L’UOMO COPERTINA DI OTTOBRE – DANILO CATALDI – La rara storia di chi sa essere leader senza far rumore. Elogio della palpitante perseveranza di un ragazzo per cui la Lazio è casa. Milinkovic, carpe diem, delirio: ecco perchè il 32 dimostra che a fare la differenza è la qualità del tempo

 

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di Niccolò Faccini

Rispettare severamente qualcosa, operare nel bene con costanza, lavorare a testa alta con pazienza, la virtù dei forti, non perdere la forza. Che la perseveranza costituisca virtù sempiterna è quasi universalmente riconosciuto, ma la difficoltà della tenacia è spesso sottaciuta o svilita. Per aspettare nelle astanterie, per rimanere sospesi come in sala d’attesa, per essere costretti sovente ad essere relegati ad attori non protagonisti è necessaria un’ottima dose di fiducia e ottimismo, una grande fede, un enorme sostegno, un carattere tosto, un quantum di determinazione non indifferente. Il padre dell’esistenzialismo Jean Paul Sartre, quasi agli sgoccioli del “secolo breve”, sosteneva con fermezza che la giovinezza consista non tanto nel cambiare di continuo opinioni o nella mutevolezza dei sentimenti, ma nel provare quotidianamente, nel viaggio della vita, la forza e la tenacia di quelle idee e di quei sentimenti. L’incarnazione del motto del “non mollare mai”, l’emblema della virtù del vivere con serenità e senza arrendevolezza i momenti più bui, quelli in cui si è tenuti come in disparte e sarebbe più semplice lasciar perdere, annichilirsi, abbassare il capo, smettere di crederci. Non è un caso che quando secoli or sono un certo Apuleio dovette – nel qualificare la passione – trovare una similitudine con la tenacia, scelse gli inferi. “Tenace come gli inferi la passione”, scriveva nella favola di Amore e Psiche il filosofo romano, come a significare che ardente è ciò che freme nelle vene quando si è convinti di poter contribuire ad un tutto, di poter essere utili alla propria causa, di poter convincere anche gli scettici, di poter vincere la sfida con se stessi. La storia di Danilo Cataldi è un’epopea di sacrifici, lacrime, sorrisi e innumerevoli gocce di sudore, una storia in cui non si può far altro che addentrarsi in medias res, perché ancora vive e ancor sarà lunga. Le Giovanili della Lazio, la nitida percezione di essere un predestinato, condensata con l’umiltà di chi sa da dove viene ed è riconoscente alla famiglia e a chi ha saputo stargli accanto. Non è semplice essere nati in pieno agosto, non è semplice trovare chi accetti di convivere col ruggito del Leone, segno zodiacale che alla fierezza abbina una propensione a stare sotto i riflettori, un amore per la bellezza somma, il segno difficoltoso per antonomasia perché diviso tra la potenza vitale e l’animo nobile e generoso, tra la potente genuinità e l’intransigenza primigenia. Poche cose qualificano questo segno di fuoco come la vocazione a trascinare, l’attitudine del leader, la ferma volontà di essere sempre all’altezza. Volenteroso e scalpitante, Cataldi e la sua trafila sono intrinsecamente legati all’aquila e al suo irresistibile fascino. Cresciuto nell’Ottavia, Danilo si imprimerà sul cuore i colori del più antico club della Capitale, dagli Allievi Nazionali alla Primavera. Con mister Alberto Bollini nel giugno 2013 Danilo trionferà a Gubbio nella finale scudetto con l’Atalanta, permettendo ai giovani aquilotti di alzare un trofeo che mancava da dodici anni. Sotto gli occhi della dirigenza – leggasi il presidente Claudio Lotito, il ds Igli Tare e l’allora allenatore della prima squadra Vladimir Petkovic – Danilo, romano di Roma, siglerà una doppietta nel giorno più importante alla Dea di Bonacina (da sempre fucina di talenti), che gli varrà tra l’altro il premio “Piermario Morosini” come miglior giocatore della fase finale. Era la “piccola” e ancora acerba Lazio di Keita e Strakosha, calciatori con cui Danilo avrebbe condiviso lo spogliatoio dei grandi soltanto qualche capitolo dopo. Petkovic lo apprezza e lo porta più di una volta in panchina per assaggiare l’ambiente dei big, seguono il rinnovo del contratto e il ritiro di Auronzo di Cadore con la prima squadra, primi passi di una maturazione necessaria che a Danilo servirà tantissimo. L’agosto 2013 segna il suo passaggio a Crotone. La diciannovesima presenza in B è foriera della prima rete, la prima gioia personale tra i professionisti: è il ventesimo della ripresa di un Crotone-Pescara, quando Danilo realizza il 3-0 degli “Squali” per poi lasciare il campo non prima di essersi preso la meritata “standing-ovation” dello Scida. La squadra di Drago comincia a non poter più fare a meno del giovane aquilotto, che sempre al minuto 65’ firma una rete di capitale importanza anche al Granillo nel derby calabrese contro la Reggina: assist di Del Prete, stop chirurgico e destro in diagonale che non lascia scampo al portiere avversario: è una corsa sfrenata sotto la curva quella di Danilo, la prima di una serie forse non lunghissima ma certamente indimenticabile. Farsi le ossa in squadre di categoria inferiore rappresenta un passaggio obbligato per ogni atleta che si rispetti, è la famosa gavetta a cui Danilo non si sottrae, pur avendo il conclamato obiettivo di esordire con la maglia che ama da sempre, quella della Lazio.

