LA CASA DI SIMONE pt.4 – Il rapporto col tifo, il paragone col “Maestro”, la bellezza eterna di un percorso (eppure) ancora incompiuto

 

di Niccolò Faccini

FAMIGLIA, SQUADRA, FAVOLA: IL PIU’ BEL QUADRO DI SIMONE – “E’ stato un crescendo di emozioni, vincere qui davanti ai nostri tifosi è qualcosa che rimarrĂ  sempre”; “I ragazzi se lo meritavano”; “I ragazzi avevano bisogno di un’impresa del genere”; “Son contento soprattutto per i ragazzi”. Ripetitive, veritiere, autentiche: l’aspetto comunicativo ci consegna ancora una volta l’Inzaghi papĂ , l’Inzaghi uomo, in fin dei conti l’Inzaghi bambino, in una parola l’Inzaghi laziale. Gli anni di Lazio nel cuore sono 21, come il suo numero di maglia da giocatore coi capitolini; gli anni da allenatore dei big sono esattamente quattro, le candeline che si accinge a spegnere nella giornata di domani ripetono due volte lo stesso numero, sono 44. Il trascinatore di una Lazio stellare non si culla sui risultati grandiosi e non si lascia solleticare da spavalderia o vanagloria, ma è silenziosamente raggiante per aver rapito e fatto delirare d’emozione tanti altri padri di famiglia, tanti altri uomini, tanti altri mariti come lui e mogli come la sua Gaia, tanti altri laziali, tanti altri bambini come il suo piccolo Lorenzo, diventato ormai simbolicamente il figlio di tutti i laziali. “Nella mia prima partita con l’Empoli c’erano 3mila paganti, il mio piĂą grande successo è aver restituito entusiasmo alla gente”. Quella gente che quando vede quei capelli a caschetto su un corpicino piccolo e volenteroso prendere la rincorsa col pallone tra i piedi sulle note di ogni “Vola Lazio Vola” allo Stadio Olimpico è pronto ad attendere ogni domenica un nuovo gol, uno di quelli che non verranno messi a referto dai direttori di gara e non verranno mandati in replica dalle televisioni, ma per ogni laziale valgono tanto, poichĂ© icone di come l’amore per alcuni colori possa davvero essere trasmesso “di padre in figlio” e possa così essere tramandato nelle generazioni a venire. Così i nuovi Inzaghi saranno come vestali di un sacro fuoco destinato a non spegnersi, e con loro tutti quei bambini che hanno alzato le mani al cielo per esultare ad un gol di un loro beniamino, come ai tempi Simone faceva con l’ex Rimini e Piacenza Mulinacci. E’ senza tempo il quadro piĂą bello dipinto da Simone, quello composto dai sorrisi estasiati dei tifosi grandi e piccini, presi da un amore che non conosce barriere e a cui nulla è impossibile. Centinaia di volti immortalati – e dunque resi almeno per qualche attimo immortali – con la spensieratezza e l’euforia positiva dettata da uno spettacolo di sport che Simone ha saputo con la complicitĂ  dei sostenitori trasformare in arte. Come evidenziato dal mister nel dopogara di Genoa-Lazio “non esiste calcio a porte chiuse, il calcio è dei tifosi”. L’alchimia degli ultimi mesi è lampante: lo stadio ad intonare canzoni intramontabili, i ragazzi di Curva e Distinti a sciorinare monumentali scenografie, la squadra a macinare gioco a mo’ di rullo compressore, l’allenatore ad assomigliare sempre piĂą al “Maestro”. L’incoronazione proviene, per LazialitĂ , da Massimo Maestrelli: “Nessuno assomiglia di piĂą a babbo di Simone. Ho negli occhi i figli che entrano in campo e mi ricordano me e Maurizio quando a fine partita lo raggiungevamo. Ha un attaccamento eccezionale, è come se ognuno di noi andasse in campo, ma con la competenza di un grande allenatore. Simone ha la serenitĂ  della consapevolezza, il risultato è un particolare se sai che hai fatto il massimo. Di recente mi ha fatto una sorpresa del tutto inaspettata, e mi ha detto che a cambiare tutto sono le cose piĂą piccole”. Sono loro ad aprire il varco per quelle piĂą grandi. Alcune volte i fili intrecciati del destino sanno però tesserne di troppo grandi, piĂą grandi di noi e forse delle capacitĂ  dell’umana comprensione. E la rappresentazione rischia di doversi arrestare sul piĂą bello.

