FOCUS – Buon compleanno Correa! La profezia di Veròn, il vis-à-vis con Handanovic, la perla di Anfield al 71′ – Breve storia della Tucu-mania

 

di Niccolò Faccini

Marilyn Monroe non fece mistero del suo unico desiderio. Nè uomini nè denaro, nè successo nè amore. Solo il talento per recitare. L’arte di estasiare, la creatività del genio, l’estro che in fin dei conti è dono di Dio, è ereditato dall’alto. Joaquìn Correa, già da quando muoveva i primi passi a Juan Bautista Alberdi, nella provincia di Tucumàn, Argentina, aveva compreso chiaramente di essere stato fortunato beneficiario del talento di poter dipingere calcio, del pregio della rarità di poter non essere banale, di non essere come gli altri. Una maturazione veloce, dei maestri di tutto rispetto, la trafila nelle giovanili del River Plate e l’incontro con un calciatore discretamente importante per la storia della Lazio, Juan Sebastian Veròn. Quando nel 2011 Joaquin approda nello storico club di La Plata, il Tucu fa il suo primo incontro col centrocampista classe 1975 ed oggi presidente dell’Estudiantes, che nella Capitale aveva alzato al cielo scudetto, coppa Italia, Supercoppa italiana ed europea. La Brujita avrebbe dichiarato di lui anni dopo: “Ho giocato con Correa e ci ho lavorato anche da dirigente, ricordo quando insieme posizionavamo il corpo per calciare le punizioni. Gli ho dato consigli e l’ho anche sgridato, ma lui si è fatto da solo. Il suo pregio? Pur avendo qualità non si è mai sentito arrivato e ha capito che per emergere bisogna imparare tutti i giorni. Alla Lazio crescerà molto e si completerà come uomo e giocatore“. Detto fatto, ma questa è storia recente.

ESTUDIANTES, VERÒN, SAMP E HANDANOVIC – L’investitura è di quelle pesanti, ma che nel bagaglio tecnico di Correa ci fosse un misto arzigogolato di ingredienti appariva lapalissiano sin dalle prime apparizioni in prima squadra. Una storia costellata di incontri con calciatori ed allenatori italiani o connessi con la Serie A. Come quando debutta con l’Estudiantes nel maggio 2012 nella trasferta col Banfield, sostituendo a dieci dal fischio finale Duvan Zapata, attaccante colombiano che avrebbe sconfitto in finale di Coppa Italia sette anni dopo. Non sono tutte rose e fiori, la concorrenza è alta e i ritmi spesso vertiginosi, Joaquìn nasce come esterno, le movenze di Javier Pastore e una classe innata, sopraffina, che lo porta spesso ad astrarsi dal gioco, a prendersi delle pause. La prima rete è quella al Velez, datata marzo 2014, la prima di cinque complessive in 60 apparizioni col club argentino. Nel gennaio 2014 Correa opta per il grande salto, ma quando arriva alla Sampdoria è piena sessione invernale di mercato e adattarsi in una manciata di gare non è semplice. La maglia numero 8 gioca più centralmente, da centrocampista con licenza di avanzare e tentare percussioni offensive ad alto tasso tecnico. Impiega un anno il Tucu ad entrare nei meccanismi del calcio italiano, ma già nell’estate 2014 effettua una scelta coraggiosa, quella di prendere la 10, la casacca col numero più importante. Le tre reti messe a segno in Liguria con i doriani coincidono con tre sconfitte dei blucerchiati, patite rispettivamente con Carpi, Napoli e Bologna. Si ha la sensazione di una promessa ancora acerba, un potenziale craque del calcio internazionale ancora lontano dalla consacrazione. L’impatto con un campionato più tattico e difensivo come la Serie A non è la sola causa di un rendimento altalenante, in campo si vede spesso un Correa impiegato col contagocce o intristito, a tentare senza esito di predicare nel deserto. Lui che a diciassette anni, ancora distante dalla maggiore età, inscenava in patria numeri da proibire ai minori, lui che il 10 maggio 2014 aveva gonfiato la rete nel sonoro 3-0 nel match contro il San Lorenzo, è costretto a vivere il suo momento più basso. È l’ottobre 2015 e dopo una combinazione stretta con Soriano Joaquìn si trova a tu per tu con l’estremo difensore dell’Interno Handanovic. Le due squadre sono ancora sullo 0-0 in una sfida di cartello che può cambiare le carte in tavola. Il Tucu supera il portiere e dovrebbe solo spingere dentro la sfera col piatto sinistro, ma si emoziona ed inspiegabilmente incappa nel più tipico dei gol mangiati, quello imperdonabile e motivato da eccessiva confidenza e sicurezza, spedendo la palla sul fondo tra l’incredulità generale. Come dinamica è lo stesso che qualche anno dopo avrebbe fallito Edin Dzeko all’Olimpico in un Roma-Palermo. È la goccia che fa traboccare il vaso, Marassi non crede ai propri occhi, arrivano i primi fischi dalle gradinate e Correa vive un incubo, sperimentando sulla pelle l’estrema difficoltà che è insita nella gestione del dono di un talento cristallino ancora solo in potenza, ancora in attesa della vaneggiata fioritura. Il 10 non segna più, alterna giocate sontuose ad appassimenti temporanei, la continuità questa sconosciuta, la malinconia di chi vorrebbe emergere e sa di avere i mezzi per farlo, ma invece di prendere fiducia si incupisce. Genova è città di marinai e per Correa non è stato un porto sicuro. Così, invece di rimanere in Italia, approda al Siviglia. Lo scenario della Liga come palcoscenico per spiccare, il Sanchez Pizjuàn da fare innamorare. Il 10 luglio 2016 Correa lascia l’Italia con un bottino di 3 reti e 5 assist per trasferirsi alla corte di Monchi e Sampaoli. Il predestinato riprende a correre. E cambia numero di maglia. Prende l’11, il numero del Genio di Prometeo, dell’argento, del rinnovamento. Del risveglio.