 

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UN SOGNO CHIAMATO LAZIO – La tanto agognata opportunità arriva il 14 gennaio 2015: all’età di venti anni Cataldi debutta in prima squadra in occasione degli ottavi di Coppa Italia contro il Torino, e lo fa come meglio non avrebbe potuto, senza pagare alcuna emozione e servendo ad un certo Miroslav Klose l’assist per il provvisorio 2-0. Dopo il 3-1 finale Danilo si presenta raggiante in zona mista. La sua prima partita ufficiale è coincisa col passaggio del turno in Tim Cup. Ti aspetteresti un’autoesaltazione, alcune delle domande dei cronisti presenti sono inerenti alla sua prestazione individuale, eppure dal centrocampista senti soltanto parole relative al collettivo, alla performance di squadra, e di elogio ai compagni: “Abbiamo interpretato bene la gara, ma siamo già proiettati alla prossima sfida. La mia prestazione? E’ stato difficile, non giocavo da tanto, ma è un onore per me, giocare con questi compagni rende tutto più facile. A Crotone ho fatto esperienza ma questa è la maglia per cui amo giocare, la casacca che sogno fin da bambino. Mio padre si sarà sicuramente emozionato”. Il ruolo della famiglia e della riconoscenza è centrale nella vita di Danilo. Per Esopo la gratitudine è la firma delle anime nobili, e Danilo è su questa lunghezza d’onda. La sua carriera sembra andare subito veloce, così quattro giorni dopo la prima in Coppa Italia ecco sopraggiungere l’esordio in A col Napoli. E’ il 18 gennaio 2015 e a dieci minuti dal termine del tempo regolamentare Cataldi subentra al centrocampista di Gallarate Marco Parolo, con cui sarà staffetta anche qualche anno dopo, ma questa è un’altra storia. La prima stagione si conclude con un bottino di oltre 20 presenze, è un inizio incoraggiante. Il 9 marzo 2015 il coronamento di un sogno: nel 4-0 stellare alla Fiorentina l’allenatore biancoceleste Stefano Pioli sostituisce capitan Mauri, che porge la fascia a Stefan Radu, che a sua volta – tra lo stupore – la passa a Danilo. Il numero 32 termina una vittoria pirotecnica e maestosa con la fascia al braccio e la maglia bandiera della sua squadra del cuore, mentre la Curva Nord intona a gran voce “Danilo Cataldi eheh, ohoh”. L’umiltà di Cataldi è la solita, e con le dichiarazioni del dopo-gara il classe 1994 non si smentisce: “Inizialmente non volevo la fascia, perché prima di me ci sono tanti campioni, sono rimasto sorpreso dal fatto che Stefan abbia insistito. Se non l’avessi presa forse mi avrebbe menato, quindi ho acconsentito (ride, ndr)”. Tra maggio e agosto 2015 hanno luogo le due sconfitte nelle finali con la dominatrice Juventus rispettivamente in Coppa Italia e Supercoppa Italiana, ma l’amarezza è passata già ad inizio ottobre, quando con i francesi del Stint-Etienne