“LA CASA DI SIMONE” – La mirabile storia di Inzaghi, l’uomo che ha dimostrato che scegliere di rimanere a casa è l’unico modo per essere davvero liberi e a volte può essere il viatico per diventare eroi – SPECIALE

 

  • PARTE 1 – Quota 90 nel destino, la luce della moglie Gaia, lo scetticismo da vincere, la resilienza
  • PARTE 2 – L’angelo del Fersini, la freddezza dal dischetto, il calore dalla panchina, il compleanno più bello di sempre è una sconfitta!
  • PARTE 3 – La libertà di rimanere a casa: permanenza, vittorie, TUTTI i record stagionali. Ecco le qualità del Simone uomo mostrate da allenatore
  • PARTE 4 – Il rapporto col tifo, il paragone col “Maestro”, la bellezza eterna di un percosso (eppure) ancora incompiuto
  • PARTE 5 – #iorestoacasa, ecco perché Simone è diventato eroe scegliendo di rimanere a casa

 

aprile 78 simone

 

Di Niccolò Faccini

C’è sempre un momento che cambia per sempre i nostri giorni e ci ricorda cos’è che conta davvero. L’amore può fare tutto ciò che vuole.

La vita di ognuno di noi si gioca tutta nella risalita dall’apnea, nel modo in cui decidiamo di tornare a galla dopo quell’immersione (che etimologicamente è sia ciò che ci fa toccare il fondo che ciò ci mette in contatto con le cose più profonde) che per ognuno di noi è rivelatrice della massima bellezza e del più stringente dei limiti. Fare l’esperienza di mettere la testa in mare combina il fremito della scoperta della profondità e il carattere temporaneo della felicità con la prova della nostra finitudine, l’esigenza di risalire, ma soprattutto costituisce il viatico al mistero dell’amore, la splendida rivelazione per cui se la vita reale si svolge in superficie è perché sott’acqua ci manca il respiro, e nel cammino dell’esistenza tutto ciò che può renderci felici è trovare e riconoscere chi sappia restituircelo, dosandolo nel modo più perfetto per farci vivere pienamente. L’esposizione assoluta alla preziosa libertà dell’altro e la ricerca dei legami veri e durevoli comportano sacrificio, responsabilità e coraggio, ecco perché la liquida e consumistica società moderna li declassa a rischi da cui rifuggire per abbracciare gli antitetici tentacoli ammaliatori della costante novità inserita brutalmente in una logica di accumulazione, che spesso si tramuta in continua evasione, ed incoraggia l’assoluto disimpegno emozionale.

Eppure, la massima espressione della nostra essenza, il grado più alto della nostra identità, deriva dal regalarci alla persona amata. L’identità di ogni individuo mantiene una curiosa intangibilità che elude gli sforzi di offrirne un’espressione verbale non equivoca”. Come nota Hannah Arendt ne “La condizione umana”, nel momento in cui ci chiedono “chi” una persona sia ci troviamo sempre, volenti o nolenti, impigliati in una descrizione delle qualità che egli condivide inevitabilmente coi suoi simili: finiamo cioè per descrivere un insieme di qualità, un carattere, un tipo, in parole povere diciamo “che cosa” quella persona sia. La condivisibile opinione della filosofa tedesca è che per accedere alla comprensione di “chi” qualcuno fu, è stato o è, non esiste altro modo che conoscere il suo percorso, dalla nascita all’immersione, dalla risalita ai sogni, da ciò a cui ha rinunciato fino agli obiettivi che ha raggiunto, dai dolori che ha subìto all’amore che ha dato. In definitiva, coniando le parole arendtiane, possiamo accedere al “chi è” di un uomo “solo conoscendo le sue scelte, la sua storia, la storia di cui egli stesso è l’eroe”.

Curioso e decisamente poco casuale che la parola “eroe” derivi dal vocabolo omerico “heros” e che l’amore che si oppone alla morte fino a vincerla sia stato espresso fin dall’antichità col termine “eros”: la medesima radice ci invita a recuperare il carattere eroico dell’amore e a guardare all’eroismo senza mitizzazioni. Il concetto di “eroe”, in Omero come in Arendt, non è sinonimo di semidio né corollario di un processo di deificazione proprio degli antichi combattenti epici: l’eroe, sin dal significato primigenio attribuitogli in età classica, ha le sembianze di un uomo libero che sia capace di amare a tal punto da mettersi in gioco, quindi un uomo le cui azioni siano degne di essere narrate e in tal modo possano RIMANERE. L’essenza del “coraggio” dell’eroe tipicamente umano ci è fornita dalla stessa etimologia del lemma, cioè “avere e seguire il cuore”, ovvero l’audacia di abbandonare il proprio riparo ed accettarsi artefice dei propri gesti, lasciare che per qualcuno possano essere stra-ordinari, mostrare al mondo “chi si è” tramite parole e azioni. Non è soltanto sul campo di battaglia, o forse è proprio in tutti i luoghi ad eccezione del campo di battaglia, che si può essere, veramente, eroi.

TRAGEDIA EVITATA – Quanto di più lontano dalle prodezze titaniche ostentate nei grandi film; del carattere quotidiano dell’eroismo deve essersi accorta già qualche anno fa Gaia Lucariello, che avrebbe poi umilmente rinunciato a questo appellativo non prima di aver salvato la vita ad una bambina prossima al soffocamento, diventandone di fatto un terreno angelo custode. In occasione di una cena andata in scena nell’agosto 2017 il soccorso immediato della donna alla bimba di nove mesi tramite la pratica di una manovra di disostruzione pediatrica su lattante ha evitato una tragedia e sensibilizzato l’opinione pubblica (di fronte all’impietoso dato per cui in Europa circa 600 bambini muoiono ogni anno per soffocamento) sull’importanza del custodire nel proprio bagaglio le nozioni essenziali di pronto soccorso nonché la manovra di Heimlich, al fine di permettere a chi abbia ingerito un alimento ingombrante e pericoloso e si veda ostruite le vie respiratorie, di espellerlo prontamente. “Mi chiamano ‘eroina’ ma io sono solo una mamma che ha avuto coraggio e lucidità per agire, mi sono presa una grande responsabilità. Quando ho chiamato il mio compagno per raccontagli l’accaduto ero in lacrime. Poco dopo mi ha scritto: ‘Sono fiero di te’ ”. Umiltà, responsabilità, lucidità, coraggio, fierezza, amore. Questi elementi di una piccola grande storia di vita vissuta risultano pienamente presenti e imprescindibili per analizzare il “chi è” – nel senso finora esposto – del condottiero che ha scelto la prima squadra della Capitale di uno dei paesi più belli e ricchi di storia tra le centinaia di cui si compone il globo terrestre, e l’ha portata ad essere, nella stagione in corso, quella che l’indimenticato Aldo Donati definiva in una delle sue più celebri e toccanti canzoni “La più bella di tutte quante”. Non storcano il naso Cesare o Annibale, non si adirino Ettore o Achille. Prima la storia dell’uomo Simone e poi la storia dell’allenatore Inzaghi trasformano un giovane e robusto ragazzo, un marito di una donna coraggiosa, un premuroso papà di famiglia, un uomo di sport e maestro di calcio in un vero eroe. A prescindere da come saprà concludersi l’annata in corso 2019/2020, al di là di ogni possibile risultato o di quanto diranno ai posteri gli almanacchi, ecco spiegato brevemente perché l’artefice dei sogni di un intero popolo è riuscito nell’impresa di scrivere una favola su cui già si può apporre il canonico e sognante sigillo “e vissero tutti felici e contenti”.

gaia

UNIVERSO VALORIALE E FASCINO DEL NORMALE – Nell’immensità della raccolta aforistica di Friedrich Nietzsche si osserva come “quei pochi che furono visti danzare vennero sempre giudicati pazzi da tutti coloro che non potevano sentire la musica”, e quantomeno a livello metaforico un tipo speciale di danza – quella col pallone tra i piedi – ha interessato sin dagli albori l’esistenza di Simone Inzaghi. Pacatezza, spontaneità, universo valoriale solido, il Simone che genuinamente inseguiva una sfera di cuoio nel periodo dell’infanzia è in una foto dell’aprile 1978 esteticamente tutt’altro che dissimile dal piccolo Lorenzo, il primo figlio che avrebbe avuto decenni dopo dalla sua moglie Gaia. Capelli folti, occhi vispi, papà Giancarlo e mamma Marina parlano di un bambino senza pretese altisonanti.

Frequentava assiduamente la parrocchia, con noi aveva un rapporto speciale, da adolescente non ha mai visto una discoteca, è cresciuto amando andare col papà a pescare nei laghetti e portare a casa intere ceste di funghi”. Il fascino oggi talvolta osteggiato della normalità, l’entusiasmo alla vista del pesciolino che abbocca, la canna da pesca che tira e un’attrazione quasi fatale per la raccolta dei porcini che avrebbero potuto fargli intraprendere la strada della micologia. Ma soprattutto, l’amato pallone, unica perpetua richiesta. “Simone, come il fratello Filippo, chiedeva solo quello”. I campetti in manto erboso, la ghiaia, le pozzanghere, poco importava il luogo: San Nicolò, in provincia di Piacenza, diventava perennemente teatro di pomeriggi all’insegna del divertimento. La bellezza di ciò che si vede nel presente è sublimata dalla serie di esperienze immagazzinate per arrivarci, così le radici dell’odierno Simone nascono lì, quando a quattordici anni “sfidava gente di trenta” con la faccia tosta di chi sa cosa vuole e da dove viene. Oggi la quota scudetto nel campionato italiano si aggira attorno ai 90/92 punti, che a Simone non hanno mai fatto paura, nemmeno quando “novantadue” era il numero clamoroso di reti messe a segno in una sola stagione nel campionato esordienti a seguito di una piccola parentesi nei pulcini. Perdere ad Inzaghi non è mai piaciuto, salvo il caso del pullman che avrebbe dovuto portarlo a scuola, sovente sostituito dalla panda della mamma, costretta a sopperire alle sveglie prese alla leggera scapicollandosi in fretta e furia per accompagnarlo sul filo del rasoio. Rincasare all’ora di pranzo era sinonimo di avvicinamento al cortile, dove il bersaglio fisso era il portone del garage. Alza gli occhi al cielo, papà Giancarlo, quando racconta di come “sembrava che si divertisse a prenderlo a pallonate, era pieno di segni circolari, i vicini si lamentavano per i rumori ma il loro riprendere Simone e il fratello e richiamarli alla calma si rivelava sempre vano”. Il poster del centravanti beniamino Armando Mulinacci in camera, sogni balenanti per la testa che sembravano proibiti e che sarebbero divenuti tutt’altro che astrazioni senza esito. Una “malattia” bella che diviene professione, i calci presi alle gambe con la maglia rossonera del Pertuso e poi al San Nicolò tra giovanili e prima squadra a fungere da insegnamento per i momenti duri che sarebbero puntualmente venuti.

