La Repubblica – L’intervista a Stankovic: “Divisi ma vicini, restate a casa. E non ci si allena”

I tifosi della Lazio ricordano ancora i suoi micidiali tiri da fuori che, abbinati alla capacità di inserirsi e recuperare palloni, rendevano Dejan Stankovic un centrocampista unico del suo genere. Aveva 19 anni quando Cragnotti lo soffiò alla Roma, convincendo in un blitz notturno la Stella Rossa, di cui ora è allenatore. “Devo tenere la mente lucida, il coronavirus ha diviso la mia famiglia: mia moglie Ana è a Milano con mio figlio Filip, io sono a Belgrado con Aleksander e Stefan, il più piccolo e il più grande”, racconta a Repubblica. “Siamo lontani, ma è un sacrificio che dobbiamo fare: l’importante è che stiamo tutti bene. Sono preoccupato, lì in Lombardia stanno accadendo cose fuori dal mondo e ti fanno stare male. Ti fanno ragionare, ma non sai dare risposte alle domande che ti poni”.

Stankovic, da giocatore, con Lazio e Inter, ha vinto tutto e ora vuole aiutare a superare un’altra battaglia. Quanto è importante l’aiuto dei calciatori e delle società in un momento simile?

“Si devono sempre prendere iniziative. Qualcuno può pensare che sia soltanto pubblicità, ma ormai di queste cose non me ne frega nulla. Io so quello che ho fatto, con la mia famiglia, per il mio Paese. Abbiamo iniziato una bella raccolta con tanti personaggi: era importante inquadrare il problema per capire come poter dare una mano. Piano piano stiamo aumentando. Tutti quelli che possono devono aiutare per salvare una vita. Serve ogni cosa: io ho donato agli ospedali serbi dei respiratori per la terapia intensiva, spero aiutino i medici a salvare la vita ai pazienti”.

Ha sentito qualche suo ex compagno?

“Sì, parlo spesso con Materazzi, Chivu e Pupi (Zanetti, ndr). Cerchiamo di comunicare, di darci informazioni su come stanno le famiglie. Siamo tutti di Paesi diversi e ognuno sta cercando di aiutare come può”.

E il suo mio amico Mihajlovic?

“Sì, ho sentito anche lui. E’ in isolamento con la famiglia, ovviamente è consapevole della situazione”.

La Stella Rossa come si è organizzata? Qui in Italia molto si è discusso e si discute sulla ripresa degli allenamenti e del campionato.

“Sono realista, adesso di calcio non si parla. Non voglio far allenare la squadra. E, anche se mi obbligassero, direi ai giocatori di rimanere a casa. E’ giusto che il calcio come il resto delle discipline sportive, si sia fermato, non si può pensare di riprendere subito quando c’è gente che continua a soffrire. Alcune immagini che ho visto mi hanno fatto molto male”.

Un augurio agli italiani che sono in primissima linea nella guerra al Covid19?

“Questa emergenza va presa sul serio, vede ancora molta gente che non capisce la gravità. Adesso non serve essere coraggiosi, ma intelligenti nell’ascoltare e seguire le regole che vengono dall’alto senza mollare un centimetro. L’Italia è la mia seconda casa, mi sento parte di voi. Dobbiamo amare la vita, perciò tutti a casa ad abbracciare i propri cari”.

La Repubblica

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