IL TRIONFO – Davide dà altri 3 schiaffi a Golia, o è divenuto egli stesso Golia? Ecco tutte le storie nella storia della Lazio che ha sfoderato il capolavoro di Riyad

 

di Niccolò Faccini

Dopotutto l’anno era partito col piede giusto, col tocco fatato e quasi propiziatorio di Lucas Leiva che a San Siro faceva urlare di gioia i sostenitori della Lazio trasformando con freddezza il calcio di rigore che eliminava l’Inter dai quarti di Coppa Italia e spediva le aquile in semifinale. Era l’ultimo giorno del mese di gennaio, e se chi ben comincia è a metà dell’opera il segnale che avrebbe potuto essere un anno stupendo, lampante o velato che fosse, si era palesato. Il febbraio delle vittorie sporche e da grande squadra con Empoli e Frosinone targate Caicedo, un marzo da protagonista con il 3-0 nel derby del 2 marzo e un’altra vittoria al Meazza con l’Inter il 31 marzo, la firma di Sergej Milinkovic che cominciava a prendere confidenza con le partite cruciali, essenziali, quelle che non ammettono replica. Aprile era sì il mese di Lazio-Chievo, batosta che segnava la fine di ogni velleità dell’Europa che conta di più, ma anche il teatro del gol di Correa al Diavolo, che affondava Gattuso e regalava alla Lazio l’ennesima finale di Tim Cup. Il mese di maggio ecco il delirio, l’apoteosi biancoceleste datata 15 maggio, il trionfo sull’Atalanta dei record in un Olimpico stracolmo e palpitante all’inverosimile. Prima la testa di Milinkovic, poi la serpentina di Correa, infine il fischio finale, Leiva che abbraccia il direttore di gara Banti e fuochi d’artificio sull’impianto della Capitale. Altro che emblema dell’effimero, anzi fonte di luce potente e fiera come il simbolo del club vincitore. Un ritiro meraviglioso, fatto di una striscia incredibile di vittorie consecutive e di una vena realizzativa nuova e poderosa di Joaquin Correa, che studiava da attaccante in vista della stagione della maturazione completa della carriera. Ad agosto inizia il campionato, è subito show al Marassi, perentorio 3-0 a Di Francesco, che proprio dopo il 3-0 della stracittadina (e il k.o. in Champions col Porto) aveva salutato la Roma giallorossa. “Wake me up when September ends”, cantavano i Green Day, “Svegliami quando finisce settembre”, buoni profeti del cammino strepitoso della Lazio. Che il giorno 25 del nono mese dell’anno solare liquidava la pratica Genoa con un secco 4-0 tra le mura amiche per poi addentrarsi nell’ottobre che avrebbe cambiato la stagione radicalmente. E’ il 19/10/19 e l’Atalanta è in vantaggio 3-0 all’intervallo nella tana delle aquile. Voci strane si diffondono in tribuna, sembra il preludio della catastrofe. E invece è il casus belli di una pace perpetua, il punto di svolta assoluto, tremendamente traumatico, ma per tutte le altre compagini del campionato, che da lì sono avvisate: la Lazio c’è, bisogna fare i conti con la creatura di Simone Inzaghi. Che colleziona successi e non la smette più: a Firenze la vittoria va in scena nel recupero, a Milano Correa infrange il tabù rossonero dopo 30 lunghissimi anni tornando a portare a Roma i tre punti in campionato, il Torino è frantumato, il Sassuolo domato al fotofinish grazie a Caicedo. Non è ancora tempo dei vendittiani regali di Natale, o forse sì. Perché dicembre parte alla grande: 3-1 alla Juventus, prima sconfitta della stagione della Vecchia Signora e ritorno al successo contro i campioni d’Italia in carica dopo 16 anni dall’ultima volta all’Olimpico. Il 16 dicembre a Cagliari la dimostrazione di forza e un altro segnale al campionato: la Lazio non demorde, nemmeno quando al 92’ è sotto e ha rischiato più volte di crollare. Quando è messa alle strette, riemerge e spicca il volo. Così prima Luis Alberto e poi Caicedo portano a Roma altri tre punti di micidiale rilevanza. E pensare che allo spagnolo Immobile aveva dovuto lasciare il rigore con l’Udinese giacché il 10 era forse reo di segnare poco, limitandosi (si fa per dire) ad essere il miglior uomo-assist nei primi cinque campionati europei. L’ex Siviglia è l’uomo in più non solo in Italia, anche in Arabia, e alla fine dell’anno decide di rivelarsi definitivamente davanti agli occhi di oltre 180 paesi collegati con Riyad, palcoscenico della finale di Supercoppa italiana o Coca Cola Super-Cup che dir si voglia.

