Gianni Elsner, dieci anni senza la sua Voce

(da “Tutto fa Broadway” di Francesco Troncarelli)

 

Dieci anni fa se ne andava Gianni Elsner, la “voce” di Roma. Un uomo solare, allegro, colto e al tempo stesso affamato di conoscenza. Uno spirito libero e una persona perbene che rispettava tutti e che tutti rispettavano per la sua autonomia e onestĂ  intellettuale. Un provinciale che sbarcato da Merano nella Capitale si era immediatamente innamorato di questa cittĂ , cogliendone umori e amori, apprezzandone riti e miti e all’occorrenza perpetuandone usi e costumi.

Era un “giovin attore” di belle speranze che aveva frequentato l’Accademia “Silvio D’Amico”, che tra una particina nei poliziotteschi anni 70, una recita a teatro e un pasto a base di caffellatte s’improvvisò dall’oggi al domani conduttore radiofonico, inventando letteralmente il modo di fare comunicazione nell’etere romano con un successo strepitoso. Unico. Incredibile. Dagli inizi come pioniere a Radio Luna, ai fasti di Radio 6.

E da subito così fu Gianni Elsner, come dire “la” Radio. Dal 1976, per trentatre lunghi anni, tutte le mattine davanti ai microfoni, dalle 10 alle 14, con quella sua voce calda e profonda “alla Alberto Lupo” come gli dicevo spesso ricevendo il suo sorriso sincero di compiacimento, ha dato vita a un talk appassionante e coinvolgente dove si raccontava la quotidianeitĂ , dove si faceva cultura trasmettendo in diretta monologhi teatrali (mentre gli altri mandavano dediche e canzonette!), dove si risolvevano i problemi dei cittadini, dove al momento giusto si cazzeggiava goliardicamente per stemperare gli animi o per il puro gusto dell’intrattenimento a briglia sciolta.

Dove praticamente si creava dal nulla la cosidetta talk radio. Con ospiti dal talento riconosciuto che con lui entravano nelle case degli ascoltatori per raccontare momenti di spettacolo imperdibili (Gigi Proietti, Glauco Mauri, Miranda Martino, Amedeo Minghi, tanto per fare qualche nome dei tanti) o con aspiranti “Saranno famosi” che passando nel suo studio “alle Balduine” avrebbero ricevuto una mano per un loro progetto al debutto e perchè no, per la loro carriera.

La gente era conquistata dalla sua spontaneitĂ , dalla sua bravura (bisognava sentirlo recitare il dramma di Arthur Miller “Morte di un commesso viaggiatore” o le poesie di Nazim Hikmet), dalla sua tigna nell’affrontare i casi difficili e risolverli. Non a caso il programma aveva un titolo emblematico “Te lo faccio vedere chi sono io”, preso in prestito dall’omonima canzone di Piero Ciampi scelta fra un mucchio di dischi da Luciano Re Cecconi come sigla del programma.

Si trattasse della vecchietta scippata della pensione all’uscita della posta, si trattasse di Brunilde, la cameriera di Soraya messa alla porta senza stipendio e casa su due piedi, si trattasse di centinaia di bambini privi di tutto in Paraguay e portati a scuola e accompagnati nella vita grazie alla intuizione delle adozioni a distanza, i “bambuccini” seguiti dai missionari Hermana Fabiola e Padre Attilio che anche adesso (tramite www.associazionegiannielsener.it ) continuano a ricevere un aiuto concreto. Per tutto c’era Gianni, l’amico di tutti. Poveri e sconosciuti soprattutto, di cui è sempre stato il paladino, ma anche ricchi e famosi.
Vip come Bonolis, la Ferilli, Venditti e compagnia cantando, che nell’ospitata nella sua trasmissione diventavano semplici cittadini alle prese con i problemi di Roma e non saccenti e inavvicinabili divi. Bastava poi che aprissse le dirette ed era tutto un susseguirsi di “Gianni che mi consigli”, “Gianni che facciamo”, “Gianni che dici”, “Gianni hai visto quel programma”, “Gianni mi marito vo’ sapè quando ce riporti ar teatro che jè piaciuto tanto”. E soprattutto, “Gianni ma sta Lazio…”.

