LA CASA DI SIMONE pt.2 – L’angelo del Fersini, la freddezza dal dischetto, il calore dalla panchina. Quando il compleanno più bello coincide con una sconfitta nel derby…

 

di Niccolò Faccini

SI AMA SECONDO LA PROPRIA STORIA – John Keats e James Joyce sono state due icone della letteratura d’Oltremanica dei secoli diciannovesimo e ventesimo. Il primo indovinò come “Una cosa bella è una gioia per sempre”, poiché forse i giorni belli che non tornano son proprio quelli che poi restano e che abbiamo la facoltà di risfogliare sorridendone; il secondo svelò l’arcano intrinseco al concetto di dono. Quando hai una cosa, questa può esserti tolta, è nelle tue mani per mero accidente. Ma esiste un modo in cui quest’ultima può divenire propriamente tua per sempre: è quando l’hai donata. Allora nessun ladro te la può rubare. Per molti una contraddizione in termini, non per il numero 21 di una Lazio pirotecnica che il 14 marzo del 2000 infliggeva un perentorio 5-1 al Marsiglia in Champions League. In quella fantastica notte Simone non si limitò a siglare un poker ed entrare nell’èlite di coloro che sono riusciti in questo record individuale (tra gli altri van Basten, Altafini, Ibrahimovic e Shevchenko), ma fece molto di più: regalò una notte indimenticabile ad una magica cornice di pubblico, finalizzando al meglio gli assist dei compagni e indicando gli autori dei passaggi vincenti dopo ogni marcatura, esaltando la forza del gruppo. Il fratello Pippo la ricorda così: “Ero a casa con nostra madre nel mio appartamento a Torino, ad ogni suo gol urlavamo come dei pazzi fino a quando i vicini non sono venuti a suonarci preoccupati. Non si capacitava nemmeno lui di essere entrato di diritto nella storia”. Umiltà e riconoscenza, valori con origini antiche, così diametralmente opposti ad autocelebrazioni o presunzione, proprie di altri mondi, non del suo modo di essere. Potersi in rari casi potersi prendere gioco del tempo è tra le più notevoli facoltà concesse agli esseri umani, e di quella sera Simone si tiene le emozioni donate ad un pubblico in visibilio, la consapevolezza di cominciare a sentirsi amato e di voler ricambiare quell’amore. Non con dediche folli o spergiuri, non con ostentati baci allo stemma raffigurato sulla casacca, ma con quella cura del particolare e quella delicatezza con cui due decenni più tardi avrebbe costruito una bellissima famiglia. Perché, come qualcuno scrisse nella colonna sonora di Titanic, “l’amore è quando io ho amato te”, perché nessuna storia d’amore è uguale ad un’altra, e perché la realtà è che ognuno ama secondo la propria storia.

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Penalties decisivi: Inzaghi batte Taibi nel giorno dello Scudetto; Immobile trafigge Gollini per il 3-3 che vale la pista del decollo nella stagione in corso

 

DISCHETTI – Riduttivo sarebbe dipingere l’avventura calcistica di Simone riferendosi a singoli punti di luce, è il suo intero cammino da laziale a farlo brillare di luce propria e mai riflessa. Se è vero, con Hemingway, che siam tutti apprendisti in un mestiere che non permette a nessuno mai di diventare maestri, l’esperienza a tinte biancocelesti di Inzaghi è una commistione armonica irriducibile ad una definizione onnicomprensiva, un fluire incredibile di corsi e ricorsi storici, flash-back, immedesimazioni. Quando ti chiami Simone Inzaghi, alleni Ciro Immobile e lo spedisci sul dischetto nell’attimo di sospensione in cui la pallina da ping pong staziona sulla rete in attesa di emettere il suo verdetto, hai piena cognizione di quanto pesi quel pallone di cuoio. Del resto a tirare i rigori pesanti sei stato abituato. Sbagliavi quelli ininfluenti, come quello con l’OM, per gonfiare la rete il 14 maggio del 2000 nella sfida scudetto contro la Reggina, poco prima che a Perugia venisse giù il nubifragio come a voler differire una festa memorabile. Era una sfera marmorea quella da infilare alle spalle del portiere dei calabresi Taibi alle 15.35 di quella giornata romana soleggiata: bisognava sbloccare il match, la Lazio non v’era ancora riuscita e il nervosismo iniziava a diffondersi negli aquilotti. Respiro profondo, poi estremo difensore da una parte, pallone dall’altra, braccia aperte ed ali spiegate, come Immobile nell’istante del 3-3 che ha impresso la svolta ad una stagione da incorniciare. Prima giocatore, poi guida tecnica, cosa è mutato in fondo? Forse è proprio vero che tutto deve cambiare perchè nulla cambi. Ancor maggiore l’ardore, immutata la sua fede biancoceleste, di cui propugna la bellezza.