Danilo fa il suo esordio anche in UEFA Europa League, è un’altra vittoria. Nemmeno il tempo di crescere con l’aquila sul petto che Cataldi timbra per la prima volta il cartellino con la Lazio: ancora una volta gli ottavi di Coppa Italia, la vittima è l’Udinese, la marcatura vale il passaggio del turno, è il 17 dicembre ma il regalo di Natale 2015 Danilo se lo è fatto con qualche giorno di anticipo. Il bis si palesa il 24 gennaio del nuovo anno, il 2016, sempre all’Olimpico ma contro la bestia nera del Chievo Verona nel 4-1 ai clivensi. Con l’arrivo sulla panchina della Lazio di Simone Inzaghi l’idillio tra Cataldi e la Lazio sembra in procinto di proseguire a gonfie vele, e l’annata 2016/2017 nasce sotto una buona stella, quella che cade sullo stadio Atleti Azzurri d’Italia a fine agosto. Alla prima di campionato infatti al minuto 89 esplode l’entusiasmo di Danilo che firma il gol che chiude la partita sul 4-3 contro un’Atalanta mai doma. Il numero 5 accompagna l’azione di Dusan Basta, che elude la marcatura di Spinazzola e serve al centro l’accorrente Cataldi che non può sbagliare e manda in estasi il pubblico biancoceleste. Il leitmotiv dell’avventura di Cataldi alla Lazio appare ormai un omaggio a Jacques de La Palice: ogni qualvolta venga chiamato in causa il ventiduenne risponde sempre presente, eppure la troppa panchina e qualche equivoco tattico di troppo rischiano di confinarlo ai margini della squadra ritardandone la crescita ed impedendo una continuità che sarebbe una manna dal cielo per il giovane e talentuoso centrocampista. Che intanto dal gennaio 2014 è convocato in pianta stabile con l’Under21 (il 13 agosto dello stesso anno tra l’altro firma in amichevole la prima rete in maglia azzurra, festeggiando così il ventesimo compleanno con una settimana di ritardo), e con la selezione del ct Di Biagio disputa un buon campionato Europeo 2015 in Repubblica Ceca. Non contento, nel novembre dello stesso anno pareggia la rete del serbo Sergej Milinkovic (suo grande amico) nelle qualificazioni all’Europeo del 2017.

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IN ESILIO E…RITORNO! CHE COINCIDE CON LE NOZZE! – Ma torniamo al club: è a malincuore che alla metà del gennaio 2017 Danilo viene ceduto al Genoa di Ivan Juric per spezzare l’intermittenza e trovare la vaneggiata continuità che possa permettergli di raggiungere la consacrazione calcistica. Nonostante le alterne vicissitudini del Grifone, Cataldi riesce ad entrare nelle grazie della guida tecnica rossoblu e ad ingranare, collezionando 13 presenze sulle 19 partite giocate dalla compagine ligure. L’estate del 2017 è indimenticabile: Danilo sposa la compagna di sempre Elisa Liberati, da cui avrà poi il regalo più bello che la vita potesse fargli, il primogenito Tommaso.