FASCINO DELL’INCOMPIUTO? – Il compositore di colonne sonore cinematografiche Pierre-Henri Dutron rimarcava la finitezza del Requiem di Mozart come la “Messa in re minore K626 che è sublime ma che noi non ascolteremo mai”. Irrimediabilmente manchevole perchĂ© non portato a conclusione, ma forse proprio per questo infinito. Come l’Ottava Sinfonia di Schubert, stroncato dalla morte a soli 31 anni, o lo splendido olio su tela esposto al Museo Reale delle Belle Arti di Bruxelles che è “La morte di Marat” di David, dal fondo considerato da molti appositamente incompleto e non per questo meno meritevole. Patrimonio dell’UNESCO e tappa obbligata della Skyline di Barcellona, la splendida costruzione neogotica rispondente alla Sagrada Familia è il luogo piĂą visitato di Spagna, ma Gaudì non riuscì ad ultimarla. E forse è tutto qui il segreto dell’estetica, a stagliarsi sull’abbandono della pienezza o rifinitura per preferire l’estro del frammento: la bellezza scalfita dell’incompiuto, lo splendore della poesia che non è svilito dalla mancanza degli ultimi versi, a tal punto che l’incompiutezza può farsi porzione essenziale dello stesso componimento, della medesima opera. Bellezza collaterale ed anarchica sa essere l’arte; brutale e poco meritorio il disegno di sospensione della messinscena nel suo culmine; cruento e sovversivo il capriccio della dea bendata che pretende l’arrestarsi della musica nel bel mezzo della gradevolissima sinfonia. Eppure tale da renderla indimenticabile.

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E ADESSO? – Così potrebbe dover calare il sipario su una corsa ad ostacoli condotta in modo folgorante e insospettabile: con una Lazio di leali paladini, spettatrice interessata di quel (forzatamente triste e senza cornice di pubblico) derby d’Italia che enumerava tra campo e panchina circa 40 finali internazionali, doppia cifra di finali di Champions League, valore d’acquisto dei calciatori di oltre 900 milioni, una sommatoria di monte ingaggi che sfiora i quattrocento. Con una Lazio che ha fatto rimanere incollati alla poltrona milioni di tifosi da ogni parte del globo, consolato coloro che versassero in momenti di difficoltĂ , dato una speme a coloro che fossero bisognosi di leggerezza, dispensato sogni ad ogni cuore disilluso. E qualora tutto questo dovesse anche finire, cosa resterebbe? Risposta: che le regole del nascondino sono inutili a fini pratici. E’ infatti del tutto vano ogni tentativo di fuggire o procurarsi nascondigli: l’amore ci prende sempre, e chi riesce a fuggire senza essere preso ha sempre perso qualcosa. Ai parchetti se subisci piĂą gol dell’avversario hai perso; con l’amore no: è se non ti prende che hai perso. Simone Inzaghi ha imparato a soffrire, a doversi rimboccare le maniche, a perdere, poi è stato rapito da un amore piĂą forte, ed ha voluto condividerlo. L’amore di una compagna da cui ha avuto il figlio piĂą grande, Tommaso; l’amore di una donna che ha sposato nel giugno 2018 tra le campagne di Montalcino, con cui ha messo al mondo Lorenzo ed è in attesa di un altro bimbo, per estendere una famiglia la cui casa ha le mura piĂą resistenti di tutte, essendo custodita da una famiglia ancora piĂą grande, manifestazione del secondo amore di Simone, quello nato da una fede calcistica indomita e indomabile, quello a cui Inzaghi ha scelto di dedicare una doppia carriera – prima da giocatore e poi da tecnico – e per abbracciare il quale i figli non hanno avuto (e presumibilmente) non avranno scelta sin dalla nascita. PasserĂ  anche la tempesta, e la domenica tornerĂ  ad essere consacrata a quei gesti semplici e ripetitivi indispensabili ed essenziali, quelle abitudini talvolta screditate e viste come pro forma atti a normalizzare un rapporto e invece tremendamente sostanziali, quali l’amoroso rimboccare le coperte prima di chiudere casa o preparare una colazione per la propria famiglia. Torneranno quelle abitudini buone che sono appunto abiti non sgargianti o vistosi ma semplici, da vestire con fierezza: per i nonni e le nonne sarĂ  l’occasione per rivedere i nipoti, per i credenti di presenziare alla messa del Signore, per gli stacanovisti del tran tran settimanale quella di mettere la sveglia qualche ora piĂą tardi, per i genitori quella di avere piĂą tempo per raccontare le favole ai figli magari davanti ad un camino, al caldo, e per i sognatori biancocelesti quella di riversarsi in massa sugli spalti di un impianto gremito e prendere parte ad una favola vera, ancora in fieri, ma non per questo meno favola.

