LA CASA DI SIMONE pt.3 – La libertà di rimanere a casa: permanenza, vittorie, TUTTI i record stagionali. Ecco le qualità del Simone uomo mostrate da allenatore

 

di Niccolò Faccini

NON SI VA MAI VIA DA CHI SI E’ – A volte si affronta un viaggio ripetendo a se stessi che sia per dire addio, mentre invece si tratta di un “rieccomi”, un voler ancora credere in ciò che ti ha reso chi sei. C’è una fase di ogni amore che si rispetti che è il tempo del silenzio che non è quiete, della notte oscura, quella fase in cui sembra svanire l’incantesimo che faceva apparire tutto perfetto. Pensiamo che l’amore sia in crisi, che le cose siano cambiate, che forse sia stato raggiunto un punto di non ritorno. Eppure forse è semplicemente l’amore che chiede di crescere, di mettere radici più profonde e pazienti, una serratura ulteriore, che ci mette alla prova e ci chiede di compiere l’atto più rivoluzionario che esista nel terzo millennio, quello di avere il coraggio di rimanere. A volte il legame col passato è molto di più di un qualcosa di vetusto da superare per voltare pagina: a volte, come scriveva Sartre a Simone de Beavoir, esistono passati che sono molto di più, amori che permettono di immaginare qualsiasi avvenire in qualsiasi vita. Ha tentennato, Simone, come tutti gli uomini intelligenti ed avveduti si è preso del tempo per riflettere su quanto potesse ancora dare alla sua amata Lazio. La risposta l’avrebbe data anche in tal caso il tempo.

SEGNO DI FUOCO –Voi mi conoscete, lo sapete. Sono una persona riservata. Dopo tre anni di lavoro dovevo riflettere e capire tante cose. Ho pensato tanto. Il mio ciclo qui non era finito. Questa è la mia casa. So che posso dare ancora tanto a questa squadra, a questa maglia, a questi tifosi. Questo sarà l’anno zero, dobbiamo lasciarci alle spalle quelli precedenti. Si parte con tanta voglia e pochi confort. Nelle griglie di partenza la stampa mette la Lazio dietro alle prime cinque o sei della classifica. Normale amministrazione per Inzaghi. “Le competitor si sono rafforzate, sono tornati in Serie A allenatori con curricula importanti, ma noi guardiamo in casa nostra”. Messaggio lapalissiano quello del mister piacentino: non c’erano molte possibilità di sorpassare la Juventus quando Collina fischiava l’avvio delle ostilità di Perugia-Juventus al Curi, eppure le speranze rimaste passavano da una gara da disputare e da vincere con la Reggina, quella che Simone metteva in discesa col destro già nella prima frazione. “Ho voluto prendermi una pausa di riflessione, avevo bisogno di fare chiarezza con me stesso”, confessa al Corriere dello Sport. “Sono un professionista e non potrei prendere in giro nessuno, c’erano state richieste di un club italiano e di uno estero e avrei guadagnato di più. Ma la mia priorità l’ho sempre data alla Lazio, la squadra del mio cuore e la società che ha sempre avuto fiducia in me. Se ripartiamo insieme è per dare il massimo: mi piacerebbe vincere lo scudetto con questi colori anche da allenatore. So che può sembrare qualcosa di irrealizzabile, ma sognare è lecito”. Schietto, coerente, sognatore. Sono parole che assumono contorni stentorei, se rilette a nove mesi di distanza. La valenza del credere fermamente assurge però a marchio di fabbrica indelebile: Simone si è chiesto se avrebbe ancora potuto fare la differenza, ed ha annuito, perché la radice greca del termine ha a che fare col verbo “tornare” e con l’avverbio “nuovamente”, e forse nel suo caso non si è trattato neppure di un ritorno, giacchè quest’ultimo presupporrebbe un essere andato via. Inzaghi non è rimasto per vivacchiare, ma per puntare a vincere. Nato Ariete, segno di fuoco, non ama partecipare e basta. A venire al mondo il 5 aprile come lui la celebre attrice Bette Davis, guadagnatasi le luci della ribalta a coloro che non fossero suoi fan grazie alla rinomata canzone pop di Kim Carnes che ne esalta l’espressività degli occhi; come lui Spencer Tracy, mito hollywoodiano dagli anni Trenta agli anni Sessanta, di cui – in ben altro ambito – condivide personalità vibrante e forte; come lui Thomas Hobbes, dalla cui misantropia e buona dose di cinismo – espresse nel celebre detto “Homo homini lupus” – Simone si distanzia in toto: dall’angoscioso Leviatano, che teorizza lo Stato assoluto, all’inebriante spettacolo della squadra che in assoluto ha guadagnato maggiori consensi nelle ultime annate da parte degli addetti ai lavori. Non è tempo d’addio ai monti, ma nemmeno del bivaccare sterile: le metodologie degli allenamenti cambiano, c’è da eludere ogni possibile appiattimento, e ad essere perfezionisti non si finisce mai. In attesa dei test più probanti, nel precampionato al cambiamento di addendi, fattori e interpreti, la squadra non conosce risultato che non sia la vittoria; agonismo e determinazione formano un cocktail visibilmente godibile e la cornice veneta è la consueta oasi di pace e calore dei tifosi.