Il 22 dicembre sotto l’albero c’è un regalo più brillante degli altri, è lo stesso per centinaia di migliaia di tifosi biancocelesti, è il secondo trofeo dell’anno solare, la vittima illustre è ancora una volta la squadra conosciuta in quanto vincitrice illustre, la squadra candidata per andare in fondo alla Champions League, la Juventus di Cristiano Ronaldo che viene da 12 finali consecutive vinte. Ma poi scende sul rettangolo verde del King Saud University Stadium e si trova di fronte la compagine nata nel gennaio 1900, che ha bisogno di impacchettare un exploit per i 120 anni di storia. E così decide di farla ancora una volta, la storia.

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STORIA FATTA DI STORIE – Il capitolo scritto a Riyad dalla Lazio è di quelli da raccontare ai nipotini e da etichettare come la bellezza del calcio, lo sport più pazzo al mondo, quello in cui Davide può battere Golia o tramutarsi in Golia per una notte. C’era una volta una squadra cui mancava l’ultimo step, una rosa priva di personalità nella maggior parte di elementi o comunque che poteva vantare pochi elementi di caratura internazionale, pochi calciatori che avessero partecipato alle massime manifestazioni continentali. C’era una volta Manuel Lazzari, che nel 2013 quando Lulic alzava al cielo la Coppa Italia nel derby contro la Roma giocava nella Giacomense prima di approdare alla SPAL, c’era una volta Thomas Strakosha, che come Luiz Felipe Ramos faticava ad imporsi a Salerno in una realtà meno blasonata e nobile rispetto ai parametri biancocelesti, alle ambizioni della Società Sportiva Lazio. La bella storia di Silvio Proto che conquista il trofeo numero 16 in 18 stagioni di carriera. Quella di Riyad è la storia di un centrocampista corteggiato da squadre d’Europa che han vinto nell’anno solare meno della squadra in cui attualmente il numero 21 si trova e di cui va orgoglioso, di un calciatore che ha pensato di smettere col calcio ed oggi risulta essere artista di calcio e numero 10 di pura classe. La storia di chi come Acerbi ha battuto la malattia del secolo ed è tornato a battagliare sui rettangoli verdi mettendo in campo una presenza gladiatoria, una ferocia in grado di annichilire anche i più temibili tra gli avversari. C’è chi come Lulic può dire “due” alla voce “reti segnate in finali” raggiungendo così Immobile e Claudio Lopez, chi come Radu è a quota sei trofei messi in bacheca in oltre un decennio di Lazio: in estate per Stefan la pagina sembrava voltata, ma la Lazio era casa sua, la Lazio lo è tutt’ora, e allora perché rimanere in disparte? La storia di Juventus-Lazio 1-3 di Supercoppa sfida ogni fatturato, ogni legge dei grandi numeri, nella sua improbabilità diviene magica, idilliaca. Correa e compagni servono il bis alla Vecchia Signora, questa volta in un altro continente, ma la sostanza non cambia. Tre gol in campionato, tre in finale, Inzaghi in trionfo da condottiero vero, leale, umile, laziale. Sotto la sua gestione in dieci sfide alla Juventus ne ha perse tre di misura, di cui due nel recupero, vincendone però ben 4 nelle ultime 7. Per risalire ad un poker di vittorie prima della guida tecnica del mister piacentino bisogna contare ben 36 partite precedenti dal 2004 al 2016, una vita. E’ il sorriso di chi sa di avere un gruppo invidiabile, quello di Simone che mette al collo la medaglia d’oro, lasciando a CR7 quella d’argento. Un unicum: il campione portoghese aveva vinto 12 finali di fila dal 2014 al 2019, ma si è dovuto arrendere ancora una volta ad una squadra che in qualche modo costituirà per lui una vera e propria bestia nera.