COME LA FENICE – Simone aveva un fisico più importante della corporatura dei coetanei, e di batoste – fisiche e non solo – ne ha prese tante. Ha imparato la sovranità e la strumentalità utile e indispensabile del sacrificio, è il motto che sorge con Eschilo e che – riprendendo Tiziano Ferro, tra gli idoli della donna che avrebbe avuto al suo fianco, ha espresso nella formula: “Ciò che non uccide fortifica”. Attraverso il dolore, l’apprendimento; nella tristezza, la lezione. Se per un noto autore spagnolo contemporaneo ci sono delusioni che fanno onore a chi riesce a viverle, sono in pochi a riuscire non solo a viverle, ma anche a convertirle – a costo di un percorso pur lungo ed estenuante – in sprone. Le fatiche accumulate sui campi di Serie C, così distanti dal paradiso dei “grandi”, hanno permesso a Simone di affrontare i primi intoppi da professionista con la stessa modalità che oggi, da mister, spesso ripete in conferenza: “nel migliore dei modi”. Vale a dire, sfruttando le cadute per crescere. Dalle ceneri la rinascita, la sua storia ricalca la peculiarità della fenice. Giuseppe Materazzi lo fa esordire in A col Piacenza, Simone deve sorbirsi il pubblico che borbotta e caldeggia con vigore l’ingresso del più esperto Ruggero. I tifosi rumoreggiano all’ingresso del giovane, lui risponde col gol alla squadra di cui sarebbe diventato tifoso in eterno. Sliding doors: c’è scetticismo quando nell’estate 1999 sbarca nella Città Eterna con l’eredità più pesante, quella di sostituire un mostro sacro come Vieri, che col gol al Maiorca ha appena consegnato al club capitolino la Coppa delle Coppe, primo trofeo internazionale di una storia centenaria. Ebbene, Simone sarebbe diventato il miglior marcatore di sempre nelle coppe europee con l’aquila sul petto. Ancora: nell’agosto 1999 al Louis II c’è in palio il primo trofeo con la nuova maglia, l’occasione che aspetti da una vita, sfidi i “Diavoli Rossi” della leggenda Ferguson, la crème de la crème del football, le icone Neville, Scholes, Beckham, Keane, Sheringham, parti come unica punta titolare e al minuto 23 sei già costretto a lasciare il campo per una gomitata di Stam che ti procura anche una frattura scomposta del setto nasale. Non basta, il tuo posto lo prende Salas che sigla il gol decisivo per la conquista del trofeo, una mazzata che a livello individuale avrebbe potuto annientare anche il più forte. Ma tu reagisci, Simone, è la tua indole. E diventi il miglior marcatore stagionale tra tutte le competizioni, lo fai nell’anno più importante, quando conta davvero, l’anno dello scudetto. Dimenticare i favori del pronostico, vedere la luce solo in fondo a tunnel interminabili e pieni di curve, essere distanti dalle luci della ribalta, avere i riflettori sempre spenti puntati addosso, eppure riuscire a trovare l’interruttore per accenderli, proprio sul più bello. Questo è il fil rouge che lo lega all’aquila, questo il motivo per cui la storia della Lazio è la storia di Simone Inzaghi e la storia di Simone Inzaghi è quella della Lazio. Del resto il suo punto di forza, quindi di luce, sono sempre state le idee chiare. Tra le prime interviste romane, ai microfoni di Sport Station aveva dichiarato: “Sono qui alla Lazio perché la Lazio è il meglio”. La domanda sorge spontanea: come aveva fatto a capire tutto così in fretta?

TITOLO GENERALE

 

SI AMA SECONDO LA PROPRIA STORIA – John Keats e James Joyce sono state due icone della letteratura d’Oltremanica dei secoli diciannovesimo e ventesimo. Il primo indovinò come “Una cosa bella è una gioia per sempre”, poiché forse i giorni belli che non tornano son proprio quelli che poi restano e che abbiamo la facoltà di risfogliare sorridendone; il secondo svelò l’arcano intrinseco al concetto di dono. Quando hai una cosa, questa può esserti tolta, è nelle tue mani per mero accidente. Ma esiste un modo in cui quest’ultima può divenire propriamente tua per sempre: è quando l’hai donata. Allora nessun ladro te la può rubare. Per molti una contraddizione in termini, non per il numero 21 di una Lazio pirotecnica che il 14 marzo del 2000 infliggeva un perentorio 5-1 al Marsiglia in Champions League. In quella fantastica notte Simone non si limitò a siglare un poker ed entrare nell’èlite di coloro che sono riusciti in questo record individuale (tra gli altri van Basten, Altafini, Ibrahimovic e Shevchenko), ma fece molto di più: regalò una notte indimenticabile ad una magica cornice di pubblico, finalizzando al meglio gli assist dei compagni e indicando gli autori dei passaggi vincenti dopo ogni marcatura, esaltando la forza del gruppo. Il fratello Pippo la ricorda così: “Ero a casa con nostra madre nel mio appartamento a Torino, ad ogni suo gol urlavamo come dei pazzi fino a quando i vicini non sono venuti a suonarci preoccupati. Non si capacitava nemmeno lui di essere entrato di diritto nella storia”. Umiltà e riconoscenza, valori con origini antiche, così diametralmente opposti ad autocelebrazioni o presunzione, proprie di altri mondi, non del suo modo di essere. Potersi in rari casi potersi prendere gioco del tempo è tra le più notevoli facoltà concesse agli esseri umani, e di quella sera Simone si tiene le emozioni donate ad un pubblico in visibilio, la consapevolezza di cominciare a sentirsi amato e di voler ricambiare quell’amore. Non con dediche folli o spergiuri, non con ostentati baci allo stemma raffigurato sulla casacca, ma con quella cura del particolare e quella delicatezza con cui due decenni più tardi avrebbe costruito una bellissima famiglia. Perché, come qualcuno scrisse nella colonna sonora di Titanic, “l’amore è quando io ho amato te”, perché nessuna storia d’amore è uguale ad un’altra, e perché la realtà è che ognuno ama secondo la propria storia.

PRIMA SIMONE, POI CIRO: RIGORI DECISIVI – Riduttivo sarebbe dipingere l’avventura calcistica di Simone riferendosi a singoli punti di luce, è il suo intero cammino da laziale a farlo brillare di luce propria e mai riflessa. Se è vero, con Hemingway, che siam tutti apprendisti in un mestiere che non permette a nessuno mai di diventare maestri, l’esperienza a tinte biancocelesti di Inzaghi è una commistione armonica irriducibile ad una definizione onnicomprensiva, un fluire incredibile di corsi e ricorsi storici, flash-back, immedesimazioni. Quando ti chiami Simone Inzaghi, alleni Ciro Immobile e lo spedisci sul dischetto nell’attimo di sospensione in cui la pallina da ping pong staziona sulla rete in attesa di emettere il suo verdetto, hai piena cognizione di quanto pesi quel pallone di cuoio. Del resto a tirare i rigori pesanti sei stato abituato. Sbagliavi quelli ininfluenti, come quello con l’OM, per gonfiare la rete il 14 maggio del 2000 nella sfida scudetto contro la Reggina, poco prima che a Perugia venisse giù il nubifragio come a voler differire una festa memorabile. Era una sfera marmorea quella da infilare alle spalle del portiere dei calabresi Taibi alle 15.35 di quella giornata romana soleggiata: bisognava sbloccare il match, la Lazio non v’era ancora riuscita e il nervosismo iniziava a diffondersi negli aquilotti. Respiro profondo, poi estremo difensore da una parte, pallone dall’altra, braccia aperte ed ali spiegate, come Immobile nell’istante del 3-3 che ha impresso la svolta ad una stagione da incorniciare. Prima giocatore, poi guida tecnica, cosa è mutato in fondo? Forse è proprio vero che tutto deve cambiare perchè nulla cambi. Ancor maggiore l’ardore, immutata la sua fede biancoceleste, di cui propugna la bellezza.


taibi ciro

Dischetti decisivi: Simone Inzaghi in Lazio-Reggina 3-0 nel giorno dello Scudetto e Ciro Immobile in Lazio-Atalanta 3-3, preludio della cavalcata 2019/2020

 