Con Inzaghi a Roma continua a non esserci spazio per lui, che è costretto a ripartire lontano dalla Capitale anche nella stagione 2017/2018. Comincia il capitolo Benevento. In Campania con le Streghe incontra mister De Zerbi, che metterà un ulteriore tassello per la crescita esponenziale del ragazzo. Cataldi prende la numero 8 ed anche le redini del gioco della nuova squadra, di cui diventa autentico perno. Trenta presenze tra Serie A e Coppa Italia e tre assist forniti il suo score personale, infine l’unica rete stagionale, quella che non avrebbe mai voluto siglare, rivelatasi poi comunque ininfluente ai fini del risultato finale. E’ il 31 marzo 2018 quando Danilo torna all’Olimpico col Benevento e col destro trafigge Strakosha con una magistrale punizione pennellata dalla sinistra dell’area di rigore portando gli ospiti sull’inatteso 1-1, pareggiando il gol di Immobile. Quando il pallone gonfia la rete il centrocampista è scuro in volto, fa due passi verso il centrocampo, Djuricic lo abbraccia ma lui si divincola e si rivolge apertamente verso la Curva Nord “scusandosi” con due mani, la mimica facciale non ha bisogno di interpretazioni. E’ il più classico dei gol dell’ex, ma Cataldi si mostra addolorato. Il 31 maggio 2017 ecco l’esordio con l’Italia dei grandi contro San Marino. Segno che il ragazzo è visionato e tenuto in grande considerazione anche ai piani alti del calcio nazionale, sebbene non sia un titolare fisso dello scacchiere tattico della banda Inzaghi.

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LA LAZIO COME RAGIONE DI VITA – L’obbligo di riscatto da parte del club campano era legato alla permanenza in Serie A, che nonostante una buona seconda parte di stagione non viene raggiunta, dunque il classe 1994 fa rientro a Roma e il 18 agosto 2018 (ancora contro il Napoli) torna a vestire la maglia che è per lui ragione di linfa vitale dopo 19 mesi di distanza, un’infinità. Le gerarchie a centrocampo sono chiare, davanti al numero 32 ci sono giocatori del calibro di Lucas Leiva – bandiera storica di un club prestigioso come il Liverpool – e Sergej Milinkovic, Luis Alberto e Parolo, la concorrenza è fittissima. Ma Danilo ha un’arma tagliente e magica, che è la consapevolezza. Il miglior modo per cogliere l’attimo è prestare attenzione e farsi trovare sempre pronti, così Cataldi ruba con gli occhi i segreti dei compagni di squadra e aspetta il turno con pazienza e perseveranza. Cruciale ed essenziale la vicinanza della moglie Elisa e del papà Francesco, della mamma Patrizia e dei sostenitori della Lazio, che aspettano che all’ex capitano della Primavera della Lazio venga finalmente data la possibilità di germogliare e poi di una fioritura durevole. La stagione 2018/2019 è quella della svolta, o almeno così pare. Sei apparizioni in Europa League, il doppio in campionato per un totale di mille minuti, non quello che Cataldi si attendeva ma complessivamente un