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C’è un gesto particolarmente tenero dei bambini che testimonia come a volte le cose possano avere un valore ulteriore rispetto a quello che sembrano manifestare; come a volte alcune cose si rivelino piĂą grandi di come appaiono. Si pensi a quando in risposta alla domanda: “Quanto bene mi vuoi?” loro allargano le braccia e tu sai che per quanto potranno allargarle il loro intento è quello di manifestarti che ti vogliono piĂą bene della porzione di spazio che possono indicarti. Il visibile è solo una parte. Ebbene, i risultati sportivi e i record stabiliti da un allenatore cui mancano soltanto sei punti per diventare il mister con piĂą punti raccolti in panchina in 120 anni di storia rappresentano soltanto quella fisica porzione di spazio. Ciò che è misurabile non sa dire tutto. Non sa dire l’impegno scrupoloso, la testardaggine, lo studio maniacale che è alle fondamenta di un exploit che dura oramai da quattro anni. Non sa dire l’importanza del fratello Pippo, che della materia può dirsi cultore, e che da allenatore del Benevento ha compiuto un miracolo sportivo in serie cadetta facendo il vuoto dietro la capolista campana. Non sa dire della rilevanza del confronto tra due fratelli i cui destini sono stati talvolta divisi dalla vita, l’abisso tra gloria sportiva e fallimento, due facce della stessa famiglia che alle ore 18.04 del 14 maggio 2000 ha portato il primogenito a naufragare negli spogliatoi di un campo allagato in terra umbra e Simone ad intonare le piĂą famose note dei Queen. “Lui era felicissimo – afferma Pippo – ma so che in cuor suo era anche solo in parte triste per me”. Non sa raccontare di come abbiano fatto la differenza certi occhi. Gli occhi di uno spogliatoio plasmato sui pilastri della resilienza e della coesione, del vicendevole aiuto e di una tenacia difficilmente rintracciabile altrove. Gli occhi di una moglie sempre presente a supportarlo e magari anche a sopportare la rottura di qualche soprammobile a causa dei giochi in casa col pallone, una donna che con estrema e rara intelligenza ha deciso di amare Simone nell’interezza della sua storia e del suo mondo, instaurando un bellissimo rapporto anche con la mamma di Tommaso Alessia Marcuzzi, anche testimone di nozze. E che avrĂ  a che fare – oltre che con una doppia “inferioritĂ  numerica casalinga” annunciata via social tramite un tenero video su Instagram con dei palloncini azzurri pronti ad accogliere una nuova vita – anche con quel fare da pompiere legato al tricolore del marito che non è scaramanzia ma consapevolezza della futilitĂ  dei voli pindarici, cognizione di quanto sottile sia il confine tra la beatitudine e il catastrofismo, e sinonimo di come ogni laziale sia abituato a vivere alla giornata e a nutrirsi della fedeltĂ  al proprio rapimento pagando l’inevitabile prezzo della tensione abnorme, talvolta sino allo sfinimento emotivo. I record enucleabili di Simone e dei suoi ragazzi risultano – benchè di enorme ed illustre portata – quasi effimeri e risibili rispetto al peso specifico di ciò che Inzaghi ha voluto velatamente comunicare ad ogni tifoso al termine della cavalcata di sei mesi spumeggianti. Tramite il lavoro e la passione Simone ha voluto ricordare a tutti un messaggio altrettanto valido in un drammatico momento per il nostro paese, quello di non smettere mai di credere, perchĂ© se tanti piccoli miracoli giornalieri si manifestano è perchĂ© qualcuno ci ha creduto con tutta l’anima. Si narra che Simone sia entrato nelle case di ogni tifoso per divulgare un avviso importante: “No, non stai sognando”. E che alle stesse e cicliche risposte diffidenti ed incredule “Come fai ad esserne così sicuro?” abbia risposto sorridendo. “E’ tutto vero. Non possiamo fare tutti contemporaneamente lo stesso sogno”.

Niccolò Faccini

 

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