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Siviglia, Sanchez Pizjuan – Immobile prova il pallonetto, Inzaghi lo accompagna dalla panchina assieme a Silvio Proto

 

LA PIU’ BELLA SCONFITTA DI SEMPRE –Lascia che l’anima rimanga fiera e composta seppur di fronte ad un milione di universi”, scriveva Walt Whitman nel “Canto di me stesso”. Così Inzaghi ha guardato in faccia difficoltà, critiche, trionfi. Incomprensibile a chi non ha avuto la fortuna di viverlo, l’universo Lazio genera “un senso di appartenenza molto forte. Io sono laziale, ho due figli laziali, la lazialità cerco di trasmetterla ai miei giocatori”. Basti guardarlo a mani giunte dalla tribuna di San Siro, quando si rivolge ai piani alti e poi salta in cielo al rigore trasformato dal suo generale Lucas Leiva, poi a Siviglia, quando assieme a Silvio Proto mima il pallonetto accompagnando il suo bomber Immobile nel calciare davanti al portiere, pallone sfortunatamente alto. Si guardi alle corse sfrenate sotto la curva o ai chilometri percorsi per accompagnare la manovra dei suoi calciatori in campo, alle marcature a uomo sugli assistenti di linea: il segreto della Lazio è semplice e sfida ogni normativa sportiva. La Lazio gioca in dodici già sul rettangolo verde, il suo pubblico è soltanto il tredicesimo uomo. Già, perché la veemenza, la passione, l’immedesimazione con cui Simone suda e vive le gare, il suo fervore nel dare indicazioni è impareggiabile. Kierkegaard aveva ragione: osare è perdere momentaneamente l’equilibrio, non farlo è perdere se stessi. Simone può aver perso qualche battaglia, ma non si è mai perso. L’uomo con la Lazio nel destino ha fatto tutta la trafila, dagli Allievi Regionali alla Primavera, cui ha portato in dote tre rilucenti coppe: una Supercoppa italiana vinta battendo per 1-0 il Chievo Verona, la Coppa Italia nella storica finalissima dell’Olimpico con un 2-0 nel derby di ritorno, la Supercoppa alzata al cielo del Franchi di Firenze nel 2015. Un unico rammarico, quella finale scudetto persa ai calci di rigore contro il Torino. Andatelo a dire oggi, a quel Simone, che può fregiarsi di essere il primo e l’unico ad aver vinto Tim Cup e Supercoppa italiana da giocatore, da allenatore dei giovani, da allenatore dei big. Con la stessa maglia, è sottinteso. Dov’è nato questo score travolgente? Dai giorni meno luminosi. Dall’abitudine a combattere. Quando subentra a Stefano Pioli come “traghettatore” della prima squadra nella stagione 2015/2016 deve gestire le scorie di un secco 4-1 inflitto dai cugini in una stracittadina storta. L’avvicendamento avviene proprio in quel mesto pomeriggio del 3 aprile 2016: quando le redini della prima squadra vengono affidate a Simone, Thomas Strakosha è a Salerno e non ha ancora disputato un minuto nella massima Serie, Onazi dà più garanzie di un ancora inevitabilmente acerbo Milinkovic, e in organico – oltre al serbo – tra coloro che avrebbero composto la rosa del 2019/2020 sono presenti solo Radu, Parolo e Lulic.

Un anno dopo, alle calende del marzo 2017, sarebbe riuscito nell’impresa più ardua che esista in orbita biancazzurra, quella di guidare la Lazio in una sconfitta che sia non solo bella e dolce ma la più bella e dolce della storia, quel k.o. ininfluente di un derby di ritorno di Coppa Italia che seguiva ad una partita di andata (2-0 con le firme di Milinkovic e Immobile) che rappresenta forse più di ogni altro match il vero e proprio manifesto programmatico estasiante del suo calcio. “Forse è stata l’unica volta in cui l’ho sentito al telefono davvero preoccupato prima di una partita”, rammenta il fratello in riferimento ad una vigilia le cui acque erano state piuttosto “agitate” dalla boriosa previsione sfuggita dalla bocca del centrocampista giallorosso Nainggolan ad un tifoso, profezia – poi prontamente smentita dal campo – che avrebbe voluto la Roma vincente in entrambe le sfide del doppio confronto. Il 3-2 in rimonta subìto per mano della compagine guidata da Spalletti non è sufficiente a rimediare all’adamantino manifesto inzaghiano: nel momento in cui cala il sipario sulla seconda parte della contesa il calendario segna il 4 aprile 2017, e quando Simone racconta le sensazioni ai microfoni sono le 23.40. “Fra venti minuti sarà il mio compleanno e sarà il più bello della mia vita”. I primi derby di Coppa Italia dopo il 26 maggio 2013 sono ancora biancocelesti.