buon bagaglio di cui far tesoro. Perché come spesso si dimentica nel calcio come nella vita a fare la differenza è la qualità dei secondi, la qualità dei minuti, e non la quantità.Per quanto tempo è ‘per sempre’?, chiese Alice. Le risposero: “A volte semplicemente qualche secondo, a volte anche un solo attimo”, si legge in alcune delle memorabili pagine dello scrittore britannico Lewis Carroll. Così la forza di Danilo è la rara abilità di sfruttare ogni scampolo di match in cui viene gettato nella mischia per fornire alla sua squadra tutto ciò che ha tra piedi e anima. E non importa se dopo 11 giornate ha giocato la miseria di 58 minuti d’orologio, perché quando Inzaghi lo schiera dal primo minuto contro la SPAL Danilo lo ripaga con una prestazione super fatta di qualità e quantità, sacrificio e orgoglio. Un assist e un gol con un siluro dalla distanza, realizzato a Vanja Milinkovic-Savic, una famiglia che evidentemente gli porta fortuna. Dopo la rete Danilo apre le braccia ma è come se stesse spiegando le ali, l’esultanza è liberatoria. “La dedico a mia moglie e a tutti i tifosi che mi sostengono”. Quattro giorni dopo, un unicum sotto la gestione Inzaghi: Danilo è ancora titolare per la seconda gara consecutiva, la performance con il club ferrarese non è passata inosservata. Anche contro i finalisti della precedente edizione di Europa League – il Marsiglia di Rudi Garcia – Cataldi si sistema in cabina di regia e sforna una prestazione di intelligenza tattica notevole. Il 32 gioca tutti e novanta i minuti, e lo stesso dicasi per la successiva trasferta del girone H contro i ciprioti dell’Apollon Limassol. A Nicosia Cataldi ritrova la fascia di capitano il 29 novembre 2018, a distanza di tre anni e otto mesi dall’ultima volta, quel Lazio-Fiorentina 4-0 che poteva essere un turning point della sua carriera. Ma la sfida in terra cipriota dà uno spunto per evidenziare il quid proprium della sua esperienza sotto la gestione Inzaghi: il centrocampista romano, schierato col contagocce dall’inizio, è spesso costretto a giocare in formazioni inedite, in assenza dei calciatori di spicco e di maggiore qualità della squadra, così far girare da solo l’intero 11 è un’incombenza difficile. Cataldi non dispera, non è nella sua natura, la sua indole è quella di indomabile lottatore. Potrebbe sembrare retorica, chi lo conosce sa che non lo è. Dopo la parentesi di inizio novembre con la SPAL Cataldi infila solamente 64 minuti e 10 panchine nelle successive dodici partite di Serie A della Lazio. Ma a Danilo appartiene la filosofia del cogliere l’attimo, il Carpe Diem tratto dalle antiche Odi del poeta Orazio e fatto conoscere al grande pubblico anche tramite il professor John Keating nel film “Dead Poets Society” noto come “L’attimo fuggente” del 1989, diretto da un sublime Peter Weir. Ecco quindi che i novanta minuti col Genoa del 17 febbraio sono i preludio all’apoteosi datata 2 marzo 2019.