SIMONE INCONTRA LA SUA AMATA LAZIO…PER SCRIVERNE LA STORIA –Lascia che l’anima rimanga fiera e composta seppur di fronte ad un milione di universi”, scriveva Walt Whitman nel “Canto di me stesso”. Così Inzaghi ha guardato in faccia difficoltà, critiche, trionfi. Incomprensibile a chi non ha avuto la fortuna di viverlo, l’universo Lazio genera “un senso di appartenenza molto forte. Io sono laziale, ho due figli laziali, la lazialità cerco di trasmetterla ai miei giocatori”. Basti guardarlo a mani giunte dalla tribuna di San Siro, quando si rivolge ai piani alti e poi salta in cielo al rigore trasformato dal suo generale Lucas Leiva, poi a Siviglia, quando assieme a Silvio Proto mima il pallonetto accompagnando il suo bomber Immobile nel calciare davanti al portiere, pallone sfortunatamente alto. Si guardi alle corse sfrenate sotto la curva o ai chilometri percorsi per accompagnare la manovra dei suoi calciatori in campo, alle marcature a uomo sugli assistenti di linea: il segreto della Lazio è semplice e sfida ogni normativa sportiva. La Lazio gioca in dodici già sul rettangolo verde, il suo pubblico è soltanto il tredicesimo uomo. Già, perché la veemenza, la passione, l’immedesimazione con cui Simone suda e vive le gare, il suo fervore nel dare indicazioni è impareggiabile. Kierkegaard aveva ragione: osare è perdere momentaneamente l’equilibrio, non farlo è perdere se stessi. Simone può aver perso qualche battaglia, ma non si è mai perso. L’uomo con la Lazio nel destino ha fatto tutta la trafila, dagli Allievi Regionali alla Primavera, cui ha portato in dote tre rilucenti coppe: una Supercoppa italiana vinta battendo per 1-0 il Chievo Verona, la Coppa Italia nella storica finalissima dell’Olimpico con un 2-0 nel derby di ritorno, la Supercoppa alzata al cielo del Franchi di Firenze nel 2015. Un unico rammarico, quella finale scudetto persa ai calci di rigore contro il Torino. Andatelo a dire oggi, a quel Simone, che può fregiarsi di essere il primo e l’unico ad aver vinto Tim Cup e Supercoppa italiana da giocatore, da allenatore dei giovani, da allenatore dei big. Con la stessa maglia, è sottinteso. Dov’è nato questo score travolgente? Dai giorni meno luminosi. Dall’abitudine a combattere. Quando subentra a Stefano Pioli come “traghettatore” della prima squadra nella stagione 2015/2016 deve gestire le scorie di un secco 4-1 inflitto dai cugini in una stracittadina storta. L’avvicendamento avviene proprio in quel mesto pomeriggio del 3 aprile 2016: quando le redini della prima squadra vengono affidate a Simone, Thomas Strakosha è a Salerno e non ha ancora disputato un minuto nella massima Serie, Onazi dà più garanzie di un ancora inevitabilmente acerbo Milinkovic, e in organico – oltre al serbo – tra coloro che avrebbero composto la rosa del 2019/2020 sono presenti solo Radu, Parolo e Lulic.

LA SCONFITTA PIU’ BELLA DI SEMPRE, IL COMPLEANNO PIU’ BELLO DI SEMPRE – Un anno dopo, alle calende del marzo 2017, sarebbe riuscito nell’impresa più ardua che esista in orbita biancazzurra, quella di guidare la Lazio in una sconfitta che sia non solo bella e dolce ma la più bella e dolce della storia, quel k.o. ininfluente di un derby di ritorno di Coppa Italia che seguiva ad una partita di andata (2-0 con le firme di Milinkovic e Immobile) che rappresenta forse più di ogni altro match il vero e proprio manifesto programmatico estasiante del suo calcio. “Forse è stata l’unica volta in cui l’ho sentito al telefono davvero preoccupato prima di una partita”, rammenta il fratello in riferimento ad una vigilia le cui acque erano state piuttosto “agitate” dalla boriosa previsione sfuggita dalla bocca del centrocampista giallorosso Nainggolan ad un tifoso, profezia – poi prontamente smentita dal campo – che avrebbe voluto la Roma vincente in entrambe le sfide del doppio confronto. Il 3-2 in rimonta subìto per mano della compagine guidata da Spalletti non è sufficiente a rimediare all’adamantino manifesto inzaghiano: nel momento in cui cala il sipario sulla seconda parte della contesa il calendario segna il 4 aprile 2017, e quando Simone racconta le sensazioni ai microfoni sono le 23.40. “Fra venti minuti sarà il mio compleanno e sarà il più bello della mia vita”. I primi derby di Coppa Italia dopo il 26 maggio 2013 sono ancora biancocelesti.

l-abbraccio-di-immobile-a-simone-inzaghi-maxw-1280

In Serie A il debutto a Palermo è da predestinato: avversario annichilito, 3-0 al Barbera e…niente champagne, perché “Sono convinto che sia solo l’inizio: questa squadra ha nelle corde la capacità di battere chiunque”. Eccola, la profezia che non mente. Sette partite disputate con orgoglio e consapevolezza avrebbero consentito di meritare una riconferma che invece di lì a poco si sarebbe rivelata più sofferta del previsto, perché l’intento della Lazio era quello di diventare “Loca”, pazza, per questo fu contattato Marcelo Bielsa. “Finito il campionato pensavo di rimanere. Poi la società mi ha comunicato che avrebbe cambiato, ma ero stato informato della possibilità di andare a Salerno. Poi quando era tutto fatto a Roma erano iniziati i problemi, quindi mi è stato chiesto di aspettare. Non aspettavo un club qualsiasi, ma la Lazio, la squadra in cui sono cresciuto e di cui sono tifoso, il sogno della mia vita. Rifarei sempre la stessa scelta”. Già, la snervante attesa di poter continuare ad amare colei che ha rappresentato nuova linfa vitale dal primo momento, con l’anima smaniosa a chiedere di un posto, alla guida della prima squadra, che poi, alla fine, c’è. La riconferma su quella panchina è ossigeno puro per Simone, che sperimenta la libertà vera. In fondo non si è mai liberi quando si è nascosti, quando si può andare lontano: forse si è liberi solo alla tana, si è liberi, in definitiva, quando si torna a casa. Si è liberi se a casa si è sempre rimasti, perché Simone dalla Lazio non è mai andato via.

La fase di stallo è stato soltanto un giocare a nascondino. Il gioco del nascondino ti ha insegnato la bellezza insita nel farsi ricercare da chi ti vuole bene, che spesso non si è poi così distanti da chi si cerca eppure a volte non lo si capisce, che non è divertente nascondersi troppo lontano, che celarsi in prossimità della tana puntando sulla velocità rischia di non essere la soluzione migliore, perché a volte correre non basta. Pensa a quanto è bello starsene impietriti ma felici al sapere che qualcuno ci sta cercando. Chè l’essenza del nascondersi sta nel ricomparire, perché altrimenti il gioco non avrebbe fine. Così Simone ha ripreso il suo posto, un posto che nel cuore dei tifosi non aveva probabilmente mai lasciato. Il quasi omonimo di un grande campione della Lazio rispondente all’identikit di Bruno Giordano sosteneva che chi nulla ama non ha nulla di cui andar fiero. Giacchè il nuovo non è un’alternativa allo stesso ma una piega dello stesso. La fierezza dell’avere l’opportunità di ricominciare ancora una volta con la stessa amata è la possibilità di immettere ancora una volta il nuovo nello stesso – come la canzone, il libro o il film, che ad ogni nuovo ascolto, lettura o visione, ci appare foriero di sfumature diverse – e di rendere la novità la regola, sempre per gli stessi colori, sempre per la stessa maglia. Per Simone è l’ennesima sfida.

E’ bello costruire nella propria testa un sogno, ma quel che lo rende magico è il confronto col reale. Tutti sono attratti dai sogni preconfezionati, quelli che sembrano perfetti, ma forse poi non lo sono del tutto. E’ lì che sta il bello, nel rapportarsi al sogno quando assume le fattezze del quotidiano, quando lo vedi lì tra le tue dita meno perfetto di come lo attendevi, ma lo ami lo stesso, o forse proprio per le sue imperfezioni lo ami ancor di più, lo ami perché è il tuo, e forse intanto è diventato anche di altri. Ogni condottiero vorrebbe tornare dalla battaglia in compagnia di tutti i soldati, sarebbe il sogno più perfetto. Ma poi c’è la vita con le sue atroci contraddizioni e feroci battute d’arresto. Così l’armata di Simone ha perso un soldato valoroso, che Inzaghi porta nel cuore e che lo accompagna senza retorica in ogni vittoria o sconfitta. “La più grande delusione che io abbia mai avuto nel calcio è stata veder morire quel ragazzo di 17 anni, una vicenda incomprensibile per un essere umano. Mi fermo spesso a pensare a Mirko e alla sua famiglia, cui va sempre il mio abbraccio e sostegno. Da lassù sarà sempre con noi”. La storia di Mirko Fersini è vivida e forte nel cuore di Simone, che probabilmente lo avrebbe fatto esordire e gli avrebbe consentito di spiccare il volo su grandi palcoscenici come avvenuto per Murgia e Cataldi, autori, guarda caso, di due pennellate che hanno portato in bacheca due Supercoppe con la più quotata Juventus. L’intitolazione del campo di allenamento è solo un infinitesimale gesto, che contribuisce però a far sì che mai sulla tragicità della vicenda che ha coinvolto il piccolo angelo laziale scenda l’oblio della memoria. “Tanti non ci sono più, ma vivono perché esisti tu, che sei la nostra gloria, che sei la mia vittoria, la mia bandiera al vento, il nostro canto, il nostro vanto”, cantava “Aldarello”, e allora continuare a lavorare con ardore e orgoglio è un modo per far sorridere il piccolo assistente celeste di Simone, sebbene a distanza. Che poi, quale?

lorenzo

Simone con Lorenzo, figlio avuto dalla moglie Gaia Lucariello. L’emblema più puro e la concretizzazione dello slogan “Di Padre in Figlio”…

 

COMPOSTEZZA ED EQUILIBRIO – Si dice che chi abbia un perché abbastanza forte possa superare qualunque “come”. E in effetti le prime tre stagioni di Simone da tecnico della prima squadra sono un’altalena di emozioni: dalle semifinali di Europa League sfiorate nel 2017/2018 alla Supercoppa del 3-2 di Murgia; dalla vittoria trionfale allo Stadium di Torino contro la Vecchia Signora alla Coppa Italia conquistata all’Olimpico contro una squadra spesso ancor più acclamata della Lazio come l’Atalanta, che arrivava a Roma con l’etichetta di “Ajax italiana” e col vento in poppa. Una serie di capolavori tattici sbalorditivi per chi avesse dubitato di lui e di uno staff eccelso capitanato dall’allenatore in seconda Farris. Perché la Lazio è un gruppo granitico e l’unione conferisce una forza mai vista prima. Un’estromissione dalle semifinali di Tim Cup 2017/2018 che grida vendetta, avvenuta ai calci di rigore col Milan di Gattuso (che poi sarebbe stato vendicato da Correa), una qualificazione alla Champions League persa al fotofinish il 20 maggio di una stagione condizionata terribilmente da sviste ed orrori arbitrali. Chi non riesce a godere di una Lazio che ha nuovamente infiammato un popolo intero si soffermerà poco lucidamente su un ottavo posto, quello ottenuto nella graduatoria finale della stagione scorsa, che è il frutto di un ultimo mese di campionato balordo, data l’inevitabile preparazione ad un appuntamento da dentro e fuori quale quell’Atalanta-Lazio che ha permesso ad Inzaghi di vincere la Coppa Italia anche da allenatore dei big. C’è chi si sofferma sul rendimento poco nobile con le grandi del campionato, chi rimprovera alla Lazio di sciogliersi spesso sul più bello, chi pensa che con il mercato alle porte la rosa possa perdere ulteriore terreno sulle prime della classe. Ma Simone va avanti su una strada ormai ben chiara, prendendo le distanze dalla tracotanza che non si addice al suo stile elegante e serioso. La compostezza del contegno, la maestosa professionalità, l’equilibrio perduto solo nell’occasione di Dinamo Kiev-Lazio di Europa League: l’unico scivolone in cui può incappare è quello goffo di un’esultanza giustificata. Simone ha un grande vantaggio: ricorda bene da dove è partito. Del resto è stato spesso abituato a dover lottare con meno risorse delle altre, a doversi reinventare, a dover dare il 120%, lo ha sempre fatto senza una parola fuori posto.