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SIVIGLIA: TUCU-MANIA – Il calcio del club andaluso è ben diverso da quello della Samp. Unai Emery ha appena detto addio e il nuovo ciclo Sampaoli vuole essere all’insegna dello spettacolo, ambire al culto del bello, che spesso mal si coniuga con i risultati sportivi immediati. Nel novero dei compagni di reparto figurano calciatori del calibro di Muriel, Vazquez e Ben Yedder, profili che abbinano quantità e qualità. Il Tucu parte a meraviglia e si trova perfettamente a suo agio in uno scacchiere tattico che gli permette di partire da sinistra e divenire spesso “hombre del partido” grazie ad una forte propensione all’assist e alla sua dote più particolare: quella di vedere gli sviluppi di gioco prima degli altri. Questa peculiarità gli permette di eccellere con la palla tra i piedi e premiare sovente gli inserimenti dei centrocampisti. Tarantolato e famelico, il Tucu prende consapevolezza e si cimenta in pezzi di bravura che non passano inosservati. Tra le pecche della prima annata spagnola una tendenza ad assentarsi a tratti dalla manovra e lo scarso cinismo sottoporta, che gli impedisce di raggiungere cifre di rilievo in termini di bottino realizzativo. Poco male per un ragazzo venuto dalla provincia di Tucumàn che ha appena spento 22 candeline ed ha un roseo futuro davanti. La squadra ottiene un ottimo piazzamento, quel quarto posto che la spedisce direttamente alla fase a gironi della successiva edizione della UEFA Champions League. È anche grazie alle prestazioni del Tucu, che giura di essersi ambientato e di esser pronto a preparare la stagione della definitiva maturazione.