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IL 3-0 NEL DERBY, UNA GIOIA INCONTENIBILE – Allo stadio Olimpico di gioca il derby della Capitale contro la Roma e Danilo ha a disposizione dodici minuti per incidere. Di necessità deve essere fatta virtù, una costante in carriera. La Lazio è sul 2-0 quando il numero 32 fa il suo ingresso sul manto erboso al posto di uno stremato Joaquin Correa. L’intento è quello di mantenere un risultato già acquisito. Ma i cugini giallorossi non hanno fatto i conti con lo spirito indomito di un giovane ragazzo cresciuto nell’Ottavia. Su una respinta di testa di Kolarov Cataldi è il primo calciatore a toccare la sfera nella sublime azione del 3-0 biancoceleste. La serve a Leiva, che di prima la dà a Bastos sulla linea di centrocampo. L’angolano la restituisce a Cataldi, che è pressato da due uomini e scarica ancora il pallone su Bastos. Tutto di prima, palla a Leiva che apre per Milinkovic sulla destra. In profondità scatta Parolo sul filo del fuorigioco, ma tutto dev’essere perfetto, Marco quindi non può essere in off-side. Già, Marco Parolo, proprio il centrocampista cui Danilo diede il cambio nel giorno dell’esordio. L’assistente non alza la bandierina, è tutto buono, Parolo la dà ad Immobile che imbuca per Milinkovic. Già, Sergej, il ragazzo che era entrato sul tabellino dei marcatori proprio in occasione del giorno del primo gol in gara ufficiale non amichevole con l’Italia Under 21. Il serbo è spalle alla porta, deve scaricare per Cataldi, colui che aveva iniziato l’azione. Danilo non ci pensa due volte, chiude gli occhi e quando il suo sinistro viene scoccato verso la porta difesa da Olsen nella mente di Danilo passa tutta la carriera, tutti i sacrifici fatti, tutto ciò che a parole non potrà mai essere raccontato. La palla entra in rete e Danilo corre, corre come in occasione della prima rete con la Lazio, o forse corre come non mai, perché la Lazio grazie al suo gol sta replicando il 10 dicembre 2006, ovvero la vittoria con maggiore scarto in campionato sui rivali della stracittadina. Si leva la maglietta, salta i cartelloni pubblicitari, si toglie anche la maglietta bianca che aveva sotto, ora è sono rimaste soltanto le sue pelli, prima il mero rivestimento esterno del corpo che è proprio di tutti i vertebrati, poi quella della Lazio, la sua seconda, o forse chissà, anche la prima. E’una gioia irrefrenabile, incontenibile, quella del ragazzo che chiude il centocinquantesimo derby di Roma della storia, una gioia condivisa coi compagni, con l’allenatore e con la moglie Elisa. “Ho iniziato a saltare, ma mi sono resa conto che non era il caso. Ho pensato che avrei partorito lì, portavo un bambino in grembo. Prima della partita eravamo frastornati. Il giorno prima Danilo me lo diceva, si sentiva che se fosse entrato in campo sarebbe successo qualcosa. La Lazio rappresenta casa”, queste le parole della moglie il giorno dopo al Corriere della Sera. Cataldi si presenta in zona mista a fine partita:Cosa è successo dopo il gol? Non so, ditemelo voi, io ho visto che non ho fatto un tiro irresistibile ma che la rete si era gonfiata, poi non ho capito più niente, avevo solo voglia di correre e sentire calore. E’ la mia notte più bella da calciatore, non vincevamo mai contro le grandi, oggi è il risultato perfetto”. Avrebbe potuto anche togliersi qualche sassolino dalle scarpe, Cataldi, avrebbe potuto parlare di voglia di rivalsa, di rivincita personale. Nulla di tutto ciò. Danilo è un puro e soprattutto un tifoso laziale. “Rabbia nell’esultanza? Assolutamente no, c’era felicità, solo tanta felicità e voglia di festeggiare. Ho girato per un anno e mezzo lontano da Roma, ora sono tornato a casa”. E’ un termine ricorrente, questo, “casa”. Per lui la Lazio è questo. Non ci sono polemiche, non esiste rancore. “Credo che mentre correvo avrebbero anche potuto accoltellarmi, buttarmi a terra, non avrei sentito assolutamente nulla. E’ stato il momento perfetto”. Su Instagram c’è tanta sincerità: “La voglia che sia solo l’inizio”. Si conferma il ragazzo umile e grintoso di sempre, quel numero 32 che all’Olimpico aveva segnato in quella stessa porta chiedendo scusa a quegli stessi tifosi che alle calende di marzo dello scorso anno gridavano a gran voce il suo nome dopo il gol del definitivo 3-0 alla Roma. Nell’aprile 2019 l’ennesima ciliegina, vale a dire la convocazione del ct Roberto Mancini per il secondo stage dell’Italia dei big.