Ha condotto la sua Lazio ad orizzonti luminosi, ma anche l’amore più forte richiede fatica e tante energie, e in una vita che corre a volte è utile comprendere l’importanza di fermarsi. Nessuna cosa può garantire uno stato di felicità perpetuo e costante, gli alti e bassi son propri della vita ed anche la stessa vista deve fisiologicamente prendersi delle pause. Fanno rumore, a volte, le parole, ma più rumore sa fare talvolta il silenzio, quello che fa storcere il naso a qualche tifoso della Lazio, che quando Lulic alza al cielo la coppa Italia quel 15 maggio 2019 si interroga sul futuro e si accorge di non sapere con certezza chi siederà sulla panchina della Lazio negli anni a venire. “Ora è già tardi, ma è presto se tu te ne vai”. Meglio non pensarci.

 

collage misto

 

NON SI VA MAI VIA DA CHI SI E’: LA PERMANENZA – A volte si affronta un viaggio ripetendo a se stessi che sia per dire addio, mentre invece si tratta di un “rieccomi”, un voler ancora credere in ciò che ti ha reso chi sei. C’è una fase di ogni amore che si rispetti che è il tempo del silenzio che non è quiete, della notte oscura, quella fase in cui sembra svanire l’incantesimo che faceva apparire tutto perfetto. Pensiamo che l’amore sia in crisi, che le cose siano cambiate, che forse sia stato raggiunto un punto di non ritorno. Eppure forse è semplicemente l’amore che chiede di crescere, di mettere radici più profonde e pazienti, una serratura ulteriore, che ci mette alla prova e ci chiede di compiere l’atto più rivoluzionario che esista nel terzo millennio, quello di avere il coraggio di rimanere. A volte il legame col passato è molto di più di un qualcosa di vetusto da superare per voltare pagina: a volte, come scriveva Sartre a Simone de Beavoir, esistono passati che sono molto di più, amori che permettono di immaginare qualsiasi avvenire in qualsiasi vita. Ha tentennato, Simone, come tutti gli uomini intelligenti ed avveduti si è preso del tempo per riflettere su quanto potesse ancora dare alla sua amata Lazio. La risposta l’avrebbe data anche in tal caso il tempo.

Voi mi conoscete, lo sapete. Sono una persona riservata. Dopo tre anni di lavoro dovevo riflettere e capire tante cose. Ho pensato tanto. Il mio ciclo qui non era finito. Questa è la mia casa. So che posso dare ancora tanto a questa squadra, a questa maglia, a questi tifosi. Questo sarà l’anno zero, dobbiamo lasciarci alle spalle quelli precedenti”. Si parte con tanta voglia e pochi confort. Nelle griglie di partenza la stampa mette la Lazio dietro alle prime cinque o sei della classifica. Normale amministrazione per Inzaghi. “Le competitor si sono rafforzate, sono tornati in Serie A allenatori con curricula importanti, ma noi guardiamo in casa nostra”. Messaggio lapalissiano quello del mister piacentino: non c’erano molte possibilità di sorpassare la Juventus quando Collina fischiava l’avvio delle ostilità di Perugia-Juventus al Curi, eppure le speranze rimaste passavano da una gara da disputare e da vincere con la Reggina, quella che Simone metteva in discesa col destro già nella prima frazione. “Ho voluto prendermi una pausa di riflessione, avevo bisogno di fare chiarezza con me stesso”, confessa al Corriere dello Sport. “Sono un professionista e non potrei prendere in giro nessuno, c’erano state richieste di un club italiano e di uno estero e avrei guadagnato di più. Ma la mia priorità l’ho sempre data alla Lazio, la squadra del mio cuore e la società che ha sempre avuto fiducia in me. Se ripartiamo insieme è per dare il massimo: mi piacerebbe vincere lo scudetto con questi colori anche da allenatore. So che può sembrare qualcosa di irrealizzabile, ma sognare è lecito”. Schietto, coerente, sognatore. Sono parole che assumono contorni stentorei, se rilette a nove mesi di distanza. La valenza del credere fermamente assurge però a marchio di fabbrica indelebile: Simone si è chiesto se avrebbe ancora potuto fare la differenza, ed ha annuito, perché la radice greca del termine ha a che fare col verbo “tornare” e con l’avverbio “nuovamente”, e forse nel suo caso non si è trattato neppure di un ritorno, giacchè quest’ultimo presupporrebbe un essere andato via. Inzaghi non è rimasto per vivacchiare, ma per puntare a vincere. Nato Ariete, segno di fuoco, non ama partecipare e basta. A venire al mondo il 5 aprile come lui la celebre attrice Bette Davis, guadagnatasi le luci della ribalta a coloro che non fossero suoi fan grazie alla rinomata canzone pop di Kim Carnes che ne esalta l’espressività degli occhi; come lui Spencer Tracy, mito hollywoodiano dagli anni Trenta agli anni Sessanta, di cui – in ben altro ambito – condivide personalità vibrante e forte; come lui Thomas Hobbes, dalla cui misantropia e buona dose di cinismo – espresse nel celebre detto “Homo homini lupus” – Simone si distanzia in toto: dall’angoscioso Leviatano, che teorizza lo Stato assoluto, all’inebriante spettacolo della squadra che in assoluto ha guadagnato maggiori consensi nelle ultime annate da parte degli addetti ai lavori. Non è tempo d’addio ai monti, ma nemmeno del bivaccare sterile: le metodologie degli allenamenti cambiano, c’è da eludere ogni possibile appiattimento, e ad essere perfezionisti non si finisce mai. In attesa dei test più probanti, nel precampionato al cambiamento di addendi, fattori e interpreti, la squadra non conosce risultato che non sia la vittoria; agonismo e determinazione formano un cocktail visibilmente godibile e la cornice veneta è la consueta oasi di pace e calore dei tifosi.

RITIRO PREMONITORE – Nulla è precluso in partenza. Le sensazioni nel Cadore e nel post-Auronzo sono ottime per stessa ammissione dell’allenatore. “C’è un grandissimo spirito, da mister della prima squadra questo è il miglior ritiro estivo di sempre, poi a volte questo non vuol dire niente. C’è una grandissima atmosfera”. Sono particolari da non sottostimare, sfumature che denotano una grande voglia di essere protagonisti e sconfessare gli scettici. Dopo le prime cinque giornate di assestamento, infatti, comincia una cavalcata che ha tenuto tutti i laziali col fiato sospeso fino a toglierglielo senza possibilità di appello. Il 22 dicembre 2019 la commovente banda di Inzaghi regala alla propria gente il Natale più bello di sempre battendo la Juventus a Riad e alzando il terzo trofeo della gestione di Simone: la Signora è messa al tappeto la seconda volta in quindici giorni, quando il 3-1 dell’Olimpico era ancora fresco; mai in carriera a Cristiano Ronaldo era capitato di incappare in due k.o. consecutivi – di cui uno con annesso trofeo salutato per sempre – contro il medesimo avversario in così poco tempo. Inzaghi deve aggiornare la bacheca personale con la Lazio: ai 7 trofei da giocatore (Scudetto 1999/00, Coppa Italia 1999/00, 2003/04, 2008/09, Supercoppa Italiana 2000 e 2009, Supercoppa UEFA 1999) si aggiunge il sesto da allenatore (Coppa Italia Primavera 2013/14 e 2014/2015, Supercoppa Primavera 2014, Coppa Italia 2019, Supercoppa Italiana 2017 e 2019). Un traguardo da condividere con l’intero staff sanitario (il Direttore Sanitario Ivo Pulcini, il Coordinatore dello Staff Medico e Consulente Ortopedico Fabio Rodia, i Medici Sociali Meli e Morelli e i fisioterapisti) e coi componenti dell’equipe tecnica: il vice Farris, l’analista Enrico Allavena, “Prof 480” Fabio Ripert, (preparatore atletico che segue le orme di Simone dagli Allievi Nazionali, dal soprannome curioso dovuto alle quattro gare di fila terminate ai supplementari nelle Final Eight) e i suoi collaboratori Adriano Bianchini, Claudio Spicciariello e Alessandro Fonte, con l’assistente tecnico Cecchi coadiuvato da Cerasaro e Rocchini, il team manager Derkum, senza dimenticare i magazzinieri. Dal recupero degli infortuni all’analisi dell’11 avversario, dagli schemi offensivi allo studio delle palle inattive: il lavoro dietro le quinte non può passare inosservato, specialmente quando sul palco va in scena uno spettacolo senza precedenti.