TALISMANO – E’ la storia del talismano Leiva, un signore nato il 9 gennaio che ha disputato 3 finali con la Lazio vincendole tutte e tre: è il numero 6 che permette alla Lazio, sobbarcandosi l’arduo compito di coprire ogni falla e intercettare ogni traiettoria, di esprimersi nel suo manifesto migliore, quella formula fantasia che delizia da almeno tre stagioni i palati sopraffini degli amanti del football. E’ la notte di Danilo Cataldi, ragazzo che nel 2013 decideva la finale Scudetto Primavera e nel marzo scorso chiudeva il derby con un gran tiro da fuori area che non lasciava scampo all’estremo difensore romanista Olsen, aquilotto vero, romano con la Lazio nel cuore e nelle vene, trascinatore nello spogliatoio e speaker speciale nell’intonare i cori nello spogliatoio festante: “Avanti Lazio, facciamogli tre gol” è la resa italiana di un coro che in romano rende forse ancora meglio la portata specifica dell’impresa della Lazio. Si è ritagliato spazio con il sacrificio il numero 32, per poi pennellare una punizione magistrale e incidere direttamente il nome “Lazio” sul primo trofeo ufficiale assegnato nella stagione in corso. E’ la vittoria di tutti, ma soprattutto di una squadra, quando potrebbe suonare come mera retorica. E’ il trionfo del coraggio, poiché sin da Goethe “L’audacia ha in sé genialità, potere e incanto”, e alla fine dei conti premia chi l’ha avuta. Come Inzaghi, che con cambi che potevano apparire difensivi ha chiamato nella metà campo biancoceleste la Signora tendendole la trappola più letale. 

