Lazio, Simeone ricorda lo scudetto del 2000: «Quel gol alla Juve il salto verso la storia

Diego Pablo Simeone e la consapevolezza di aver scritto davvero la storia. Primo aprile 2000, la data che ha cambiato un destino che sembrava già scritto. «Già mentre ero in aria avevo visto che la palla sarebbe entrata». L’immagine di Simeone che anticipa Iuliano piantato a terra è quella che più di tutte identifica il secondo scudetto della Lazio. Quello della banda del 2000 targata Cragnotti: «La squadra più forte del mondo», come disse Ferguson. Il gol al vecchio Delle Alpi di Torino contro la Juve, il terzo tempo all’Olimpico, una rimonta che sembrava impossibile e il gesto del “tre” in mondovisione per rimarcare la forza di chi non si è mai arreso, anche quando sembrava tutto finito. Diego Pablo: oggi condottiero dell’Atletico di Madrid, 20 anni fa uomo determinante della Lazio Campione d’Italia. Più di Nesta, Veron e Nedved. Più di Mihajlovic, Mancini e Salas. La firma decisiva sul secondo scudetto biancoceste è proprio del “Cholo”: «Da quel momento in poi tutti i nostri pensieri si concentrarono sul diventare campioni. È stato un momento chiave perché ogni partita a Torino è molto dura. Ho fatto un gran gol di testa su un cross di Veron». Leader in uno spogliatoio di campioni dalle forti personalità, spesso penalizzato dalle scelte di Sven Goran Eriksson, Simeone è un’alternativa tecnica, ma è l’anima di un gruppo pronto a scrivere la storia. Guerriero dai gol pesanti, psicologo nei momenti delicati. «Ricordo che durante stagione lo svantaggio dalla Juve aumentò fino a 9 punti e la possibilità di raggiungere il titolo sembrava lontana – spiega Simeone -. Però ci sono dei momenti importanti che segnano il percorso di una squadra». Vittorie e imprese. Sguardi e attimi. «Per esempio – continua l’argentino – abbiamo vinto una partita molto sofferta a Bologna (2-3, con doppietta di Signori per i rossoblù, ndr) e un’altra molto difficile a Piacenza (0-2), e segnai in entrambe le trasferte». Al Dall’Ara esultò per la prima volta con il gesto de “los huevos”. Nulla di offensivo contro gli avversari: voleva dire solo che la sua era una squadra con gli attributi. «Non posso dimenticare le quattro reti nelle quattro gare finali della stagione».
IL CHOLISMO
«Humildad, esfuerzo, corazón y trabajo». La ricetta del successo dell’allenatore Simeone è nota e proviene anche tra le mura del centro sportivo di Formello. «Se si crede e si lavora, si può», il suo storico motto. E’ lui a segnare il gol vittoria nella sfida scudetto contro la Juventus. L’ultima rete all’Olimpico il 14 maggio 2000, Lazio passeggia 3-0 sulla Reggina, mentre al Curi un violento acquazzone costringe l’arbitro Collina a sospendere Perugia-Juventus. La gara riprende mentre i giocatori biancocelesti sono divisi tra spogliatoi e tribuna. Simeone è in Monte Mario vicino al presidente Cragnotti, Lombardo, Veron e Almeyda. In quella squadra c’era anche Simone Inzaghi. «Ce la farà a quest’anno a ripetersi sulla panchina della Lazio?», gli chiediamo. Un «no comment» politicamente corretto, ma più che altro scaramantico.
Valerio Cassetta
Emiliano Bernardini

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