inzaghi-vittoria-al-bacio-con-la-sua-gaia

TUTTI I RECORD – E’ solo l’inizio. Il 5 gennaio 2020 Simone aggancia il record di nove successi di fila che resisteva dai tempi di Eriksson. Quando il 29 febbraio la Lazio supera il Bologna 2-0, acclamata da oltre 40mila anime festanti, per il tecnico sono solo applausi scroscianti. “Simone Inzaghi, làlàlàlàlàlà”, è il coro unanime dell’Olimpico. Non occorrono paroloni, non valutazioni discrezionali o parziali. Parlano i numeri. Ventuno risultati di fila in Serie A, un unicum fantascientifico in 120 anni gloriosi. Una media punti di 2,4 a partita con una proiezione di oltre 90 punti, 62 già raggiunti dopo 26 giornate, miglior bottino di sempre. Due vittorie contro la capolista Juve (di nuovo abbattuta tra le mura amiche dopo 16 anni di astinenza); sfatato il tabù San Siro sponda rossonera dopo 30 anni consecutivi senza successi sul Diavolo alla Scala del Calcio; primi tre punti con la bestia nera Napoli; altri tre sofferti punti al Marassi di Genova, campo su cui negli ultimi 10 anni si contano 2 sole vittorie, entrambe targate Simone. Ritorno alla vittoria sull’Inter all’ombra del Colosseo dopo 4 anni di digiuno; 39 gol fatti in casa in 14 apparizioni (miglior dato del nuovo millennio); striscia di imbattibilità più lunga d’Europa per distacco nei primi cinque campionati (21 gare senza perdere, la seconda in graduatoria è il Bayern con la “miseria” di 11); primato per clean-sheet nella massima serie (9 volte la porta imbattuta, come Milan ed Hellas) che non smentisce la massima inzaghiana del “non ricordo parate di Strakosha”; un’abilità infallibile nello scegliere dalla panchina confermata dal dato per cui in 35 partite stagionali sono ben 15 le volte in cui un subentrato è stato decisivo in termini di rete messa a segno o passaggio vincente fornito ad un compagno; in rosa il miglior assistman e il capocannoniere dello Stivale.

Nelle ultime 21 sfide disputate dalla Lazio sono stati sbriciolati 55 punti su 63, prendendo ben cinque punti alla Juventus, rosicchiandone 13 all’Inter, 17 all’Atalanta, 18 alla Roma, 22 al Milan e 25 al Napoli nella stessa striscia presa in considerazione. La miglior differenza reti del campionato (+37) è biancoceleste, la capacità di rimontare o ribaltare il risultato anche: sotto nel punteggio con margine di tempo per recuperare in 9 occasioni, soltanto a San Siro con l’Inter all’andata è uscita sconfitta, recuperando ben 16 punti frutto di 4 pareggi (2 con la Roma, uno con Bologna e Atalanta) e altrettante vittorie con ribaltamento del risultato (Juventus, Cagliari, Brescia e Inter). La difesa è la migliore del campionato, l’attacco deve guardare dal basso solo quello instancabile dell’Atalanta. Se il trend in trasferta è assolutamente vertiginoso, con 9 campi espugnati e un’imbattibilità che – essendo aperta dal 29 settembre 2019 – non è seconda a nessuno nei primi 6 campionati europei per importanza (annotazione cui va aggiunta la precisazione per cui le aquile sono sempre andate in rete da Inter 1-0 Lazio in poi, striscia consecutiva in gol che non si era verificata due volte negli ultimi 70 anni); lo score casalingo fa impressione: mai la Lazio era arrivata a questo periodo di stagione senza essere uscita a testa bassa dal proprio impianto. Soltanto Rulli del Montpellier in Ligue 1 vanta una percentuale di parate riuscite maggiore di quella del custode dei pali biancocelesti, che complessivamente hanno colpito quindici volte un legno e hanno sferrato più attacchi di qualunque altro club di A, risultando sconfitti in tutto il cammino soltanto in due circostanze. A perdere un numero inferiore di partite in tutta Europa (il dato considera le prime 208 squadre del continente nelle prime 12 leghe del ranking) sono state solamente Liverpool e Club Brugge, che hanno conosciuto solo una volta l’amaro sapore della sconfitta in ambito nazionale. Al (temporaneo?) break del campionato la Lazio si ferma a 62 punti, sei in più del bottino complessivo della scorsa intera stagione (56 a fine maggio 2019), con altre 12 sfide da giocare e altri 36 punti disponibili, consapevole che coi 18 gol fatti nella prima mezz’ora di gioco nessuna altra compagine di Serie A sia in grado di indirizzare le partite come i biancocelesti, e conscia di avere nei minuti di recupero un alleato molto affidabile, non tanto per la somma degli “additional times” (da cui emerge come la Lazio sia anzi la squadra a giocare “di meno” del campionato), quanto per le reti quasi insperate valse punti d’oro: le vittorie preziosissime di Firenze, Reggio Emilia e Cagliari sono avvenute proprio sul gong e hanno incrementato una contezza dei propri mezzi già solidissima. Come potrebbe essere altrimenti, quando le strisce spietatamente battute riguardano il maggior numero di vittorie (ben 11), di gare con almeno due gol segnati (addirittura 12), di vittorie totalizzate (19, come mai).

corsport

NON SOLO NUMERI – E le nude e crude statistiche, tuttavia, non sanno esprimere la grinta e il cuore lasciato in campo dall’armata capitolina. Sono almeno nove i punti racimolati grazie a scivolate alla disperata con l’attaccante avversario a tu per tu con Strakosha: i tackle di Radu e Ramos in Roma-Lazio, quello ancora del solito brasiliano su Gagliolo a Parma, l’intervento provvidenziale di Acerbi su Joao Pedro in area piccola sull’1-0 all’86’ di Cagliari-Lazio e il “muro” con il polpaccio della gamba destra sul siluro di Lukaku dall’area di rigore al 90’ di Lazio-Inter 2-1 costituiscono semplicemente l’emblema dello spirito guerriero di trenta ragazzi che si sono riscoperti una grande famiglia dentro e fuori dal rettangolo di gioco. La storia del mondo – così Mitch Albom chiude il bestsellerLe cinque persone che incontri in cielo” è fatta di infinite storie, che poi in fondo sono sempre parte della stessa e in qualche modo sono sempre la stessa. Così quella della Lazio targata 2019/2020. La storia di Strakosha, antidivo cui nel 2015/2016 a Salerno veniva preferito l’attuale secondo portiere della Fiorentina Terracciano. Da quelle sole 11 presenze coi granata ai rigori parati a Dybala, Lautaro e Nainggolan, dall’esordio a San Siro ai miracoli su CR7 ne è passato di tempo, e grazie anche al lavoro quotidiano della “istituzione” che porta il nome di Adalberto Grigioni e all’apporto prezioso di Gianluca Zappalà, l’albanese primeggia in Italia per percentuale di tiri parati (78.4%) e confeziona con continuità interventi portentosi e risolutivi, ostentando una reattività tra i pali sconosciuta ai più. La storia di Milinkovic-Savic, attore da Oscar di ogni partita che conta: gol vittoria a Juventus e Inter nei successi degli scontri diretti e primo per chilometri percorsi in 16 delle 18 gare giocate novanta minuti: Simone gli ha cambiato ruolo e lui ci si è calato alla perfezione, senza fiatare, facendo parlare una qualità e una possanza fisica da far impallidire ogni duellante che ritenga di ricoprire lo stesso ruolo. La storia di Luis Alberto, gioia per chiunque ami questo sport: alla delizia con cui vede il gioco e smista palloni ha abbinato la “garra” in fase difensiva che lo ha reso tra i migliori “recupera-palloni” delle gare di gennaio e febbraio. Centrocampista totale e letale; se per il talento deve ringraziare la mamma, Inzaghi gli ha restituito entusiasmo e se l’è letteralmente inventato in un ruolo in cui lo ammira tutto il mondo calcistico. La storia di Felipe Caicedo, talismano assoluto (nelle 17 partite in cui ha segnato in A da quando è a Roma si registra un solo k.o., in Lazio-Chievo 1-2, ndr) che ha pronunciato la parola “scudetto” già a Natale e che ha eguagliato il bottino della stagione precedente (8 reti) con 12 gare di anticipo. Era tra le sfide più ardue di Simone, anche questa è stata vinta. “Caicedo si allena alla grande, era fischiato per il gol fallito a Crotone, oggi è amato dalla gente che lo adora, io ho sempre chiesto esplicitamente alla società di declinare ogni offerta e tenerlo a tutti i costi, è un ragazzo esemplare e un giocatore fortissimo”. Descrizione perfetta, chapeau al mister da parte di tutti coloro che han dovuto gioiosamente ricredersi e cantare sulle note del ritornello che impazza nello spogliatoio “Amami o faccio un Caicedo”, reinterpretazione che non farà arrabbiare troppo Coez, che nell’originale parlava di “casino”. Essenziale ragione per cui l’ecuadoregno ha ammesso di essere rimasto a Roma, Inzaghi ha puntato tanto su di lui, permettendogli di guadagnarsi l’amore della gente, che ha letteralmente perso la testa per l’ex Manchester City. La storia di Patric, che ha tramutato mugugni in applausi scroscianti sciorinando applicazione, doti tecniche importantissime e trovando anche il primo gol con la Lazio in Coppa Italia; di un Correa che sta pian piano migliorando il feeling con la porta. Anche il Tucu, schierato col contagocce e soprattutto come arma da sganciare a gara in corso nel girone di andata 2018/2019, è stato gestito alla perfezione nel suo percorso di maturazione, e con Inzaghi è diventato per la prima volta in carriera attaccante, una seconda punta pura che senza dare punti di riferimento ha fatto spesso venire il mal di testa alle retroguardie rivali, risultando determinante in ogni vittoria dal gusto pregiato. Quella di ogni componente della storia della Lazio è la storia di potenziali antidivi di cui Simone ha saputo esaltare qualità mentali e tecniche. Da Ciro Immobile, in corsa per la Scarpa d’Oro, con Chinaglia nel mirino tra i migliori marcatori all-time del club (da quando il bomber di Torre Annunziata è a Roma solo Messi e Lewandowski hanno gonfiato più volte la rete di lui), e che ha una media tiri in porta/gol di 2,07 (vale a dire che quando prende la porta segna una volta su due); ad Andre Anderson, che ha esordito con i grandi e troverà spazio; da Proto (sempre tra i primi ad esultare smodatamente dalla panchina) che grazie a Simone ha messo in bacheca altri due trofei giungendo ad essere il laziale più vincente in rosa (la bellezza di 16 titoli in bacheca in 18 anni di carriera) a Marco Parolo, che da titolare fisso e pilastro è divenuto primo cambio di lusso e viene immortalato, da senatore, a cantare a squarciagola l’inno della Lazio al fischio finale di ogni gara che si giochi all’Olimpico. La storia di Danilo Cataldi, che con Inzaghi giocava sin dai tempi della Primavera e con la sua Lazio si è tolto lo sfizio di finire sul tabellino dei marcatori nel derby, in Supercoppa ed anche nell’ultima trasferta di Genova. Sempre reti d’autore da fuori area, è divenuto il mago delle punizioni ed è abbonato a segnare il “terzo” gol, prendendo alla lettera il coro/incitamento della Curva. La storia di Stefan Radu, che non poteva certamente essere il figliol prodigo. In estate sembrava fuori dai piani, col Bologna ha fatto 300 in A e diverrà tra i calciatori più presenti di sempre con l’aquila sul cuore, rimanendo tra i capitani di fatto della squadra pur senza la fascia al braccio. La storia di due uomini e due leader straordinari come Acerbi e Leiva, che agli sgoccioli di due ottime carriere hanno deciso di venire a vincere alla Lazio e a mettere a disposizione di una famiglia unita e leale la loro esperienza da vendere. Il comandante di questa sbalorditiva banda indossò il numero che attualmente è del Sergente. Non di ferro, ma dal carattere fermo.

