LA CASA DI SIMONE pt.5 – #iorestoacasa: ecco perché Simone è diventato eroe scegliendo di rimanere a casa

 

Di Niccolò Faccini

PROSPETTIVE E CONSAPEVOLEZZE: COME LA LAZIO DI INZAGHI E’ DIVENTATA FORMA D’AMORE – Poche affermazioni hanno suscitato nella letteratura del “secolo breve” paradigmi ermeneutici più contrastanti di una postilla del romanzo di Cesare Pavese intitolato “La spiaggia” secondo cui niente sarebbe più inabitabile di un posto in cui abbiamo assaporato la felicità. Da una parte appare infatti emotivamente complesso tornare sul “luogo del delitto”, tornare in quel posto dei sogni che avrebbero potuto essere e non sono stati, su quella panchina dove due innamorati si riconobbero simili per poi permettere al loro incontro di non trasformarsi in destino, di svanire nel nulla. D’altra parte, tornare in un posto dove siamo stati felici può ricordarci, quando lo sconforto rischia di prevalere, che quella felicità è esistita, che l’abbiamo provata davvero, e che quindi potrebbe tornare. Ma entrambe le suddette interpretazioni presuppongono che la felicità sia giunta al capolinea, che su quello che è stato in altra fase della vita palcoscenico di gioia pura si siano spenti i riflettori, che quella bellezza appartenga al passato, ad un altro tempo, già trascorso. E’ qui che ci inganniamo, per due motivi. Il primo: del passato ci si sofferma quasi sempre sul fatto che sia “ciò che non è più” e troppo poco sul fatto che sia anche, e soprattutto, “ciò che non può più non essere stato”. Il secondo: le emozioni più forti hanno etimologicamente la facoltà di “muovere”, di farci cogliere la relatività del tempo, di insegnarci come i momenti e le giornate senza tempo non possano fondersi con ciò che è cronometrabile con le lancette degli orologi. L’immersione in alcuni ricordi somiglia molto alla falena che cerca la propria luce e la trova sempre: il passato dolce si dilata così in un presente ripercorribile all’infinito, con brividi forse attenuati ma non meno autentici. Così, in un periodo storico per la nostra Italia e per lo scenario internazionale che – se abbiamo la fortuna di averlo – ci invita a pesare la valenza del tempo, a non sprecarne la velleità creativa, è bello saper cogliere quegli attimi senza tempo per potercisi rifugiare e riconoscerli crisalidi rifulgenti di un conforto costruttivo, navi che attraccano ad un porto sicuro.

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In conclusione, adesso che l’ora legale ci ha fatto spostare le lancette in avanti, noi torniamo un attimo indietro e riavvolgiamo il nastro a quelle parole. “Ho pensato tanto. Il mio ciclo qui non era finito. Questa è la mia casa”. E in un tempo in cui spopola l’ormai virale hashtag #iorestoacasa, interroghiamoci su cosa sarebbe accaduto se Simone non avesse deciso di sposare ancora la sua Lazio, di ricominciare ad immettere il nuovo nello stesso. Tanti potenziali record – che con tutta probabilità alla vigilia della stagione non avremmo mai creduto nemmeno possibili – in frantumi già prima di iniziare, tante urla di gioia strozzate in gola come quando dopo aver avuto dagli spalti l’illusione ottica del gol ci si deve arrendere all’evidenza che il pallone è terminato sul fondo o che il V.A.R. non potrà convalidarlo perché c’è un fallo precedente, o che la Goal Line Technology rimarrà silente perchè la sfera non ha oltrepassato del tutto la linea di porta. Tanti pomeriggi o tante serate – col senno di poi rivelatesi indimenticabili – spazzate via da una scelta, quella di uscire (di scena) di Simone che comunque sarebbe stata perfettamente legittima e magari anche comprensibile. Estendiamo il raggio d’azione alla brutale e sconcertante realtà di queste settimane, e chiediamoci cosa succederà se non rimarremo attraccati nel nostro porto, poniamo l’attenzione per un attimo su quali effetti collaterali potremmo causare, su quale effetto domino potremmo scatenare qualora decidessimo di dichiarare neutre le nostre azioni. E in ultima analisi, spostiamo la riflessione su una delle fondamentali conquiste di questi insoliti giorni di quarantena, su una delle lampadine che potrebbero essersi accese nella nostra mente.

