LA CASA DI SIMONE pt.1 – Quota 90 nel destino, la luce di Gaia, lo scetticismo da vincere, la resilienza

 

Di Niccolò Faccini

C’è sempre un momento che cambia per sempre i nostri giorni e ci ricorda cos’è che conta davvero. L’amore può fare tutto ciò che vuole.

La vita di ognuno di noi si gioca tutta nella risalita dall’apnea, nel modo in cui decidiamo di tornare a galla dopo quell’immersione (che etimologicamente è sia ciò che ci fa toccare il fondo che ciò ci mette in contatto con le cose più profonde) che per ognuno di noi è rivelatrice della massima bellezza e del più stringente dei limiti. Fare l’esperienza di mettere la testa in mare combina il fremito della scoperta della profondità e il carattere temporaneo della felicità con la prova della nostra finitudine, l’esigenza di risalire, ma soprattutto costituisce il viatico al mistero dell’amore, la splendida rivelazione per cui se la vita reale si svolge in superficie è perché sott’acqua ci manca il respiro, e nel cammino dell’esistenza tutto ciò che può renderci felici è trovare e riconoscere chi sappia restituircelo, dosandolo nel modo più perfetto per farci vivere pienamente. L’esposizione assoluta alla preziosa libertà dell’altro e la ricerca dei legami veri e durevoli comportano sacrificio, responsabilità e coraggio, ecco perché la liquida e consumistica società moderna li declassa a rischi da cui rifuggire per abbracciare gli antitetici tentacoli ammaliatori della costante novità inserita brutalmente in una logica di accumulazione, che spesso si tramuta in continua evasione, ed incoraggia l’assoluto disimpegno emozionale.

Eppure, la massima espressione della nostra essenza, il grado più alto della nostra identità, deriva dal regalarci alla persona amata. “L’identità di ogni individuo mantiene una curiosa intangibilità che elude gli sforzi di offrirne un’espressione verbale non equivoca”. Come nota Hannah Arendt ne “La condizione umana”, nel momento in cui ci chiedono “chi” una persona sia ci troviamo sempre, volenti o nolenti, impigliati in una descrizione delle qualità che egli condivide inevitabilmente coi suoi simili: finiamo cioè per descrivere un insieme di qualità, un carattere, un tipo, in parole povere diciamo “che cosa” quella persona sia. La condivisibile opinione della filosofa tedesca è che per accedere alla comprensione di “chi” qualcuno fu, è stato o è, non esiste altro modo che conoscere il suo percorso, dalla nascita all’immersione, dalla risalita ai sogni, da ciò a cui ha rinunciato fino agli obiettivi che ha raggiunto, dai dolori che ha subìto all’amore che ha dato. In definitiva, coniando le parole arendtiane, possiamo accedere al “chi è” di un uomo “solo conoscendo le sue scelte, la sua storia, la storia di cui egli stesso è l’eroe”.

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LA PAROLA EROE, LA PAROLA AMORE – Curioso e decisamente poco casuale che la parola “eroe” derivi dal vocabolo omerico “heros” e che l’amore che si oppone alla morte fino a vincerla sia stato espresso fin dall’antichità col termine “eros”: la medesima radice ci invita a recuperare il carattere eroico dell’amore e a guardare all’eroismo senza mitizzazioni. Il concetto di “eroe”, in Omero come in Arendt, non è sinonimo di semidio né corollario di un processo di deificazione proprio degli antichi combattenti epici: l’eroe, sin dal significato primigenio attribuitogli in età classica, ha le sembianze di un uomo libero che sia capace di amare a tal punto da mettersi in gioco, quindi un uomo le cui azioni siano degne di essere narrate e in tal modo possano RIMANERE. L’essenza del “coraggio” dell’eroe tipicamente umano ci è fornita dalla stessa etimologia del lemma, cioè “avere e seguire il cuore”, ovvero l’audacia di abbandonare il proprio riparo ed accettarsi artefice dei propri gesti, lasciare che per qualcuno possano essere stra-ordinari, mostrare al mondo “chi si è” tramite parole e azioni. Non è soltanto sul campo di battaglia, o forse è proprio in tutti i luoghi ad eccezione del campo di battaglia, che si può essere, veramente, eroi.