gaz

QUALITA’ RARISSIME – Connaturato aplomb, la caparbietà che incarna l’ostinazione della congruità a se stessi, la linearità di un tragitto che ha smussato i lati più spigolosi di un’indole sempre indefessa, l’abilità di sradicare ogni etichetta, l’umiltà della tensione all’apprendimento, l’acume del riconoscimento dell’errore formativo, un temperamento tranquillo che non abbisogna di eccessi per autoalimentarsi; l’immane distanza livori o attitudini rancorose o vendicative, la duttilità che permette di passar sopra ad episodi di apparente insubordinazione, minimizzandoli in pubblico per approfondirli in famiglia, luogo in cui per antonomasia si lavano i comunque saltuari panni sporchi. L’autorevolezza per togliersi senza arroganza qualche sassolino dalla scarpa, la tempra esigente di chi non intende tornare a casa a bocca asciutta. Una credibilità guadagnata tramite lavoro e l’ardente inclinazione alla cura del particolare, puntualmente esteriorizzata in analisi puntigliose dei punti deboli degli avversari, un modo per infondere nelle proprie pedine fiducia e strumenti utili a non trovarsi mai impreparati. Nessuna esaltazione, spalle troppo larghe per farsi sviare da facili (e in tal caso comunque ampiamente giustificabili) entusiasmi. Così a chi gli parla di futuro lontano lui ricorda: “Ora noi dobbiamo tenere i piedi per terra, guardare partita per partita, sapendo che i giudizi nel calcio cambiano velocemente”. Soddisfazione, non appagamento. Esperimenti sì, ma anche certezze a fungere da cardini. Plurimi esperimenti tattici prima dell’approdo ad una difesa a tre ormai collaudata, che grazie al metronomo e “tuttocampista” col “6” sulla schiena e all’abnegazione e collaborazione di Luis Alberto e Milinkovic ha assunto i crismi di un fortino impenetrabile. Notevole capacità di trasmissione dei concetti di gioco abbinata ad una spigliata propensione a perdere la voce nelle fasi più concitate delle partite. Quel marcato sbracciarsi nei minuti oltre il novantesimo per segnalare al direttore di gara a gran voce di porre fine alle ostilità, l’istinto primordiale a proteggere la squadra – come possibile – da critiche o macroscopiche sviste arbitrali, la capacità di smorzare i toni quando tutto sembra andare per il meglio e di non disperare nelle circostanze perigliose: sono solo alcune delle istantanee sparse indicative di un’adesione globale a quell’incrollabile moralità cui spesso ha fatto cenno anche il presidente Lotito. Il risultato è solo logica conseguenza. “In altri campionati col punteggio che abbiamo saremmo primi con largo vantaggio su seconda e terza. Ora siamo qui, in pochi punti con Juve e Inter, e ce la giocheremo”. Grazie al collettivo, alla lazialità che ha saputo infondere nei calciatori, ad una preparazione meticolosa e ad un lavoro egregio della società, Inzaghi è riuscito a ribaltare ogni pronostico, ad annullare ogni presunta inferiorità nella qualità e nella lunghezza della rosa rispetto a club anche a ragione più reclamizzati. Si consideri, con valore solo esemplificativo, come l’ultimo duello tra Lazio e Inter – impari alla vigilia almeno sulla carta in considerazione dei quasi 180 milioni spesi dai nerazzurri nelle ultime due sessioni di mercato, di un totale di spesa per i cartellini dei calciatori titolari di oltre 270 milioni contro i poco più di cinquanta dei padroni di casa, ed in virtù di un differenziale d’esperienza notevole se si guarda alle presenze in Champions League delle due rose (56 apparizioni dei calciatori biancocelesti contro le 328 dei singoli nerazzurri) – si sia concluso con la vittoria delle idee, di una gara preparata in modo gladiatorio che ha fornito l’ennesima dimostrazione inzaghiana di come anche mercati faraonici o acquisti di lusso possano scolorire e impallidire di fronte alla forza di una storia, di una storia d’amore.

 

Schermata 04-2458942 alle 20.15.47

FAMIGLIA, SQUADRA, FAVOLA: IL PIU’ BEL QUADRO DI SIMONE – “E’ stato un crescendo di emozioni, vincere qui davanti ai nostri tifosi è qualcosa che rimarrà sempre”; “I ragazzi se lo meritavano”; “I ragazzi avevano bisogno di un’impresa del genere”; “Son contento soprattutto per i ragazzi”. Ripetitive, veritiere, autentiche: l’aspetto comunicativo ci consegna ancora una volta l’Inzaghi papà, l’Inzaghi uomo, in fin dei conti l’Inzaghi bambino, in una parola l’Inzaghi laziale. Gli anni di Lazio nel cuore sono 21, come il suo numero di maglia da giocatore coi capitolini; gli anni da allenatore dei big sono esattamente quattro, le candeline che si accinge a spegnere nella giornata di domani ripetono due volte lo stesso numero, sono 44. Il trascinatore di una Lazio stellare non si culla sui risultati grandiosi e non si lascia solleticare da spavalderia o vanagloria, ma è silenziosamente raggiante per aver rapito e fatto delirare d’emozione tanti altri padri di famiglia, tanti altri uomini, tanti altri mariti come lui e mogli come la sua Gaia, tanti altri laziali, tanti altri bambini come il suo piccolo Lorenzo, diventato ormai simbolicamente il figlio di tutti i laziali. “Nella mia prima partita con l’Empoli c’erano 3mila paganti, il mio più grande successo è aver restituito entusiasmo alla gente”. Quella gente che quando vede quei capelli a caschetto su un corpicino piccolo e volenteroso prendere la rincorsa col pallone tra i piedi sulle note di ogni “Vola Lazio Vola” allo Stadio Olimpico è pronto ad attendere ogni domenica un nuovo gol, uno di quelli che non verranno messi a referto dai direttori di gara e non verranno mandati in replica dalle televisioni, ma per ogni laziale valgono tanto, poiché icone di come l’amore per alcuni colori possa davvero essere trasmesso “di padre in figlio” e possa così essere tramandato nelle generazioni a venire. Così i nuovi Inzaghi saranno come vestali di un sacro fuoco destinato a non spegnersi, e con loro tutti quei bambini che hanno alzato le mani al cielo per esultare ad un gol di un loro beniamino, come ai tempi Simone faceva con l’ex Rimini e Piacenza Mulinacci.

E’ senza tempo il quadro più bello dipinto da Simone, quello composto dai sorrisi estasiati dei tifosi grandi e piccini, presi da un amore che non conosce barriere e a cui nulla è impossibile. Centinaia di volti immortalati – e dunque resi almeno per qualche attimo immortali – con la spensieratezza e l’euforia positiva dettata da uno spettacolo di sport che Simone ha saputo con la complicità dei sostenitori trasformare in arte. Come evidenziato dal mister nel dopogara di Genoa-Lazio “non esiste calcio a porte chiuse, il calcio è dei tifosi”. L’alchimia degli ultimi mesi è lampante: lo stadio ad intonare canzoni intramontabili, i ragazzi di Curva e Distinti a sciorinare monumentali scenografie, la squadra a macinare gioco a mo’ di rullo compressore, l’allenatore ad assomigliare sempre più al “Maestro”. L’incoronazione proviene, per Lazialità, da Massimo Maestrelli:Nessuno assomiglia di più a babbo di Simone. Ho negli occhi i figli che entrano in campo e mi ricordano me e Maurizio quando a fine partita lo raggiungevamo. Ha un attaccamento eccezionale, è come se ognuno di noi andasse in campo, ma con la competenza di un grande allenatore. Simone ha la serenità della consapevolezza, il risultato è un particolare se sai che hai fatto il massimo. Di recente mi ha fatto una sorpresa del tutto inaspettata, e mi ha detto che a cambiare tutto sono le cose più piccole”. Sono loro ad aprire il varco per quelle più grandi. Alcune volte i fili intrecciati del destino sanno però tesserne di troppo grandi, più grandi di noi e forse delle capacità dell’umana comprensione. E la rappresentazione rischia di doversi arrestare sul più bello.

FASCINO DELL’INCOMPIUTO? – Il compositore di colonne sonore cinematografiche Pierre-Henri Dutron rimarcava la finitezza del Requiem di Mozart come la “Messa in re minore K626 che è sublime ma che noi non ascolteremo mai”. Irrimediabilmente manchevole perché non portato a conclusione, ma forse proprio per questo infinito. Come l’Ottava Sinfonia di Schubert, stroncato dalla morte a soli 31 anni, o lo splendido olio su tela esposto al Museo Reale delle Belle Arti di Bruxelles che è “La morte di Marat” di David, dal fondo considerato da molti appositamente incompleto e non per questo meno meritevole. Patrimonio dell’UNESCO e tappa obbligata della Skyline di Barcellona, la splendida costruzione neogotica rispondente alla Sagrada Familia è il luogo più visitato di Spagna, ma Gaudì non riuscì ad ultimarla. E forse è tutto qui il segreto dell’estetica, a stagliarsi sull’abbandono della pienezza o rifinitura per preferire l’estro del frammento: la bellezza scalfita dell’incompiuto, lo splendore della poesia che non è svilito dalla mancanza degli ultimi versi, a tal punto che l’incompiutezza può farsi porzione essenziale dello stesso componimento, della medesima opera. Bellezza collaterale ed anarchica sa essere l’arte; brutale e poco meritorio il disegno di sospensione della messinscena nel suo culmine; cruento e sovversivo il capriccio della dea bendata che pretende l’arrestarsi della musica nel bel mezzo della gradevolissima sinfonia. Eppure tale da renderla indimenticabile.