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PROTAGONISTA CHAMPIONS – Nella cronistoria dell’argentino sono alcune date ben identificate a fare la differenza. La stagione 2017/2018 non parte sotto i migliori auspici per il club, che si separa da Sampaoli e affida la guida tecnica a Eduardo Berizzo. Il nuovo tecnico non arriverà a mangiare il panettone, venendo esonerato il 22 dicembre e sostituito da Vincenzo Montella. L’ex allenatore della Sampdoria sarà traghettatore per quattro mesi, fino all’aprile 2018, quando si insedierà Caparròs. I cambiamenti in panchina non aiutano, ma a livello personale Correa non sembra risentirne. Alcune date, dicevamo. Il 13 settembre 2017 il Siviglia vola in Inghilterra per la prima gara del Gruppo E di Champions, sfidante il Liverpool di Klopp. “This is Anfield”, legge all’ingresso in campo prima del tunnel il numero 11, desideroso di fare bella figura nel teatro dei sogni, un catino da cui in pochi escono vivi e senza le ossa rotte. Apre Ben Yedder, rispondono Firmino e Salah, il Tucu è effervescente ad intermittenza e disputa una gara fatta di luci e ombre, fino a quando l’orologio non indica un minuto che è particolarmente fortunato per il popolo laziale, il 71. Rimessa laterale ospite, servito Correa che fa sparire il pallone, elude i difensori dei Reds e fa riapparire la sfera davanti a Karius. Nemmeno il tempo di vederla che il portiere già deve raccoglierla dal sacco. Correa ha trovato la ragnatela ad Anfield e regalato al Siviglia un punto d’oro in un girone di ferro. Sarà solo l’incipit di una stagione esaltante, culminata con due assist nella battaglia sportiva col Manchester United agli ottavi della principale competizione europea. Le sue gesta fanno notizia, il modo di giocare muta, la personalità è diversa e sempre maggiore. Segno che Joaquìn sta realizzando di essere un calciatore che può determinare, un altruista che non cerca a tutti i costi la via della rete ma in rete è felice di mandare i compagni. Questa la ratio per cui al termine di due annate al Siviglia Correa ha messo a referto 15 reti e 10 assist: cifre non esorbitanti o strabilianti, ma da non sminuire. È la qualità dei gol a spostare gli equilibri, il peso specifico dei passaggi vincenti o delle marcature ad illuminare il suo percorso. Lo sa bene anche l’Atletico Madrid di un altro laziale, il Cholo Simeone, che Correa è uno di quelli che si accende quando conta. Il 17 gennaio 2018 l’hombre fatàl è impavido, freddo e implacabile quando si trova davanti a Miguel Angel Moyà in un altro splendido teatro, quello del Wanda Metropolitano di Madrid nei quarti di finale di Copa del Rey. Montella gli affida l’attacco, andare a rete è suo compito, ormai il Tucu gioca sia da falso nove che da ala, sia da prima punta che da trequartista. Non ha una collocazione predeterminata e fissa, è uno di quelli a cui poter dire: “Vedi tu, sentiti libero di giostrare, di modificare la posizione a tuo piacimento, di interpretare”. E di dipingere. Quando una pennellata col contagiri gli spiana la strada per la porta sul parziale di 1-1, Correa mette da parte tracotanza e brividi, impaccio e ricordi. L'(altro ex biancoceleste) Handanovic superato e graziato è un’immagine sbiadita, ora Joaquìn è cambiato, è un altro giocatore. Portiere da una parte, palla dall’altra, in numero 11 firma la rimonta e sigla il 2-1 finale, un colpaccio che esalta Montella. È ancora protagonista, ancora sotto i riflettori più lucenti, il ragazzo argentino dal volto umile ma determinato. Sorride in maniera differente dal passato, ora è lui ad aggredire la partita, lui a dettare i tempi, lui ad orchestrare gioco. Il settimo posto finale in Liga riflette una stagione non facile e troppo ricca di cambiamenti per la squadra, che comunque risulta finalista di Coppa del Re e tra le migliori otto della più ambita manifestazione continentale. Dribbling frustrante per ogni rivale, convinzione alta, ancor maggiore la soglia dell’attenzione, niente più pause nei novanta minuti. Eppure il Siviglia, fucina di talenti e giovani promesse, come fu per Immobile cede al corteggiamento del più antico club di Roma. È il primo di agosto del 2018 e Correa ha un conto aperto con la Serie A, tanta voglia di smentire chi lo aveva bollato come eterno incompiuto, di cimentarsi in una nuova e intensa avventura, nel club in cui l’ex compagno Veròn aveva fatto faville. È il tempo del ritorno, non basta più emergere o spiccare, ora il Tucu vuole spiccare il volo.