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RITIRO PREMONITORE E COLLABORATORI ECCELSI – Nulla è precluso in partenza. Le sensazioni nel Cadore e nel post-Auronzo sono ottime per stessa ammissione dell’allenatore. “C’è un grandissimo spirito, da mister della prima squadra questo è il miglior ritiro estivo di sempre, poi a volte questo non vuol dire niente. C’è una grandissima atmosfera”. Sono particolari da non sottostimare, sfumature che denotano una grande voglia di essere protagonisti e sconfessare gli scettici. Dopo le prime cinque giornate di assestamento, infatti, comincia una cavalcata che ha tenuto tutti i laziali col fiato sospeso fino a toglierglielo senza possibilità di appello. Il 22 dicembre 2019 la commovente banda di Inzaghi regala alla propria gente il Natale più bello di sempre battendo la Juventus a Riad e alzando il terzo trofeo della gestione di Simone: la Signora è messa al tappeto la seconda volta in quindici giorni, quando il 3-1 dell’Olimpico era ancora fresco; mai in carriera a Cristiano Ronaldo era capitato di incappare in due k.o. consecutivi – di cui uno con annesso trofeo salutato per sempre – contro il medesimo avversario in così poco tempo. Inzaghi deve aggiornare la bacheca personale con la Lazio: ai 7 trofei da giocatore (Scudetto 1999/00, Coppa Italia 1999/00, 2003/04, 2008/09, Supercoppa Italiana 2000 e 2009, Supercoppa UEFA 1999) si aggiunge il sesto da allenatore (Coppa Italia Primavera 2013/14 e 2014/2015, Supercoppa Primavera 2014, Coppa Italia 2019, Supercoppa Italiana 2017 e 2019). Un traguardo da condividere con l’intero staff sanitario (il Direttore Sanitario Ivo Pulcini, il Coordinatore dello Staff Medico e Consulente Ortopedico Fabio Rodia, i Medici Sociali Meli e Morelli e i fisioterapisti) e coi componenti dell’equipe tecnica: il vice Farris, l’analista Enrico Allavena, “Prof 480” Fabio Ripert, (preparatore atletico che segue le orme di Simone dagli Allievi Nazionali, dal soprannome curioso dovuto alle quattro gare di fila terminate ai supplementari nelle Final Eight) e i suoi collaboratori Adriano Bianchini, Claudio Spicciariello e Alessandro Fonte, con l’assistente tecnico Cecchi coadiuvato da Cerasaro e Rocchini, il team manager Derkum, senza dimenticare i magazzinieri. Dal recupero degli infortuni all’analisi dell’11 avversario, dagli schemi offensivi allo studio delle palle inattive: il lavoro dietro le quinte non può passare inosservato, specialmente quando sul palco va in scena uno spettacolo senza precedenti.