Sì la Lazio, il suo grande amore al quale ha dato tanto fino all’ultimo (è scomparso con ancora negli occhi la grande vittoria nella Supercoppa dopo l’ultima e piĂą lunga trasferta della sua vita, a Pechino), cercando di risolvere in trent’anni da tifoso le situazioni burrascose che si sono ciclicamente proposte, appoggiando la societĂ  quando in molti la contestavano e portando la gente allo stadio per essere vicini alla squadra, mai divisivo, sempre e semplicemente laziale che amava la Lazio.

Un impegno e un punto di riferimento costante per tutti i tifosi della Prima squadra della Capitale, quando parlare di Lazio era difficilissimo e molto piĂą ostico di oggi. Il Lunedì dopo la partita, la sua apertura in Radio, faceva tendenza, per esaltarsi nel commentare una vittoria, per tirarsi su quando c’era stata una sconfitta, disanime e prese di posizione che poi proseguivano durante la settimana con discorsi sempre pacati e mai offensivi fino ad arrivare il sabato con il celebre “fomento” via etere per la partita in arrivo.

Dalla sua trasmissione partivano le invasioni pacifiche al Maestrelli per sostenere la squadra, le trasferte in tutta Italia, lì si svolgevano le litigate con Calleri e i tentativi di rendere meno didascalico Lotito, le dirette, seguitissime, con Eriksson e Mancini, ma soprattutto si irradiava la sua sicura e confortante voce amica nei momenti bui dei vari calci scommesse, quando tutto sembrava perduto e Gianni resisteva ricompattando l’ambiente. “Un amore così grande”, la Lazio per lui, come la canzone che a sue spese fece mandare dagli altoparlanti dell’Olimpico il giorno della partita disperazione, Lazio-Vicenza.

La notizia che “il nostro amico Gianni è volato in cielo”, mi arrivò all’improvviso alle 20 e 45 del 5 ottobre 2009 tramite un sms della sua editrice e al tempo stesso fan, Lucilla Nicolanti. Non un fulmine a ciel sereno, perché sapevo che stava male, ma in ogni caso una mazzata tremenda. E non poteva essere altrimenti perché con Gianni Elsner ero cresciuto, ascoltandolo la mattina alla radio quando ero ufficialmente a casa per studiare e diventandone poi col tempo amico.

Un’amicizia nata sull’onda dell’entusiasmo per i suoi “one man show” quotidiani dove parlava di tutto e spesso e volentieri di Lazio e coltivata negli anni con interviste e pezzi su di lui che scrivevo per il Messaggero e collegamenti vari nella sua trasmissione in cui parlavamo di spettacolo.

Quel senso di smarrimento che mi pervase dieci anni fa per quella triste notizia, fu il senso di smarrimento di tutti, chi lo seguiva infatti si sentì improvvisamente orfano di un amico di famiglia o di un fratello maggiore che quando avevi bisogno c’era sempre per tenderti una mano e farti sentire meno solo in questa giungla metropolitana che ci circonda e spesso ci sovrasta.

Inventore del talk show radiofonico, conduttore per antonomasia dell’etere romano a cui tutti gli speaker attuali devono no qualcosa ma tutto, appassionato di cinema e paladino della gente piĂą umile, è stato anche l’unico deputato nella storia del Parlamento italiano (Monarchia e Repubblica) a devolvere l’intero stipendio di deputato, ben 11 milioni delle vecchie lire mensili, in beneficenza alla Casa di riposo per Artisti “Lyda Borelli” di Bologna, mandando su tutte le furie Pannella che l’aveva messo in lista coi Radicali e che voleva la sua parte per il partito.

In 33 anni insomma ce l’ha fatto vedere chi era lui, una bella persona, altruista, non schierata e per questo libera. Ha cominciato con Strehler al Piccolo di Milano e ha finito con Roma, più romano di tanti romani, incarnandone lo spirito più autentico, quello dell’uomo dal grande cuore. A dieci anni da quel 5 ottobre in cui se ne andò in silenzio, a tutti quelli che lo hanno consociuto manca enormemente la sua umanità, il suo carisma, la sua lazialità, il suo essere Gianni Elsner.

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