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LA LEZIONE DI NIETZSCHE E LAZIO-ATALANTA 3-0, FOTOGRAFIA DI UNA CARRIERA – La storia di Cataldi è la storia di un antidivo, di un ragazzo che ha preferito la semplicità e la passione per il lavoro e per determinati colori alla tracotanza, all’arroganza o alla superbia calcistica. Un ragazzo dalla testa dura che è riuscito ad emergere, a migliorarsi, a completarsi come uomo e poi come calciatore. Non ultime, dichiarazioni sempre lucide, specchio di un ragazzo genuino e rimasto autentico. Sfogliando le pagine si giunge alla stagione in corso, che si preannuncia importante. In estate la società ha puntato su di lui a parole e con i fatti, privandosi tra l’altro di Alessandro Murgia e optando per non acquistare ulteriori pedine a centrocampo. Così Cataldi dovrà contendersi il posto con Parolo e Berisha, ovvero fare ciò che ha sempre fatto in carriera, aspettare il momento propizio per poi mostrare a tutti di che pasta è fatto. Quando lo speaker biancoceleste annuncia il suo nome, figuri esso nel novero dei titolari o tra le riserve, la risposta del pubblico dell’Olimpico è sempre la stessa, un lungo applauso. Danilo ha già vinto, perché è riuscito a far breccia nei tifosi della squadra per cui respira. Tutto ciò che verrà sarà qualcosa in più di guadagnato. Quest’anno la vetrina dell’Europa League costituirà una chance da sfruttare al meglio, a patto che gli 11 schierati il giovedì non siano formazioni ampiamente sperimentali. Due sono però i picchi di luce di questo primo scorcio di stagione. In primis l’ingresso con l’Atalanta, che forse fotografa più di ogni altra istantanea la sua carriera. Quando sei sotto 3-0 e le aspettative di risalire la china sono basse se non nulle, quando il tuo nome non può essere scandito da un boato perché tra i tifosi è evidente lo sconforto, in punta di piedi ecco il numero 32, che potrebbe nascondersi tra i tanti attori insufficienti di una pessima recita per 45’ ed invece emerge, spicca, rende il cambio dell’intervallo tutt’altro che vano, anzi fruttifero. E cambia la partita. In silenzio, senza far rumore, perché questo ragazzo ha preferito la quiete al baccano, ha preferito far parlare il campo ad atteggiamenti poco consoni o sgradevoli. Geometrie e cattiveria agonistica, Ilicic passa da potenziale arma letale a partita in corso a sparito dal campo, il merito è anche e soprattutto di Danilo, autore di sistematici anticipi e grandi recuperi. Gli stessi da cui sono scaturiti due gol sui quattro rifilati alla banda capitanata da Walter Mazzarri. Dulcis in fundo, infatti, l’autorevole e a tratti magistrale gara sciorinata col Torino nel turno infrasettimanale del 30 ottobre. Che non cambierà la sua carriera e non gli varrà alcuna targa celebrativa, ma ha ribadito ancora una volta – qualora ce ne fosse bisogno – l’altezza della semplicità, dell’umiltà e della caparbietà. Dinamismo, velocità, gamba, visione di gioco, e al diavolo il peso delle aspettative: la nuova stagione ha riconsegnato ad Inzaghi un calciatore dotato di quel cocktail di elementi che al centrocampo della Lazio servivano come non mai. Professionalità e rispetto, ingredienti che valgono a Cataldi enorme considerazione nello spogliatoio, di cui è tra i pilastri. Nella conferenza stampa del dopo-partita dalla pancia dell’Olimpico è arrivato l’elogio di Inzaghi:Danilo è stato bravissimo, ma non avevo dubbi su di lui perché ha grande maturità ed è un trascinatore anche quando è fuori, è un tifoso della Lazio e un valore aggiunto all’interno dello spogliatoio. E’ capitato spesso di lasciarlo fuori, ma ogni volta in cui è chiamato in causa mi risponde sempre in questo modo”. Del resto, risuona profetica la lezione senza tempo di Friedrich Nietzsche. “Chi vuole imparare a volare, deve prima imparare a stare in piedi, ad andare, a correre, ad arrampicarsi e a danzare: non s’impara a volare volando”. Danilo Cataldi ha imparato a stare in piedi, ad andare, a correre (e che corse sotto la Nord!), ed ora si accinge a danzare. Lo farà ancora all’ombra del Colosseo, manca solo l’ufficialità. E se giovinezza è provare quotidianamente la forza e la tenacia delle proprie idee, dei propri sentimenti, allora l’augurio è che la sua carriera sia sempre più brillante e improntata alla continuità, e che a volare possa insegnargli Olympia. Nella speranza che il ragazzo col numero 32 possa spiccare il volo al solo fine di tornare ogni giorno al nido. Perché è per questo, in fondo, che si impara a volare. Per poter sempre – anche quando le strade siano intasate – tornare nel luogo che è “CASA”. Per Danilo Cataldi questo luogo si chiama Società Sportiva Lazio.

N.F.

 

 

 

 

 

 

 

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