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I MERAVIGLIOSI RECORD DELLA STAGIONE 2019/2020 – E’ solo l’inizio. Il 5 gennaio 2020 Simone aggancia il record di nove successi di fila che resisteva dai tempi di Eriksson. Quando il 29 febbraio la Lazio supera il Bologna 2-0, acclamata da oltre 40mila anime festanti, per il tecnico sono solo applausi scroscianti. “Simone Inzaghi, làlàlàlàlàlà”, è il coro unanime dell’Olimpico. Non occorrono paroloni, non valutazioni discrezionali o parziali. Parlano i numeri. Ventuno risultati di fila in Serie A, un unicum fantascientifico in 120 anni gloriosi. Una media punti di 2,4 a partita con una proiezione di oltre 90 punti, 62 già raggiunti dopo 26 giornate, miglior bottino di sempre. Due vittorie contro la capolista Juve (di nuovo abbattuta tra le mura amiche dopo 16 anni di astinenza); sfatato il tabù San Siro sponda rossonera dopo 30 anni consecutivi senza successi sul Diavolo alla Scala del Calcio; primi tre punti con la bestia nera Napoli; altri tre sofferti punti al Marassi di Genova, campo su cui negli ultimi 10 anni si contano 2 sole vittorie, entrambe targate Simone. Ritorno alla vittoria sull’Inter all’ombra del Colosseo dopo 4 anni di digiuno; 39 gol fatti in casa in 14 apparizioni (miglior dato del nuovo millennio); striscia di imbattibilità più lunga d’Europa per distacco nei primi cinque campionati (21 gare senza perdere, la seconda in graduatoria è il Bayern con la “miseria” di 11); primato per clean-sheet nella massima serie (9 volte la porta imbattuta, come Milan ed Hellas) che non smentisce la massima inzaghiana del “non ricordo parate di Strakosha”; un’abilità infallibile nello scegliere dalla panchina confermata dal dato per cui in 35 partite stagionali sono ben 15 le volte in cui un subentrato è stato decisivo in termini di rete messa a segno o passaggio vincente fornito ad un compagno; in rosa il miglior assistman e il capocannoniere dello Stivale.

Nelle ultime 21 sfide disputate dalla Lazio sono stati sbriciolati 55 punti su 63, prendendo ben cinque punti alla Juventus, rosicchiandone 13 all’Inter, 17 all’Atalanta, 18 alla Roma, 22 al Milan e 25 al Napoli nella stessa striscia presa in considerazione. La miglior differenza reti del campionato (+37) è biancoceleste, la capacità di rimontare o ribaltare il risultato anche: sotto nel punteggio con margine di tempo per recuperare in 9 occasioni, soltanto a San Siro con l’Inter all’andata è uscita sconfitta, recuperando ben 16 punti frutto di 4 pareggi (2 con la Roma, uno con Bologna e Atalanta) e altrettante vittorie con ribaltamento del risultato (Juventus, Cagliari, Brescia e Inter). La difesa è la migliore del campionato, l’attacco deve guardare dal basso solo quello instancabile dell’Atalanta. Se il trend in trasferta è assolutamente vertiginoso, con 9 campi espugnati e un’imbattibilità che – essendo aperta dal 29 settembre 2019 – non è seconda a nessuno nei primi 6 campionati europei per importanza (annotazione cui va aggiunta la precisazione per cui le aquile sono sempre andate in rete da Inter 1-0 Lazio in poi, striscia consecutiva in gol che non si era verificata due volte negli ultimi 70 anni); lo score casalingo fa impressione: mai la Lazio era arrivata a questo periodo di stagione senza essere uscita a testa bassa dal proprio impianto. Soltanto Rulli del Montpellier in Ligue 1 vanta una percentuale di parate riuscite maggiore di quella del custode dei pali biancocelesti, che complessivamente hanno colpito quindici volte un legno e hanno sferrato più attacchi di qualunque altro club di A, risultando sconfitti in tutto il cammino soltanto in due circostanze. A perdere un numero inferiore di partite in tutta Europa (il dato considera le prime 208 squadre del continente nelle prime 12 leghe del ranking) sono state solamente Liverpool e Club Brugge, che hanno conosciuto solo una volta l’amaro sapore della sconfitta in ambito nazionale.  