Pensavamo che fossero la solitudine o l’interruzione della comunicabilità a farci paura. Pensavamo che non avremmo resistito di fronte allo scenario per molti ai limiti dell’apocalittico di non poter correre liberamente in un parco pullulante di verde. Eravamo convinti di non essere in grado di sopportare l’emarginazione dai nostri cari, di non riuscire a tollerare la separazione dalla frenetica routine. Eravamo intimoriti davanti al potenziale e inatteso ritiro forzato ed improvviso dalle incombenze che ci tengono così attivi ed allenati. Al netto di qualche sforzo di adattamento, però, constatiamo come – virus permettendo – tutto sommato nemmeno l’isolamento imposto sarà la causa dell’estinzione del genere umano. Appuriamo dunque come quel terrificante isolamento sia effettivamente duro, ma non letale. E qui, la scoperta. Gli esseri umani non hanno paura dell’isolamento. La vera paura che nutrono è quella nei confronti dell’amore. Gli uomini non temono la solitudine più di quanto temano la relazione che comporta totale apertura. Non abbiamo paura di rimanere isolati dai nostri vicini, nella vita di tutti i giorni priva di ogni virus o malattia abbiamo forse più paura di avvicinarci troppo a chi ci è fisicamente ad un passo, perché questo comporterebbe una maggiore probabilità di scottarci. Lo conferma l’odierna psicanalisi: nel corso dell’esistenza normale gli uomini non temono l’isolamento, anzi coi loro gesti quasi lo difendono. Gli uomini hanno paura del due, e difendono l’uno, talvolta fino a tenere all’uno più della loro stessa vita. Una sola, dunque, la medicina efficace, forse facile a dirsi, ma introvabile per strada, di quelle per cui non c’è ricetta, di quelle che non possono essere ricercate nelle farmacie. Cominciare la vita che verrà, la vita nuova di ognuno di noi, permettendo alle nostre anime di divenire portatrici sane di quel coraggio che sa mettere radici e sgretolare la paura di esporci ad ogni forma d’amore. Comprendere che persino il ritiro necessario dal mondo che c’è fuori dalla finestra, l’autoreclusione, è un atto che ha come destinatario l’altro, il parente stretto o l’affine, il fratello o la sorella, ma anche la vita di tante persone anche sconosciute: anche quando si nasconde dietro un ritirarsi, la libertà appare in realtà nella sua forma più elevata. Ripartire quindi permettendo all’anche sopita voglia d’amore che ci infiamma da dentro di farla germogliare, di farla cantare sotto qualsiasi cielo, in qualunque condizione meteorologica. Smettere di aver timore o timidezza di fare ciò che in queste settimane ci è stato e ci sarà precluso, cioè dichiararci nelle nostre intrinseche fragilità e contraddizioni agli occhi di cui troppo spesso diamo per scontata la presenza, ritrovare la purezza del contatto epidermico. In fondo l’esito di una corsa – Inzaghi insegna e ne va fiero – rappresenta un mero accidente. Le forme di interazione, aggregazione, unione tra le storie più che mai variegate e spesso agli antipodi tra loro delle persone che occupano quei seggiolini blu sono emblematiche – e forse sottovalutate – prove di come la ricerca della semplicità ci accomuni tutti, sin dall’inizio dei tempi. La felicità, nel nostro ambito, diventa una cosa semplice se si tratta di immergersi nella rete di passaggi di una sfera di cuoio costruita da ventidue atleti su un prato verde. Le critiche aprioristiche, i commenti “di pancia”, gli sfoghi comici, il tripudio sfrenato, le braccia che si dirigono in contemporanea verso l’alto, il vicendevole abbracciarsi di singoli individui, il loro gioire all’unisono al gonfiarsi di una rete: sono tutti elementi che trasformano tante singolarità irripetibili in una comunità d’amore animata da una bizzarra unione d’intenti, da un’unica banale finalità, quella per cui undici casacche biancocelesti spingano una palla a varcare una soglia prestabilita, una linea dal colore bianco, per poi tornare al centro del campo e provare a ripetersi, senza consentire ai rivali di fare altrettanto. In tutto ciò, quel generale apparentemente quieto ma a tratti irrefrenabile e travolgente nella sua dedizione alla causa che è Simone Inzaghi ha costruito con ambizioso amore un giocattolo composto di singole parti che con passione, costanza e spirito intrepido, han fatto in modo che l’insieme delle loro forze fosse più potente della somma delle stesse: la sua Lazio, a forza di ostentare amore ha fatto sì che i suoi sostenitori lo restituissero e che si creasse una spirale d’amore corrisposto. Tutti noi capiamo ciò di cui siamo in grado di fornirci una spiegazione. Così, se Inzaghi può essere soddisfatto come mai, se – sportivamente parlando, urge ribadirlo – la sua Lazio oggi fa paura e incute timore solo a chi ne sia estraneo o non si sia immedesimato in questa meravigliosa giostra, è proprio perché ogni forma d’amore genera sospetti e apprensione per chi non lo vive e non sa spiegarselo.