In Serie A il debutto a Palermo è da predestinato: avversario annichilito, 3-0 al Barbera e…niente champagne, perché “Sono convinto che sia solo l’inizio: questa squadra ha nelle corde la capacità di battere chiunque”. Eccola, la profezia che non mente. Sette partite disputate con orgoglio e consapevolezza avrebbero consentito di meritare una riconferma che invece di lì a poco si sarebbe rivelata più sofferta del previsto, perché l’intento della Lazio era quello di diventare “Loca”, pazza, per questo fu contattato Marcelo Bielsa. “Finito il campionato pensavo di rimanere. Poi la società mi ha comunicato che avrebbe cambiato, ma ero stato informato della possibilità di andare a Salerno. Poi quando era tutto fatto a Roma erano iniziati i problemi, quindi mi è stato chiesto di aspettare. Non aspettavo un club qualsiasi, ma la Lazio, la squadra in cui sono cresciuto e di cui sono tifoso, il sogno della mia vita. Rifarei sempre la stessa scelta”. Già, la snervante attesa di poter continuare ad amare colei che ha rappresentato nuova linfa vitale dal primo momento, con l’anima smaniosa a chiedere di un posto, alla guida della prima squadra, che poi, alla fine, c’è. La riconferma su quella panchina è ossigeno puro per Simone, che sperimenta la libertà vera. In fondo non si è mai liberi quando si è nascosti, quando si può andare lontano: forse si è liberi solo alla tana, si è liberi, in definitiva, quando si torna a casa. Si è liberi se a casa si è sempre rimasti, perché Simone dalla Lazio non è mai andato via.

La fase di stallo è stato soltanto un giocare a nascondino. Il gioco del nascondino ti ha insegnato la bellezza insita nel farsi ricercare da chi ti vuole bene, che spesso non si è poi così distanti da chi si cerca eppure a volte non lo si capisce, che non è divertente nascondersi troppo lontano, che celarsi in prossimità della tana puntando sulla velocità rischia di non essere la soluzione migliore, perché a volte correre non basta. Pensa a quanto è bello starsene impietriti ma felici al sapere che qualcuno ci sta cercando. Chè l’essenza del nascondersi sta nel ricomparire, perché altrimenti il gioco non avrebbe fine. Così Simone ha ripreso il suo posto, un posto che nel cuore dei tifosi non aveva probabilmente mai lasciato. Il quasi omonimo di un grande campione della Lazio rispondente all’identikit di Bruno Giordano sosteneva che chi nulla ama non ha nulla di cui andar fiero. Giacchè il nuovo non è un’alternativa allo stesso ma una piega dello stesso. La fierezza dell’avere l’opportunità di ricominciare ancora una volta con la stessa amata è la possibilità di immettere ancora una volta il nuovo nello stesso – come la canzone, il libro o il film, che ad ogni nuovo ascolto, lettura o visione, ci appare foriero di sfumature diverse – e di rendere la novità la regola, sempre per gli stessi colori, sempre per la stessa maglia. Per Simone è l’ennesima sfida.