LAZIO E CONSACRAZIONE – 44 presenze, 9 reti e 6 assist totali tra Coppa Italia, Europa League e campionato descrivono solo in parte il contributo di Correa alla causa della Lazio. L’argentino ha rappresentato a Roma una risorsa cruciale per Simone Inzaghi, che a più riprese lo ha definito “il valore aggiunto della squadra“. Pochissime apparizioni dal primo minuto, una sola nelle prime 13 di Serie A, sembravano averlo condannato al delicato e poco gratificante ruolo di subentrante “spaccapartita”, arma da giocarsi a partita in corso, quando il nemico è sfinito e tu vanti una cartuccia in più in panchina. Ma Correa determina sia dalla panchina (vedasi Parma-Lazio) che da titolare, epidittici e calzanti gli esempi di Udine, Marsiglia e Eintracht Francoforte. Se nella prima metà di stagione al Tucu manca solamente qualche conclusione vincente, il feeling con la rete è ritrovato. Pardon, è conservato per le partite importanti. Il boato dell’Olimpico del 25 novembre 2018 è tra i più assordanti che si ricordano in casa Lazio negli ultimi anni: è merito del fantasista argentino che beffa Donnarumma e scatena la gioia dei sostenitori capitolini, facendo 1-1 in un Lazio-Milan del girone di andata. Ancora decisivo, ancora freddissimo a tu per tu contro il portiere avversario, in un altro magico luogo, la Scala del calcio. Il 24 aprìle è ancora Joaquìn a condannare il Diavolo all’Inferno: la Lazio espugna San Siro e vola in finale di Coppa Italia, una vittoria prestigiosa e fondamentale griffata dal Tucu. Il 10 maggio 2019 mancano cinque giorni alla notte dell’ultimo atto di Tim Cup, quando Correa ostenta sicurezza sui social e soprattutto esibisce di aver compreso di essere arrivato al momento clou della carriera. Adesso bisogna vincere e far trionfare la Lazio. Su Instagram è conciso e sibillino: “Ahora màs que nunca“. Ora più che mai serve coraggio alla Lazio per affondare la rivelazione Atalanta, data per favorita da tutti i commentatori e addetti ai lavori per la conquista del trofeo. Ora più che mai in 24 anni serve la passione, la ferocia, il killer instinct per mettere al tappeto l’avversario ed assaggiare il delirio. Il 15 maggio Correa concretizza la sua rabbiosa armonia confezionando la rete che chiude i giochi, quel 2-0 da antologia per come costruito e rifinito. Tutto torna: l’amico Zapata – cui aveva dato il cambio nella sua prima da professionista in prima squadra ai tempi dell’Estudiantes – sconfitto, l’ennesimo vis-à-vis col portiere, l’ennesima chirurgica dimostrazione di freddezza. Gollini saltato, fendente scagliato in porta e tutti sotto la Curva Nord. Correa quella sera si prende definitivamente il cuore dei tifosi, il giorno dopo si prende le prime pagine dei giornali sportivi, qualche settimana dopo la copertina della rivista di Lazialità. È la miglior stagione di sempre per il Tucu, che non ha alcuna intenzione di fermarsi e si candida per una seconda stagione a Roma da protagonista assoluto, da stella abbagliante. Chi vorrà sedersi al tavolo delle trattative non potrà farlo prima del prossimo anno, partirà da una base d’asta di 70 milioni. La Lazio vuole ripartire da lui, Correa sente di aver appena cominciato un ciclo vincente con le aquile, è legatissimo ai colori del cielo e freme per essere il perno ed il regista del nuovo film della Lazio targata 2019/2020. Le 13 reti nella preseason lo rendono il più prolifico marcatore della rosa biancoceleste, il modo di giocare lo fa somigliare ad un veterano, un senatore laziale. Compie oggi 25 anni un astro nascente del calcio internazionale diventato da promessa certezza, da ragazzino a uomo. La Lazio lo coccola e se lo gode. Nè uomini nè denaro, nè successo nè amore. Il solo talento del numero 11 varrà da solo, anche l’anno prossimo, l’intero prezzo del biglietto.

N.F.

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