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Così, alcuni giri di giostra potranno essere in stand-by per mesi, concludersi in anticipo, aver addirittura visto il fischio finale un 29 di febbraio di un anno bisestile, terminare nei playoff scaturenti da un inedito format, o chiudere i battenti nel prossimo luglio o agosto: in fondo, non sarà importante: in ogni modo ed in ogni tempo, rimarranno lucenti. Che sia imperituro frammento incompiuto o magnificente compiutezza, sarà stata bellezza non effimera ma inesauribile e pedagogica. Le circostanze degli ultimi mesi insegnano infatti come ognuno di noi dovrebbe aspirare ad immergersi in ciò che sente nel cuore senza alcun salvagente, senza barriere, senza sovrastrutture, senza esitazioni. Un noto proverbio popolare riscontra che chi acquista il superfluo presto vende l’essenziale e si libera di ciò che è davvero necessario. E’ esattamente l’operazione contraria, tuttavia, che reca in se’ la possibilità di permetterci di uscire dal limbo della semi-vita, dal purgatorio in cui più si vive e più si è inesperti della vita. Si rimane sempre quei bambini che, al suonare dell’ultima campanella, con lo zainetto in spalla attendono che qualcuno li venga a prendere. La cavalcata targata Simone rimembra alle anime annebbiate come in tutte le cose sia del tutto vano avere l’atteggiamento di chi controlla troppe volte la temperatura dell’acqua delle onde che si infrangono sulla battigia prima di decidersi ad entrare: ciò è l’equivalente di pensare di comprendere il mistero del tempo smontando un orologio, invece di cercare di viverlo fruttuosamente. L’umiltà decisa del piccolo grande prodigio di Inzaghi ricorda in fin dei conti ad ognuno di noi come sia infinitamente vano rimanere sulla sabbia asciutta e temere l’abisso, in un cocente apprendistato all’irrealtà. Gli ultimi capitoli di questa storia sono al contrario un forte incentivo a non accontentarci delle versioni minori di noi stessi, a non aver paura di tremare, a non aver paura di remare con tutta la voglia che abbiamo verso l’orizzonte che più ci attrae e ci fa sentire vivi. Del resto, questa è forse la reale conquista: è sempre in superficie che si annega, e mai dove il mare è profondo; è sempre importante tenere a mente dove si va, ma alle soglie di ogni desiderio od obiettivo è sempre più importante ricordare da dove si viene.

Chi pensa alla propria casa come a una prigione, è forse destinato ad esser prigioniero del mondo stesso. Avere una casa e non riconoscerla, un’altra sventura. Si passa un’intera vita a cercare di individuare un posto che sia casa, ed ora curiosamente in molti vorrebbero evaderne. Siamo creature misteriose, ognuna con la propria storia, e l’universo è fatto di tante storie, alcune più stravaganti di altre. E poi c’è la storia di Simone, che ha edificato un porto fatto di barche spaiate che son diventate un’unica nave, di utopiche chimere che son diventate sogni, di sogni che son diventati realtà da sogno, consegnando alla storia una Lazio simile ad un fuoco d’artificio che, anche spegnendosi, lascerà ad ogni modo coriandoli eterni. Simone, nella passione delle possibilità che il mondo dispiega, ha scelto consapevolmente di rimanere a casa. Come ha dimostrato Simone, si può diventare eroi anche rimanendo a casa. Oggi la libertà ha avuto bisogno del suo sacrificio apparente per manifestarsi nella sua purezza più alta: persino l’atto con cui sembriamo imprigionarci può essere il nostro atto di cui più intimamente conosciamo le conseguenze, quindi il nostro atto più libero. Un atto d’amore. E l’amore, per fortuna, può fare tutto ciò che vuole.

Niccolò Faccini

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