INCANTO – Sarri non riesce a darsi spiegazioni valide, eppure aveva sempre battuto la Lazio in carriera prima dei 7 dicembre, tranne in un pareggio 1-1 a Napoli siglato da Keita. Inzaghi ha incartato di nuovo il match al tecnico toscano, costringendo la retroguardia a correre all’indietro, grazie anche alle individualità: da un Correa imprendibile ad un Luis Alberto poetico, da un Lazzari instancabile ad un Lulic che si è pienamente fatto perdonare il piccolo errore in uscita che aveva portato al provvisorio 1-1 di Dybala sterzando su De Sciglio e costringendo l’ex Milan (ancora lui, lo ricorda bene anche Lukaku) a scivolare, spianando la strada ad un cross che raggiungeva leggiadro Milinkovic che appoggiava all’indietro per Luis Alberto libero di battere a rete, per poi gonfiare la rete personalmente su spizzata di Marco Parolo, uno che ama fare i fatti oltre che dimostrarsi lucido e puntuale a parole. E poco importa se per una sera Immobile non la butta dentro, perché il lavoro del bomber di Torre Annunziata è impagabile: Ciro si abbassa ai limiti dell’area di rigore, cuce il gioco col collega di reparto Correa, guadagna falli preziosi per far respirare la squadra. Per non parlare di Strakosha, impreciso coi piedi solamente in due occasioni ma per il resto egregio sia in uscita che col pallone tra i piedi. La magia del Natale vuole anche questo, che i ruoli si ribaltino, che la Lazio riesca se possibile a far meglio dell’ultimo e recente 3-1 ai piemontesi e si imponga anche agli occhi del mondo come la compagine superiore tra le due in campo. Per una sera, sia chiaro. Ma “sono queste le serate per cui facciamo questo mestiere”, afferma a chiare lettere Inzaghi. E a caratteri cubitali rincara la dose anche Parolo, che da pompiere predica calma, legittima e sacrosanta: “I risultati premiano il lavoro quotidiano, ma qui siamo tutti bravi a esaltarci e poi all’improvviso a diventare tutti brocchi e a farci dire che siamo scarsi. La migliore Lazio degli ultimi anni? Vediamo a fine stagione”, ha dichiarato il centrocampista di Gallarate al termine della finale, senza riuscire tuttavia a spegnere l’entusiasmo del popolo biancoceleste, che si è riversato per le strade di Ponte Milvio per festeggiare l’ennesima vittoria, la quinta Supercoppa della storia del club nonché la sesta coppa della gestione Lotito. Gli applausi del presidente del CONI Malagò o quelli della sindaca di Roma Virginia Raggi, il comment pungente del Sergente che si chiede come potesse esserci scetticismo e sottolinea come la Lazio lo abbia “fatto di nuovo”, Correa che dorme in aereo abbracciato al trofeo, la moglie di Cataldi che esulta davanti alla tv: solo soltanto alcuni dei flash affidati ai social in una nottata lunga che il regista romano profetizza priva di sonno. La ripresa è fissata per il 31 dicembre, ma adesso quel che conta è godersi in Natale ed il meritato riposo. L’euforia è motivata, il capolavoro servito, il coraggio premiato. Ognuno si prenderà e conserverà un’immagine, dall’altisonante consacrazione di Strakosha alla rumorosa crescita di Ramos, dalla commovente costanza di Acerbi alla mentalità battagliera di Radu (8 finali con la Lazio come Nedved, Mancini e Favalli), dalle corse a perdifiato di Lazzari all’amore di Lulic per i minuti che seguono immediatamente il settantesimo, dalla classe cristallina di Milinkovic alla personalità superiore di Lucas Leiva, dall’eleganza interplanetaria di Luis Alberto (che ha scovato come nel derby il pertugio della gloria) alla capacità di determinare di un fenomenale Correa, dall’anima di Immobile alla rivoluzione copernicana di Cataldi, dall’intelligenza sopraffina di Caicedo alla sagacia tattica di Parolo, dall’abbraccio di Inzaghi ai componenti del suo staff all’esultanza di tutti i magazzinieri. La vigilia di Natale è portatrice di un frammento di quell’incantesimo che illumina i sorrisi dei bambini, l’antivigilia sarà il risveglio beato dei sostenitori laziali, che passeranno delle festività ancora più belle, probabilmente inimmaginabili. Dopotutto il 2019 era iniziato col piede giusto e non avrebbe potuto chiudersi con gioia più irrefrenabile. Supremo l’orgoglio, strameritati i complimenti, collettiva l’impresa dolce e inaspettata. L’atmosfera somiglia molto all’incanto, futile allora prolungarsi a descrivere ciò che non è suscettibile di essere spiegato. La vita prosegue, l’eco rimarrà. Chè in fondo la felicità resta seppur passeggera, la bellezza non è bisogno ma estasi pura, e per dirla con Gibran: “non è bocca assetata o mano protesa, ma un cuore bruciante e un’anima incantata”. Quella fervente e compiaciuta di ogni tifoso della Lazio, che torna bambina ed impara una lezione spesso dimenticata, non troppo dissimile dallo storico motto della squadra. Non arrendersi mai e credere nelle favole non è sintomo di stupidità, ma condizione affinché si realizzino. Così, nel periodo del Natale, anche la ben più accreditata e notoriamente famelica Vecchia Signora può tramutarsi in esile e spaurito avversario al cospetto di chi, conscio di saper volare, non ha proprio intenzione di smettere di spiegare le ali. E soprattutto, dopo anni, ha finalmente compreso di averle forti e resistenti come non mai.

N.F.

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