Quanto di più lontano dalle prodezze titaniche ostentate nei grandi film; del carattere quotidiano dell’eroismo deve essersi accorta già qualche anno fa Gaia Lucariello, che avrebbe poi umilmente rinunciato a questo appellativo non prima di aver salvato la vita ad una bambina prossima al soffocamento, diventandone di fatto un terreno angelo custode. In occasione di una cena andata in scena nell’agosto 2017 il soccorso immediato della donna alla bimba di nove mesi tramite la pratica di una manovra di disostruzione pediatrica su lattante ha evitato una tragedia e sensibilizzato l’opinione pubblica (di fronte all’impietoso dato per cui in Europa circa 600 bambini muoiono ogni anno per soffocamento) sull’importanza del custodire nel proprio bagaglio le nozioni essenziali di pronto soccorso nonché la manovra di Heimlich, al fine di permettere a chi abbia ingerito un alimento ingombrante e pericoloso e si veda ostruite le vie respiratorie, di espellerlo prontamente. “Mi chiamano ‘eroina’ ma io sono solo una mamma che ha avuto coraggio e lucidità per agire, mi sono presa una grande responsabilità. Quando ho chiamato il mio compagno per raccontagli l’accaduto ero in lacrime. Poco dopo mi ha scritto: ‘Sono fiero di te’ ”. Umiltà, responsabilità, lucidità, coraggio, fierezza, amore. Questi elementi di una piccola grande storia di vita vissuta risultano pienamente presenti e imprescindibili per analizzare il “chi è” – nel senso finora esposto – del condottiero che ha scelto la prima squadra della Capitale di uno dei paesi più belli e ricchi di storia tra le centinaia di cui si compone il globo terrestre, e l’ha portata ad essere, nella stagione in corso, quella che l’indimenticato Aldo Donati definiva in una delle sue più celebri e toccanti canzoni “La più bella di tutte quante”. Non storcano il naso Cesare o Annibale, non si adirino Ettore o Achille. Prima la storia dell’uomo Simone e poi la storia dell’allenatore Inzaghi trasformano un giovane e robusto ragazzo, un marito di una donna coraggiosa, un premuroso papà di famiglia, un uomo di sport e maestro di calcio in un vero eroe. A prescindere da come saprà concludersi l’annata in corso 2019/2020, al di là di ogni possibile risultato o di quanto diranno ai posteri gli almanacchi, ecco spiegato brevemente perché l’artefice dei sogni di un intero popolo è riuscito nell’impresa di scrivere una favola su cui già si può apporre il canonico e sognante sigillo “e vissero tutti felici e contenti”.

aprile 78 simone

UNIVERSO VALORIALE E FASCINO DEL NORMALE – Nell’immensità della raccolta aforistica di Friedrich Nietzsche si osserva come “quei pochi che furono visti danzare vennero sempre giudicati pazzi da tutti coloro che non potevano sentire la musica”, e quantomeno a livello metaforico un tipo speciale di danza – quella col pallone tra i piedi – ha interessato sin dagli albori l’esistenza di Simone Inzaghi. Pacatezza, spontaneità, universo valoriale solido, il Simone che genuinamente inseguiva una sfera di cuoio nel periodo dell’infanzia è in una foto dell’aprile 1978 esteticamente tutt’altro che dissimile dal piccolo Lorenzo, il primo figlio che avrebbe avuto decenni dopo dalla sua moglie Gaia. Capelli folti, occhi vispi, papà Giancarlo e mamma Marina parlano di un bambino senza pretese altisonanti.

“Frequentava assiduamente la parrocchia, con noi aveva un rapporto speciale, da adolescente non ha mai visto una discoteca, è cresciuto amando andare col papà a pescare nei laghetti e portare a casa intere ceste di funghi”. Il fascino oggi talvolta osteggiato della normalità, l’entusiasmo alla vista del pesciolino che abbocca, la canna da pesca che tira e un’attrazione quasi fatale per la raccolta dei porcini che avrebbero potuto fargli intraprendere la strada della micologia. Ma soprattutto, l’amato pallone, unica perpetua richiesta. “Simone, come il fratello Filippo, chiedeva solo quello”. I campetti in manto erboso, la ghiaia, le pozzanghere, poco importava il luogo: San Nicolò, in provincia di Piacenza, diventava perennemente teatro di pomeriggi all’insegna del divertimento. La bellezza di ciò che si vede nel presente è sublimata dalla serie di esperienze immagazzinate per arrivarci, così le radici dell’odierno Simone nascono lì, quando a quattordici anni “sfidava gente di trenta” con la faccia tosta di chi sa cosa vuole e da dove viene. Oggi la quota scudetto nel campionato italiano si aggira attorno ai 90/92 punti, che a Simone non hanno mai fatto paura, nemmeno quando “novantadue” era il numero clamoroso di reti messe a segno in una sola stagione nel campionato esordienti a seguito di una piccola parentesi nei pulcini. Perdere ad Inzaghi non è mai piaciuto, salvo il caso del pullman che avrebbe dovuto portarlo a scuola, sovente sostituito dalla panda della mamma, costretta a sopperire alle sveglie prese alla leggera scapicollandosi in fretta e furia per accompagnarlo sul filo del rasoio. Rincasare all’ora di pranzo era sinonimo di avvicinamento al cortile, dove il bersaglio fisso era il portone del garage. Alza gli occhi al cielo, papà Giancarlo, quando racconta di come “sembrava che si divertisse a prenderlo a pallonate, era pieno di segni circolari, i vicini si lamentavano per i rumori ma il loro riprendere Simone e il fratello e richiamarli alla calma si rivelava sempre vano”. Il poster del centravanti beniamino Armando Mulinacci in camera, sogni balenanti per la testa che sembravano proibiti e che sarebbero divenuti tutt’altro che astrazioni senza esito. Una “malattia” bella che diviene professione, i calci presi alle gambe con la maglia rossonera del Pertuso e poi al San Nicolò tra giovanili e prima squadra a fungere da insegnamento per i momenti duri che sarebbero puntualmente venuti.

