortali” e puntare la leggenda Silvio Piola dista solo una rete, quella che servirà ad Immobile per eguagliare il bottino realizzativo di Beppe Signori, unico calciatore dell’ultracentenaria storia laziale ad essersi laureato capocannoniere in Serie A in tre stagioni diverse all’ombra del Colosseo.

 

PROFETA…ALL’ESTERO! – Per celebrare le gesta del calciatore italiano ad aver siglato piĂą reti in un singolo campionato da quando è stato inventato il pallone sarebbe stato forse adeguato immortalare la sua timidezza davanti alle telecamere, emblema della felicitĂ  indicibile di un bambino che ha visto realizzarsi un sogno che come tutti i grandi sogni è senza tempo e senza spazio, senza distanze geografiche. A tal punto che solamente il mese scorso il tecnico del Liverpool Jurgen Klopp si augurava che un ambasciatore del suo vecchio Borussia Dortmund in Italia potesse trionfare sia a livello individuale che collettivo, e che domenica la stragrande maggioranza dei quotidiani sportivi e dei siti del globo ha rivelato entusiasticamente in apertura – per i pochissimi che non si fossero ancora imbattuti nelle sue prodezze – i numeri da marziano di Ciro Immobile. Così “King Ciro” è diventato per “The Guardian” il “protagonista di un 2019/20 stellare” (“sensazionale” per il Daily Mail), per AS lo “storico marcatore della Lazio”, per Marca il “goleador che con la sua miglior stagione in carriera ha osato sfidare e tenersi alle spalle le divinitĂ  dell’Olimpo del calcio”, per il “Mundo Deportivo” colui “che potrĂ  ostentare il privilegio e l’onore di aver riportato in Italia la Scarpa d’Oro”. Nessuno (o quasi) è profeta in patria, si potrebbe dire, ma all’estero le meraviglie di Immobile non sono passate sottotraccia, specialmente in Spagna. Il motivo è semplice: il campionato che ha appena chiuso i battenti passerĂ  alla storia – volenti o nolenti contemporanei e posteri – come il torneo in grado di consegnare agli annali il calciatore che ha spezzato l’egemonia della Liga sulla Scarpa d’Oro ai tempi di calciatori di caratura internazionale del calibro di CR7, Suarez e Messi, che si contendevano e vincevano il rinomato premio da 12 anni, ossia da quel 2007 che coincideva con l’anno della piĂą recente partecipazione della Lazio alla UEFA Champions League. Il “successore di Messi” si guadagna gli applausi di tutti, meno che del Belpaese, che sin troppo abituato a perdersi nel fare figli e figliastri o ad impantanarsi in gelosie sterili, e spesso restìo a fotografare fedelmente la bellezza, preferendo sottacerla vigliaccamente od ombreggiarla, si è confermato schiavo di dinamiche tanto semplici quanto trite e ritrite, che ormai non fanno quasi piĂą notizia. Così capita che sui giornali – fortunatamente con qualche eccezione – una cavalcata imperiosa di un singolo protagonista sia offuscata non soltanto dalla doverosa ed immancabile descrizione dell’hic et nunc (si legga lo scudetto, comunque giĂ  aritmeticamente vinto, della Juventus) ma addirittura da un diverbio tra panchine in Napoli-Lazio, da un tris partenopeo in una gara priva di significati per la classifica finale, dalle accelerazioni di un osannato e degno di venerazione centrocampista della Roma per cui si parla in maniera avventata e balorda di una prospettiva di Pallone d’Oro. Minimizzare un percorso virtuoso partito dal basso per esaltare il dettaglio trascurabile, accendere i riflettori in modo quasi fanatico sulla parentesi marginale pur di avversare, sminuire o silenziare l’altisonante traguardo di chi andrebbe lodato non per faziositĂ  ma per quello che dovrebbe essere mero, agevole e lineare dovere di cronaca. Nihil novi sub sole, Inzaghi e la Lazio hanno piĂą volte dovuto fare i conti col disinteresse di chi ha preferito confinare al dimenticatoio risultati convincenti frutto di politiche societarie rispettabili e lungimiranti e non di campagne acquisti faraoniche e talvolta al limite della decenza. “All’inizio ci snobbavano”, “nelle griglie estive ai nastri di partenza ci collocavano oltre il decimo posto”, “in pochi ci davano in corsa ad inizio anno”, tutte frasi ricorrenti nelle interviste dell’allenatore piacentino del club piĂą antico della Capitale, volte a manifestare l’intenzione di non prestarsi ai facili entusiasmi di chi altro non attendeva che rovinose cadute della compagine biancoceleste, caricandola di aspettative eccessive o parlando di Lazio con toni frettolosi, errati, divisivi ed ingiusti. La storia di Immobile, però, proprio perchĂ© non bisognevole di essere enfatizzata, avrebbe potuto essere maneggiata con maggiore cura, con maggiore sportivitĂ  e forse con maggiore immedesimazione, non in virtĂą di una ormai irrealistica accettazione dell’incontrovertibile veritĂ  storica, ma persino da parte di chi avrebbe potuto – con un pizzico di acume in piĂą – rendersi conto che sin dai tempi degli antichi romani esaltare le gesta del condottiero dei rivali piĂą temibili non è altro che un modo per magnificare quelle di chi ha saputo resistere e non esserne sopraffatto.

 

SILENZIO RUMOROSO – Lungi dal voler intraprendere strade intasate di richiami astrusi o moraleggianti a chi si occupa di televisione o carta stampata, lungi dall’inneggiare alla simpatia forzata nei confronti del calciatore in questione, lungi dall’invitare ad un’idolatria inappropriata e fuori luogo, avremmo consigliato sottovoce alle trasmissioni sportive di spicco, nell’ambito di una ricapitolazione dei momenti piĂą luminosi dell’annata calcistica, di annoverare e magari far rivedere le 36 gemme del variegato repertorio di un ragazzo che lo avrebbe meritato e che in queste ore sta ancora ricevendo sacrosanti complimenti da calciatori, allenatori e addetti ai lavori dell’universo calcio. Senza superflue parole, dar voce ai telecronisti che hanno potuto commentarlo avrebbe sì tolto spazio all’analisi di partite simili ad amichevoli estive, ma forse sarebbe stato piĂą meritorio e conforme ad un ordine gerarchico ispirato ad un criterio estetico, perchĂ© quella di Immobile è una storia bella, il bello è contagioso, e andrebbe per questo condiviso e non fatto passare sotto silenzio. Anche perchĂ©, qui la contraddizione, il silenzio dell’invidia fa molto rumore ed assomiglia molto ad una tacita lode. Ignorare un risultato così grande rischia così di essere un clamoroso autogol, che comunque – è bene essere chiari – sarĂ  privo di conseguenze. PerchĂ© i record di Ciro Immobile sono giĂ  prede degli almanacchi, e a differenza dell’indifferenza nei suoi confronti, rimarranno indelebili nella storia. Con buona pace di chi non ha voluto dargli risalto o addirittura ha voluto degradarne l’abilitĂ , Immobile sarĂ  insignito del riconoscimento piĂą importante per un centravanti, quello scarpino dorato che è un misto di fierezza, orgoglio, riconoscenza ed umiltĂ , caratteristiche mai applaudite a sufficienza. Forse non sarĂ  per tutti, ma appartiene alla gente laziale. In fin dei conti questa intima e fisicamente irrintracciabile appartenenza con la gente che ha fatto innamorare è il suo record piĂą encomiabile.

N.F.

 

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gazza

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