Al (temporaneo?) break del campionato la Lazio si ferma a 62 punti, sei in più del bottino complessivo della scorsa intera stagione (56 a fine maggio 2019), con altre 12 sfide da giocare e altri 36 punti disponibili, consapevole che coi 18 gol fatti nella prima mezz’ora di gioco nessuna altra compagine di Serie A sia in grado di indirizzare le partite come i biancocelesti, e conscia di avere nei minuti di recupero un alleato molto affidabile, non tanto per la somma degli “additional times” (da cui emerge come la Lazio sia anzi la squadra a giocare “di meno” del campionato), quanto per le reti quasi insperate valse punti d’oro: le vittorie preziosissime di Firenze, Reggio Emilia e Cagliari sono avvenute proprio sul gong e hanno incrementato una contezza dei propri mezzi già solidissima. Come potrebbe essere altrimenti, quando le strisce spietatamente battute riguardano il maggior numero di vittorie (ben 11), di gare con almeno due gol segnati (addirittura 12), di vittorie totalizzate (19, come mai).

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NON SOLO NUMERI – E le nude e crude statistiche, tuttavia, non sanno esprimere la grinta e il cuore lasciato in campo dall’armata capitolina. Sono almeno nove i punti racimolati grazie a scivolate alla disperata con l’attaccante avversario a tu per tu con Strakosha: i tackle di Radu e Ramos in Roma-Lazio, quello ancora del solito brasiliano su Gagliolo a Parma, l’intervento provvidenziale di Acerbi su Joao Pedro in area piccola sull’1-0 all’86’ di Cagliari-Lazio e il “muro” con il polpaccio della gamba destra sul siluro di Lukaku dall’area di rigore al 90’ di Lazio-Inter 2-1 costituiscono semplicemente l’emblema dello spirito guerriero di trenta ragazzi che si sono riscoperti una grande famiglia dentro e fuori dal rettangolo di gioco. La storia del mondo – così Mitch Albom chiude il bestsellerLe cinque persone che incontri in cielo” è fatta di infinite storie, che poi in fondo sono sempre parte della stessa e in qualche modo sono sempre la stessa. Così quella della Lazio targata 2019/2020. La storia di Strakosha, antidivo cui nel 2015/2016 a Salerno veniva preferito l’attuale secondo portiere della Fiorentina Terracciano. Da quelle sole 11 presenze coi granata ai rigori parati a Dybala, Lautaro e Nainggolan, dall’esordio a San Siro ai miracoli su CR7 ne è passato di tempo, e grazie anche al lavoro quotidiano della “istituzione” che porta il nome di Adalberto Grigioni e all’apporto prezioso di Gianluca Zappalà, l’albanese primeggia in Italia per percentuale di tiri parati (78.4%) e confeziona con continuità interventi portentosi e risolutivi, ostentando una reattività tra i pali sconosciuta ai più. La storia di Milinkovic-Savic, attore da Oscar di ogni partita che conta: gol vittoria a Juventus e Inter nei successi degli scontri diretti e primo per chilometri percorsi in 16 delle 18 gare giocate novanta minuti: Simone gli ha cambiato ruolo e lui ci si è calato alla perfezione, senza fiatare, facendo parlare una qualità e una possanza fisica da far impallidire ogni duellante che ritenga di ricoprire lo stesso ruolo. La storia di Luis Alberto, gioia per chiunque ami questo sport: alla delizia con cui vede il gioco e smista palloni ha abbinato la “garra” in fase difensiva che lo ha reso tra i migliori “recupera-palloni” delle gare di gennaio e febbraio. Centrocampista totale e letale; se per il talento deve ringraziare la mamma, Inzaghi gli ha restituito entusiasmo e se l’è letteralmente inventato in un ruolo in cui lo ammira tutto il mondo calcistico. La storia di Felipe Caicedo, talismano assoluto (nelle 17 partite in cui ha segnato in A da quando è a Roma si registra un solo k.o., in Lazio-Chievo 1-2, ndr) che ha pronunciato la parola “scudetto” già a Natale e che ha eguagliato il bottino della stagione precedente (8 reti) con 12 gare di anticipo. Era tra le sfide più ardue di Simone, anche questa è stata vinta. “Caicedo si allena alla grande, era fischiato per il gol fallito a Crotone, oggi è amato dalla gente che lo adora, io ho sempre chiesto esplicitamente alla società di declinare ogni offerta e tenerlo a tutti i costi, è un ragazzo esemplare e un giocatore fortissimo”. Descrizione perfetta, chapeau al mister da parte di tutti coloro che han dovuto gioiosamente ricredersi e cantare sulle note del ritornello che impazza nello spogliatoio “Amami o faccio un Caicedo”, reinterpretazione che non farà arrabbiare troppo Coez, che nell’originale parlava di “casino”. Essenziale ragione per cui l’ecuadoregno ha ammesso di essere rimasto a Roma, Inzaghi ha puntato tanto su di lui, permettendogli di guadagnarsi l’amore della gente, che ha letteralmente perso la testa per l’ex Manchester City. La storia di Patric, che ha tramutato mugugni in applausi scroscianti sciorinando applicazione, doti tecniche importantissime e trovando anche il primo gol con la Lazio in Coppa Italia; di un Correa che sta pian piano migliorando il feeling con la porta. Anche il Tucu, schierato col contagocce e soprattutto come arma da sganciare a gara in corso nel girone di andata 2018/2019, è stato gestito alla perfezione nel suo percorso di maturazione, e con Inzaghi è diventato per la prima volta in carriera attaccante, una seconda punta pura che senza dare punti di riferimento ha fatto spesso venire il mal di testa alle retroguardie rivali, risultando determinante in ogni vittoria dal gusto pregiato. Quella di ogni componente della storia della Lazio è la storia di potenziali antidivi di cui Simone ha saputo esaltare qualità mentali e tecniche. Da Ciro Immobile, in corsa per la Scarpa d’Oro, con Chinaglia nel mirino tra i migliori marcatori all-time del club (da quando il bomber di Torre Annunziata è a Roma solo Messi e Lewandowski hanno gonfiato più volte la rete di lui), e che ha una media tiri in porta/gol di 2,07 (vale a dire che quando prende la porta segna una volta su due); ad Andre Anderson, che ha esordito con i grandi e troverà spazio; da Silvio Proto (sempre tra i primi ad esultare smodatamente dalla panchina) che grazie a Simone ha messo in bacheca altri due trofei giungendo ad essere il laziale più vincente in rosa (la bellezza di 16 titoli in bacheca in 18 anni di carriera) a Marco Parolo, che da titolare fisso e pilastro è divenuto primo cambio di lusso e viene immortalato, da senatore, a cantare a squarciagola l’inno della Lazio al fischio finale di ogni gara che si giochi all’Olimpico. La storia di Danilo Cataldi, che con Inzaghi giocava sin dai tempi della Primavera e con la sua Lazio si è tolto lo sfizio di finire sul tabellino dei marcatori nel derby, in Supercoppa ed anche nell’ultima trasferta di Genova. Sempre reti d’autore da fuori area, è divenuto il mago delle punizioni ed è abbonato a segnare il “terzo” gol, prendendo alla lettera il coro/incitamento della Curva. La storia di Stefan Radu, che non poteva certamente essere il figliol prodigo. In estate sembrava fuori dai piani, col Bologna ha fatto 300 in A e diverrà tra i calciatori più presenti di sempre con l’aquila sul cuore, rimanendo tra i capitani di fatto della squadra pur senza la fascia al braccio. La storia di due uomini e due leader straordinari come Acerbi e Leiva, che agli sgoccioli di due ottime carriere hanno deciso di venire a vincere alla Lazio e a mettere a disposizione di una famiglia unita e leale la loro esperienza da vendere. Il comandante di questa sbalorditiva banda indossò il numero che attualmente è del Sergente. Non di ferro, ma dal carattere fermo.