COME LA FENICE – Simone aveva un fisico più importante della corporatura dei coetanei, e di batoste – fisiche e non solo – ne ha prese tante. Ha imparato la sovranità e la strumentalità utile e indispensabile del sacrificio, è il motto che sorge con Eschilo e che – riprendendo Tiziano Ferro, tra gli idoli della donna che avrebbe avuto al suo fianco, ha espresso nella formula: “Ciò che non uccide fortifica”. Attraverso il dolore, l’apprendimento; nella tristezza, la lezione. Se per un noto autore spagnolo contemporaneo ci sono delusioni che fanno onore a chi riesce a viverle, sono in pochi a riuscire non solo a viverle, ma anche a convertirle – a costo di un percorso pur lungo ed estenuante – in sprone. Le fatiche accumulate sui campi di Serie C, così distanti dal paradiso dei “grandi”, hanno permesso a Simone di affrontare i primi intoppi da professionista con la stessa modalità che oggi, da mister, spesso ripete in conferenza: “nel migliore dei modi”. Vale a dire, sfruttando le cadute per crescere. Dalle ceneri la rinascita, la sua storia ricalca la peculiarità della fenice. Giuseppe Materazzi lo fa esordire in A col Piacenza, Simone deve sorbirsi il pubblico che borbotta e caldeggia con vigore l’ingresso del più esperto Ruggero. I tifosi rumoreggiano all’ingresso del giovane, lui risponde col gol alla squadra di cui sarebbe diventato tifoso in eterno. Sliding doors: c’è scetticismo quando nell’estate 1999 sbarca nella Città Eterna con l’eredità più pesante, quella di sostituire un mostro sacro come Vieri, che col gol al Maiorca ha appena consegnato al club capitolino la Coppa delle Coppe, primo trofeo internazionale di una storia centenaria. Ebbene, Simone sarebbe diventato il miglior marcatore di sempre nelle coppe europee con l’aquila sul petto. Ancora: nell’agosto 1999 al Louis II c’è in palio il primo trofeo con la nuova maglia, l’occasione che aspetti da una vita, sfidi i “Diavoli Rossi” della leggenda Ferguson, la crème de la crème del football, le icone Neville, Scholes, Beckham, Keane, Sheringham, parti come unica punta titolare e al minuto 23 sei già costretto a lasciare il campo per una gomitata di Stam che ti procura anche una frattura scomposta del setto nasale. Non basta, il tuo posto lo prende Salas che sigla il gol decisivo per la conquista del trofeo, una mazzata che a livello individuale avrebbe potuto annientare anche il più forte. Ma tu reagisci, Simone, è la tua indole. E diventi il miglior marcatore stagionale tra tutte le competizioni, lo fai nell’anno più importante, quando conta davvero, l’anno dello scudetto. Dimenticare i favori del pronostico, vedere la luce solo in fondo a tunnel interminabili e pieni di curve, essere distanti dalle luci della ribalta, avere i riflettori sempre spenti puntati addosso, eppure riuscire a trovare l’interruttore per accenderli, proprio sul più bello. Questo è il fil rouge che lo lega all’aquila, questo il motivo per cui la storia della Lazio è la storia di Simone Inzaghi e la storia di Simone Inzaghi è quella della Lazio. Del resto il suo punto di forza, quindi di luce, sono sempre state le idee chiare. Tra le prime interviste romane, ai microfoni di Sport Station aveva dichiarato: “Sono qui alla Lazio perché la Lazio è il meglio”. La domanda sorge spontanea: come aveva fatto a capire tutto così in fretta?

Niccolò Faccini

 

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