SIPARIO E VALORE DELLE ABITUDINI – Così potrebbe dover calare il sipario su una corsa ad ostacoli condotta in modo folgorante e insospettabile: con una Lazio di leali paladini, spettatrice interessata di quel (forzatamente triste e senza cornice di pubblico) derby d’Italia che enumerava tra campo e panchina circa 40 finali internazionali, doppia cifra di finali di Champions League, valore d’acquisto dei calciatori di oltre 900 milioni, una sommatoria di monte ingaggi che sfiora i quattrocento. Con una Lazio che ha fatto rimanere incollati alla poltrona milioni di tifosi da ogni parte del globo, consolato coloro che versassero in momenti di difficoltà, dato una speme a coloro che fossero bisognosi di leggerezza, dispensato sogni ad ogni cuore disilluso. E qualora tutto questo dovesse anche finire, cosa resterebbe? Risposta: che le regole del nascondino sono inutili a fini pratici. E’ infatti del tutto vano ogni tentativo di fuggire o procurarsi nascondigli: l’amore ci prende sempre, e chi riesce a fuggire senza essere preso ha sempre perso qualcosa. Ai parchetti se subisci più gol dell’avversario hai perso; con l’amore no: è se non ti prende che hai perso. Simone Inzaghi ha imparato a soffrire, a doversi rimboccare le maniche, a perdere, poi è stato rapito da un amore più forte, ed ha voluto condividerlo. L’amore di una compagna da cui ha avuto il figlio più grande, Tommaso; l’amore di una donna che ha sposato nel giugno 2018 tra le campagne di Montalcino, con cui ha messo al mondo Lorenzo ed è in attesa di un altro bimbo, per estendere una famiglia la cui casa ha le mura più resistenti di tutte, essendo custodita da una famiglia ancora più grande, manifestazione del secondo amore di Simone, quello nato da una fede calcistica indomita e indomabile, quello a cui Inzaghi ha scelto di dedicare una doppia carriera – prima da giocatore e poi da tecnico – e per abbracciare il quale i figli non hanno avuto (e presumibilmente) non avranno scelta sin dalla nascita. Passerà anche la tempesta, e la domenica tornerà ad essere consacrata a quei gesti semplici e ripetitivi indispensabili ed essenziali, quelle abitudini talvolta screditate e viste come pro forma atti a normalizzare un rapporto e invece tremendamente sostanziali, quali l’amoroso rimboccare le coperte prima di chiudere casa o preparare una colazione per la propria famiglia. Torneranno quelle abitudini buone che sono appunto abiti non sgargianti o vistosi ma semplici, da vestire con fierezza: per i nonni e le nonne sarà l’occasione per rivedere i nipoti, per i credenti di presenziare alla messa del Signore, per gli stacanovisti del tran tran settimanale quella di mettere la sveglia qualche ora più tardi, per i genitori quella di avere più tempo per raccontare le favole ai figli magari davanti ad un camino, al caldo, e per i sognatori biancocelesti quella di riversarsi in massa sugli spalti di un impianto gremito e prendere parte ad una favola vera, ancora in fieri, ma non per questo meno favola.

1139118245-U202182049561n2--896x504@Gazzetta-Web

COSA HA FATTO LA DIFFERENZA – C’è un gesto particolarmente tenero dei bambini che testimonia come a volte le cose possano avere un valore ulteriore rispetto a quello che sembrano manifestare; come a volte alcune cose si rivelino più grandi di come appaiono. Si pensi a quando in risposta alla domanda: “Quanto bene mi vuoi?” loro allargano le braccia e tu sai che per quanto potranno allargarle il loro intento è quello di manifestarti che ti vogliono più bene della porzione di spazio che possono indicarti. Il visibile è solo una parte. Ebbene, i risultati sportivi e i record stabiliti da un allenatore cui mancano soltanto sei punti per diventare il mister con più punti raccolti in panchina in 120 anni di storia rappresentano soltanto quella fisica porzione di spazio. Ciò che è misurabile non sa dire tutto. Non sa dire l’impegno scrupoloso, la testardaggine, lo studio maniacale che è alle fondamenta di un exploit che dura oramai da quattro anni. Non sa dire l’importanza del fratello Pippo, che della materia può dirsi cultore, e che da allenatore del Benevento ha compiuto un miracolo sportivo in serie cadetta facendo il vuoto dietro la capolista campana. Non sa dire della rilevanza del confronto tra due fratelli i cui destini sono stati talvolta divisi dalla vita, l’abisso tra gloria sportiva e fallimento, due facce della stessa famiglia che alle ore 18.04 del 14 maggio 2000 ha portato il primogenito a naufragare negli spogliatoi di un campo allagato in terra umbra e Simone ad intonare le più famose note dei Queen. “Lui era felicissimo – afferma Pippo – ma so che in cuor suo era anche solo in parte triste per me”. Non sa raccontare di come abbiano fatto la differenza certi occhi. Gli occhi di uno spogliatoio plasmato sui pilastri della resilienza e della coesione, del vicendevole aiuto e di una tenacia difficilmente rintracciabile altrove. Gli occhi di una moglie sempre presente a supportarlo e magari anche a sopportare la rottura di qualche soprammobile a causa dei giochi in casa col pallone, una donna che con estrema e rara intelligenza ha deciso di amare Simone nell’interezza della sua storia e del suo mondo, instaurando un bellissimo rapporto anche con la mamma di Tommaso Alessia Marcuzzi, anche testimone di nozze. E che avrà a che fare – oltre che con una doppia “inferiorità numerica casalinga” annunciata via social tramite un tenero video su Instagram con dei palloncini azzurri pronti ad accogliere una nuova vita – anche con quel fare da pompiere legato al tricolore del marito che non è scaramanzia ma consapevolezza della futilità dei voli pindarici, cognizione di quanto sottile sia il confine tra la beatitudine e il catastrofismo, e sinonimo di come ogni laziale sia abituato a vivere alla giornata e a nutrirsi della fedeltà al proprio rapimento pagando l’inevitabile prezzo della tensione abnorme, talvolta sino allo sfinimento emotivo. I record enucleabili di Simone e dei suoi ragazzi risultano – benchè di enorme ed illustre portata – quasi effimeri e risibili rispetto al peso specifico di ciò che Inzaghi ha voluto velatamente comunicare ad ogni tifoso al termine della cavalcata di sei mesi spumeggianti. Tramite il lavoro e la passione Simone ha voluto ricordare a tutti un messaggio altrettanto valido in un drammatico momento per il nostro paese, quello di non smettere mai di credere, perché se tanti piccoli miracoli giornalieri si manifestano è perché qualcuno ci ha creduto con tutta l’anima. Si narra che Simone sia entrato nelle case di ogni tifoso per divulgare un avviso importante: “No, non stai sognando”. E che alle stesse e cicliche risposte diffidenti ed incredule “Come fai ad esserne così sicuro?” abbia risposto sorridendo. “E’ tutto vero. Non possiamo fare tutti contemporaneamente lo stesso sogno”.

 

iorestoacasa 

PROSPETTIVE E CONSAPEVOLEZZE: COME LA LAZIO DI INZAGHI E’ DIVENTATA FORMA D’AMORE – Poche affermazioni hanno suscitato nella letteratura del “secolo breve” paradigmi ermeneutici più contrastanti di una postilla del romanzo di Cesare Pavese intitolato “La spiaggia” secondo cui niente sarebbe più inabitabile di un posto in cui abbiamo assaporato la felicità. Da una parte appare infatti emotivamente complesso tornare sul “luogo del delitto”, tornare in quel posto dei sogni che avrebbero potuto essere e non sono stati, su quella panchina dove due innamorati si riconobbero simili per poi permettere al loro incontro di non trasformarsi in destino, di svanire nel nulla. D’altra parte, tornare in un posto dove siamo stati felici può ricordarci, quando lo sconforto rischia di prevalere, che quella felicità è esistita, che l’abbiamo provata davvero, e che quindi potrebbe tornare. Ma entrambe le suddette interpretazioni presuppongono che la felicità sia giunta al capolinea, che su quello che è stato in altra fase della vita palcoscenico di gioia pura si siano spenti i riflettori, che quella bellezza appartenga al passato, ad un altro tempo, già trascorso. E’ qui che ci inganniamo, per due motivi. Il primo: del passato ci si sofferma quasi sempre sul fatto che sia “ciò che non è più” e troppo poco sul fatto che sia anche, e soprattutto, “ciò che non può più non essere stato”. Il secondo: le emozioni più forti hanno etimologicamente la facoltà di “muovere”, di farci cogliere la relatività del tempo, di insegnarci come i momenti e le giornate senza tempo non possano fondersi con ciò che è cronometrabile con le lancette degli orologi. L’immersione in alcuni ricordi somiglia molto alla falena che cerca la propria luce e la trova sempre: il passato dolce si dilata così in un presente ripercorribile all’infinito, con brividi forse attenuati ma non meno autentici. Così, in un periodo storico per la nostra Italia e per lo scenario internazionale che – se abbiamo la fortuna di averlo – ci invita a pesare la valenza del tempo, a non sprecarne la velleità creativa, è bello saper cogliere quegli attimi senza tempo per potercisi rifugiare e riconoscerli crisalidi rifulgenti di un conforto costruttivo, navi che attraccano ad un porto sicuro.