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QUALITA’ RARISSIME – Connaturato aplomb, la caparbietà che incarna l’ostinazione della congruità a se stessi, la linearità di un tragitto che ha smussato i lati più spigolosi di un’indole sempre indefessa, l’abilità di sradicare ogni etichetta, l’umiltà della tensione all’apprendimento, l’acume del riconoscimento dell’errore formativo, un temperamento tranquillo che non abbisogna di eccessi per autoalimentarsi; l’immane distanza livori o attitudini rancorose o vendicative, la duttilità che permette di passar sopra ad episodi di apparente insubordinazione, minimizzandoli in pubblico per approfondirli in famiglia, luogo in cui per antonomasia si lavano i comunque saltuari panni sporchi. L’autorevolezza per togliersi senza arroganza qualche sassolino dalla scarpa, la tempra esigente di chi non intende tornare a casa a bocca asciutta. Una credibilità guadagnata tramite lavoro e l’ardente inclinazione alla cura del particolare, puntualmente esteriorizzata in analisi puntigliose dei punti deboli degli avversari, un modo per infondere nelle proprie pedine fiducia e strumenti utili a non trovarsi mai impreparati. Nessuna esaltazione, spalle troppo larghe per farsi sviare da facili (e in tal caso comunque ampiamente giustificabili) entusiasmi. Così a chi gli parla di futuro lontano lui ricorda: “Ora noi dobbiamo tenere i piedi per terra, guardare partita per partita, sapendo che i giudizi nel calcio cambiano velocemente”. Soddisfazione, non appagamento. Esperimenti sì, ma anche certezze a fungere da cardini. Plurimi esperimenti tattici prima dell’approdo ad una difesa a tre ormai collaudata, che grazie al metronomo e “tuttocampista” col “6” sulla schiena e all’abnegazione e collaborazione di Luis Alberto e Milinkovic ha assunto i crismi di un fortino impenetrabile. Notevole capacità di trasmissione dei concetti di gioco abbinata ad una spigliata propensione a perdere la voce nelle fasi più concitate delle partite. Quel marcato sbracciarsi nei minuti oltre il novantesimo per segnalare al direttore di gara a gran voce di porre fine alle ostilità, l’istinto primordiale a proteggere la squadra – come possibile – da critiche o macroscopiche sviste arbitrali, la capacità di smorzare i toni quando tutto sembra andare per il meglio e di non disperare nelle circostanze perigliose: sono solo alcune delle istantanee sparse indicative di un’adesione globale a quell’incrollabile moralità cui spesso ha fatto cenno anche il presidente Lotito. Il risultato è solo logica conseguenza. “In altri campionati col punteggio che abbiamo saremmo primi con largo vantaggio su seconda e terza. Ora siamo qui, in pochi punti con Juve e Inter, e ce la giocheremo”. Grazie al collettivo, alla lazialità che ha saputo infondere nei calciatori, ad una preparazione meticolosa e ad un lavoro egregio della società, Inzaghi è riuscito a ribaltare ogni pronostico, ad annullare ogni presunta inferiorità nella qualità e nella lunghezza della rosa rispetto a club anche a ragione più reclamizzati. Si consideri, con valore solo esemplificativo, come l’ultimo duello tra Lazio e Inter – impari alla vigilia almeno sulla carta in considerazione dei quasi 180 milioni spesi dai nerazzurri nelle ultime due sessioni di mercato, di un totale di spesa per i cartellini dei calciatori titolari di oltre 270 milioni contro i poco più di cinquanta dei padroni di casa, ed in virtù di un differenziale d’esperienza notevole se si guarda alle presenze in Champions League delle due rose (56 apparizioni dei calciatori biancocelesti contro le 328 dei singoli nerazzurri) – si sia concluso con la vittoria delle idee, di una gara preparata in modo gladiatorio che ha fornito l’ennesima dimostrazione inzaghiana di come anche mercati faraonici o acquisti di lusso possano scolorire e impallidire di fronte alla forza di una storia, di una storia d’amore.

Niccolò Faccini

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