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L’ANGELO MIRKO – E’ bello costruire nella propria testa un sogno, ma quel che lo rende magico è il confronto col reale. Tutti sono attratti dai sogni preconfezionati, quelli che sembrano perfetti, ma forse poi non lo sono del tutto. E’ lì che sta il bello, nel rapportarsi al sogno quando assume le fattezze del quotidiano, quando lo vedi lì tra le tue dita meno perfetto di come lo attendevi, ma lo ami lo stesso, o forse proprio per le sue imperfezioni lo ami ancor di più, lo ami perché è il tuo, e forse intanto è diventato anche di altri. Ogni condottiero vorrebbe tornare dalla battaglia in compagnia di tutti i soldati, sarebbe il sogno più perfetto. Ma poi c’è la vita con le sue atroci contraddizioni e feroci battute d’arresto. Così l’armata di Simone ha perso un soldato valoroso, che Inzaghi porta nel cuore e che lo accompagna senza retorica in ogni vittoria o sconfitta. “La più grande delusione che io abbia mai avuto nel calcio è stata veder morire quel ragazzo di 17 anni, una vicenda incomprensibile per un essere umano. Mi fermo spesso a pensare a Mirko e alla sua famiglia, cui va sempre il mio abbraccio e sostegno. Da lassù sarà sempre con noi”. La storia di Mirko Fersini è vivida e forte nel cuore di Simone, che probabilmente lo avrebbe fatto esordire e gli avrebbe consentito di spiccare il volo su grandi palcoscenici come avvenuto per Murgia e Cataldi, autori, guarda caso, di due pennellate che hanno portato in bacheca due Supercoppe con la più quotata Juventus. L’intitolazione del campo di allenamento è solo un infinitesimale gesto, che contribuisce però a far sì che mai sulla tragicità della vicenda che ha coinvolto il piccolo angelo laziale scenda l’oblio della memoria. “Tanti non ci sono più, ma vivono perché esisti tu, che sei la nostra gloria, che sei la mia vittoria, la mia bandiera al vento, il nostro canto, il nostro vanto”, cantava “Aldarello”, e allora continuare a lavorare con ardore e orgoglio è un modo per far sorridere il piccolo assistente celeste di Simone, sebbene a distanza. Che poi, quale?

CAPOLAVORI – Si dice che chi abbia un perché abbastanza forte possa superare qualunque “come”. E in effetti le prime tre stagioni di Simone da tecnico della prima squadra sono un’altalena di emozioni: dalle semifinali di Europa League sfiorate nel 2017/2018 alla Supercoppa del 3-2 di Murgia; dalla vittoria trionfale allo Stadium di Torino contro la Vecchia Signora alla Coppa Italia conquistata all’Olimpico contro una squadra spesso ancor più acclamata della Lazio come l’Atalanta, che arrivava a Roma con l’etichetta di “Ajax italiana” e col vento in poppa. Una serie di capolavori tattici sbalorditivi per chi avesse dubitato di lui e di uno staff eccelso capitanato dall’allenatore in seconda Farris. Perché la Lazio è un gruppo granitico e l’unione conferisce una forza mai vista prima. Un’estromissione dalle semifinali di Tim Cup 2017/2018 che grida vendetta, avvenuta ai calci di rigore col Milan di Gattuso (che poi sarebbe stato vendicato da Correa), una qualificazione alla Champions League persa al fotofinish il 20 maggio di una stagione condizionata terribilmente da sviste ed orrori arbitrali. Chi non riesce a godere di una Lazio che ha nuovamente infiammato un popolo intero si soffermerà poco lucidamente su un ottavo posto, quello ottenuto nella graduatoria finale della stagione scorsa, che è il frutto di un ultimo mese di campionato balordo, data l’inevitabile preparazione ad un appuntamento da dentro e fuori quale quell’Atalanta-Lazio che ha permesso ad Inzaghi di vincere la Coppa Italia anche da allenatore dei big. C’è chi si sofferma sul rendimento poco nobile con le grandi del campionato, chi rimprovera alla Lazio di sciogliersi spesso sul più bello, chi pensa che con il mercato alle porte la rosa possa perdere ulteriore terreno sulle prime della classe. Ma Simone va avanti su una strada ormai ben chiara, prendendo le distanze dalla tracotanza che non si addice al suo stile elegante e serioso. La compostezza del contegno, la maestosa professionalità, l’equilibrio perduto solo nell’occasione di Dinamo Kiev-Lazio di Europa League: l’unico scivolone in cui può incappare è quello goffo di un’esultanza giustificata. Simone ha un grande vantaggio: ricorda bene da dove è partito. Del resto è stato spesso abituato a dover lottare con meno risorse delle altre, a doversi reinventare, a dover dare il 120%, lo ha sempre fatto senza una parola fuori posto.

Ha condotto la sua Lazio ad orizzonti luminosi, ma anche l’amore più forte richiede fatica e tante energie, e in una vita che corre a volte è utile comprendere l’importanza di fermarsi. Nessuna cosa può garantire uno stato di felicità perpetuo e costante, gli alti e bassi son propri della vita ed anche la stessa vista deve fisiologicamente prendersi delle pause. Fanno rumore, a volte, le parole, ma più rumore sa fare talvolta il silenzio, quello che fa storcere il naso a qualche tifoso della Lazio, che quando Lulic alza al cielo la coppa Italia quel 15 maggio 2019 si interroga sul futuro e si accorge di non sapere con certezza chi siederà sulla panchina della Lazio negli anni a venire. “Ora è già tardi, ma è presto se tu te ne vai”. Meglio non pensarci.

Niccolò Faccini

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