In conclusione, adesso che l’ora legale ci ha fatto spostare le lancette in avanti, noi torniamo un attimo indietro e riavvolgiamo il nastro a quelle parole. “Ho pensato tanto. Il mio ciclo qui non era finito. Questa è la mia casa”. E in un tempo in cui spopola l’ormai virale hashtag #iorestoacasa, interroghiamoci su cosa sarebbe accaduto se Simone non avesse deciso di sposare ancora la sua Lazio, di ricominciare ad immettere il nuovo nello stesso. Tanti potenziali record – che con tutta probabilità alla vigilia della stagione non avremmo mai creduto nemmeno possibili – in frantumi già prima di iniziare, tante urla di gioia strozzate in gola come quando dopo aver avuto dagli spalti l’illusione ottica del gol ci si deve arrendere all’evidenza che il pallone è terminato sul fondo o che il V.A.R. non potrà convalidarlo perché c’è un fallo precedente, o che la Goal Line Technology rimarrà silente perchè la sfera non ha oltrepassato del tutto la linea di porta. Tanti pomeriggi o tante serate – col senno di poi rivelatesi indimenticabili – spazzate via da una scelta, quella di uscire (di scena) di Simone che comunque sarebbe stata perfettamente legittima e magari anche comprensibile. Estendiamo il raggio d’azione alla brutale e sconcertante realtà di queste settimane, e chiediamoci cosa succederà se non rimarremo attraccati nel nostro porto, poniamo l’attenzione per un attimo su quali effetti collaterali potremmo causare, su quale effetto domino potremmo scatenare qualora decidessimo di dichiarare neutre le nostre azioni. E in ultima analisi, spostiamo la riflessione su una delle fondamentali conquiste di questi insoliti giorni di quarantena, su una delle lampadine che potrebbero essersi accese nella nostra mente.

Pensavamo che fossero la solitudine o l’interruzione della comunicabilità a farci paura. Pensavamo che non avremmo resistito di fronte allo scenario per molti ai limiti dell’apocalittico di non poter correre liberamente in un parco pullulante di verde. Eravamo convinti di non essere in grado di sopportare l’emarginazione dai nostri cari, di non riuscire a tollerare la separazione dalla frenetica routine. Eravamo intimoriti davanti al potenziale e inatteso ritiro forzato ed improvviso dalle incombenze che ci tengono così attivi ed allenati. Al netto di qualche sforzo di adattamento, però, constatiamo come – virus permettendo – tutto sommato nemmeno l’isolamento imposto sarà la causa dell’estinzione del genere umano. Appuriamo dunque come quel terrificante isolamento sia effettivamente duro, ma non letale. E qui, la scoperta. Gli esseri umani non hanno paura dell’isolamento. La vera paura che nutrono è quella nei confronti dell’amore. Gli uomini non temono la solitudine più di quanto temano la relazione che comporta totale apertura. Non abbiamo paura di rimanere isolati dai nostri vicini, nella vita di tutti i giorni priva di ogni virus o malattia abbiamo forse più paura di avvicinarci troppo a chi ci è fisicamente ad un passo, perché questo comporterebbe una maggiore probabilità di scottarci. Lo conferma l’odierna psicanalisi: nel corso dell’esistenza normale gli uomini non temono l’isolamento, anzi coi loro gesti quasi lo difendono. Gli uomini hanno paura del due, e difendono l’uno, talvolta fino a tenere all’uno più della loro stessa vita. Una sola, dunque, la medicina efficace, forse facile a dirsi, ma introvabile per strada, di quelle per cui non c’è ricetta, di quelle che non possono essere ricercate nelle farmacie. Cominciare la vita che verrà, la vita nuova di ognuno di noi, permettendo alle nostre anime di divenire portatrici sane di quel coraggio che sa mettere radici e sgretolare la paura di esporci ad ogni forma d’amore. Comprendere che persino il ritiro necessario dal mondo che c’è fuori dalla finestra, l’autoreclusione, è un atto che ha come destinatario l’altro, il parente stretto o l’affine, il fratello o la sorella, ma anche la vita di tante persone anche sconosciute: anche quando si nasconde dietro un ritirarsi, la libertà appare in realtà nella sua forma più elevata. Ripartire quindi permettendo all’anche sopita voglia d’amore che ci infiamma da dentro di farla germogliare, di farla cantare sotto qualsiasi cielo, in qualunque condizione meteorologica. Smettere di aver timore o timidezza di fare ciò che in queste settimane ci è stato e ci sarà precluso, cioè dichiararci nelle nostre intrinseche fragilità e contraddizioni agli occhi di cui troppo spesso diamo per scontata la presenza, ritrovare la purezza del contatto epidermico. In fondo l’esito di una corsa – Inzaghi insegna e ne va fiero – rappresenta un mero accidente. Le forme di interazione, aggregazione, unione tra le storie più che mai variegate e spesso agli antipodi tra loro delle persone che occupano quei seggiolini blu sono emblematiche – e forse sottovalutate – prove di come la ricerca della semplicità ci accomuni tutti, sin dall’inizio dei tempi. La felicità, nel nostro ambito, diventa una cosa semplice se si tratta di immergersi nella rete di passaggi di una sfera di cuoio costruita da ventidue atleti su un prato verde. Le critiche aprioristiche, i commenti “di pancia”, gli sfoghi comici, il tripudio sfrenato, le braccia che si dirigono in contemporanea verso l’alto, il vicendevole abbracciarsi di singoli individui, il loro gioire all’unisono al gonfiarsi di una rete: sono tutti elementi che trasformano tante singolarità irripetibili in una comunità d’amore animata da una bizzarra unione d’intenti, da un’unica banale finalità, quella per cui undici casacche biancocelesti spingano una palla a varcare una soglia prestabilita, una linea dal colore bianco, per poi tornare al centro del campo e provare a ripetersi, senza consentire ai rivali di fare altrettanto. In tutto ciò, quel generale apparentemente quieto ma a tratti irrefrenabile e travolgente nella sua dedizione alla causa che è Simone Inzaghi ha costruito con ambizioso amore un giocattolo composto di singole parti che con passione, costanza e spirito intrepido, han fatto in modo che l’insieme delle loro forze fosse più potente della somma delle stesse: la sua Lazio, a forza di ostentare amore ha fatto sì che i suoi sostenitori lo restituissero e che si creasse una spirale d’amore corrisposto. Tutti noi capiamo ciò di cui siamo in grado di fornirci una spiegazione. Così, se Inzaghi può essere soddisfatto come mai, se – sportivamente parlando, urge ribadirlo – la sua Lazio oggi fa paura e incute timore solo a chi ne sia estraneo o non si sia immedesimato in questa meravigliosa giostra, è proprio perché ogni forma d’amore genera sospetti e apprensione per chi non lo vive e non sa spiegarselo.

finale

Così, alcuni giri di giostra potranno essere in stand-by per mesi, concludersi in anticipo, aver addirittura visto il fischio finale un 29 di febbraio di un anno bisestile, terminare nei playoff scaturenti da un inedito format, o chiudere i battenti nel prossimo luglio o agosto: in fondo, non sarà importante: in ogni modo ed in ogni tempo, rimarranno lucenti. Che sia imperituro frammento incompiuto o magnificente compiutezza, sarà stata bellezza non effimera ma inesauribile e pedagogica. Le circostanze degli ultimi mesi insegnano infatti come ognuno di noi dovrebbe aspirare ad immergersi in ciò che sente nel cuore senza alcun salvagente, senza barriere, senza sovrastrutture, senza esitazioni. Un noto proverbio popolare riscontra che chi acquista il superfluo presto vende l’essenziale e si libera di ciò che è davvero necessario. E’ esattamente l’operazione contraria, tuttavia, che reca in se’ la possibilità di permetterci di uscire dal limbo della semi-vita, dal purgatorio in cui più si vive e più si è inesperti della vita. Si rimane sempre quei bambini che, al suonare dell’ultima campanella, con lo zainetto in spalla attendono che qualcuno li venga a prendere. La cavalcata targata Simone rimembra alle anime annebbiate come in tutte le cose sia del tutto vano avere l’atteggiamento di chi controlla troppe volte la temperatura dell’acqua delle onde che si infrangono sulla battigia prima di decidersi ad entrare: ciò è l’equivalente di pensare di comprendere il mistero del tempo smontando un orologio, invece di cercare di viverlo fruttuosamente. L’umiltà decisa del piccolo grande prodigio di Inzaghi ricorda in fin dei conti ad ognuno di noi come sia infinitamente vano rimanere sulla sabbia asciutta e temere l’abisso, in un cocente apprendistato all’irrealtà. Gli ultimi capitoli di questa storia sono al contrario un forte incentivo a non accontentarci delle versioni minori di noi stessi, a non aver paura di tremare, a non aver paura di remare con tutta la voglia che abbiamo verso l’orizzonte che più ci attrae e ci fa sentire vivi. Del resto, questa è forse la reale conquista: è sempre in superficie che si annega, e mai dove il mare è profondo; è sempre importante tenere a mente dove si va, ma alle soglie di ogni desiderio od obiettivo è sempre più importante ricordare da dove si viene.

Chi pensa alla propria casa come a una prigione, è forse destinato ad esser prigioniero del mondo stesso. Avere una casa e non riconoscerla, un’altra sventura. Si passa un’intera vita a cercare di individuare un posto che sia casa, ed ora curiosamente in molti vorrebbero evaderne. Siamo creature misteriose, ognuna con la propria storia, e l’universo è fatto di tante storie, alcune più stravaganti di altre. E poi c’è la storia di Simone, che ha edificato un porto fatto di barche spaiate che son diventate un’unica nave, di utopiche chimere che son diventate sogni, di sogni che son diventati realtà da sogno, consegnando alla storia una Lazio simile ad un fuoco d’artificio che, anche spegnendosi, lascerà ad ogni modo coriandoli eterni. Simone, nella passione delle possibilità che il mondo dispiega, ha scelto consapevolmente di rimanere a casa. Come ha dimostrato Simone, si può diventare eroi anche rimanendo a casa. Oggi la libertà ha avuto bisogno del suo sacrificio apparente per manifestarsi nella sua purezza più alta: persino l’atto con cui sembriamo imprigionarci può essere il nostro atto di cui più intimamente conosciamo le conseguenze, quindi il nostro atto più libero. Un atto d’amore. E l’amore, per fortuna, può fare tutto ciò che vuole.

Niccolò Faccini

 

Follow LAZIALITA on Social
0