APPROFONDIMENTO – Ahi social, teatri di gremita solitudine! Galeotto ne è l’abuso, dilagante il narcisismo. Da veicoli a prigioni, ma i tifosi ieri eran sognatori, oggi coprotagonisti…

 

di Niccolò Faccini

 

Condivisione ondivaga di trame evanescenti, esteriorizzazione in una gigantesca e popolosa vetrina di attributi per lo più somiglianti a sfarzose messinscene, asettica esibizione di una pretesa felicità lussureggiante, perenne connessione per nulla sinonimica ma anzi diametralmente opposta all’essenza della condivisione. Occultare il proprio essere tramite l’ostentazione del non essere, la pura apparenza che cela una fragilità bella, quella dei rapporti veri ed essenziali, che non sono fatti solamente di sorrisi ma anche di lacrime, crepe e mancanze che nella realtà virtuale risultano così spiegabilmente assenti, invisibili. L’era post-moderna è segnata in modo talmente mastodontico dall’avvento dei social networks da creare confusione circa la portata di questa rivoluzione, le sue pecche e i suoi vantaggi. L’interconnessione senza sosta ci consente di creare un collegamento stabile, aprire un varco con persone residenti dall’altra parte del globo, annullando le distanze geografiche e creando un legame virtuale tra persone situate in luoghi agli antipodi l’uno con l’altro. L’attitudine consumistica della società occidentale, la propensione al sostituire piuttosto che al riparare, il residuo eccessivamente pesante di una cultura spesso fanatica del motto “usa e getta” ha portato gli utenti dei social networks a immortalare ogni momento delle rispettive giornate – “posto ergo sum” – e spesso a svilire la propria immagine, ad una poco nobile assuefazione all’immagine di sé che vogliono gli altri. Urge spiegarsi per bene: postare in continuazione fotografie che innalzano il proprio ego (o meglio autoritratti) è il modus per quam, la strada maestra per far vedere agli altri individui (seguaci, followers, “amici”, che dir si voglia) cosa si fa durante il giorno, per mettere in vetrina una felicità apparentemente senza soluzione di continuità: mi mostro per come aspiro ad essere, mi (s)vendo per come sembro, mi offro in tutto il mio essere attraente e alla fine posso anche riuscire nel tentativo di ingannare gli altri sulla portata reale della mia routine. Chiunque può accedere al teatro della finzione e recitare una parte. Il rischio serio è però quello di ingannare se stessi, vale a dire finire per addentrarsi nella vanità di quel tunnel che ci impone quotidianamente di proporci agli altri per quello che di noi piace a loro, ovvero di farci diventare ad immagine e somiglianza di un prototipo ideale che accondiscende all’altrui volontà. In parole povere, il pericolo è quello di essere più connessi, più visti, più seguiti, più “ricchi” di amici virtuali potenzialmente interessati alle nostre vite, ma più poveri nella realtà reale, più soli, meno amati per come siamo. Chi ci vuol bene è chi conosce il punto di rottura della campana di vetro da cui pretendiamo di guardare il mondo, chi ci ama lo fa perché ama tutto di noi, comprese le nostre ferite, le nostre incertezze, i nostri dubbi, in pratica tutto ciò che non risulta dalle perfezioni provvisorie ostentate sui social. Nella società fluida di Zygmunt Bauman tutto scorre in una “modernità liquida” che ci avviluppa, ci tiene al caldo ma forse in realtà ci espone al gelo della solitudine più totale, la solitudine che ci siamo costruiti da soli, diventando carnefici e allo stesso tempo vittime inconsapevoli. Nella società del “tutto e subito” non c’è spazio per il legame duraturo, più comodo al contrario barcamenarsi tra una vastissima gamma di offerte girevoli del tipo “occasione imperdibile”, “solo per oggi”, “affrettatevi gente”, e la dinamica che si innesca è chiaramente e meramente utilitaristica: ciò che mi soddisfa è ciò che posso trarre da un oggetto (o da un soggetto), non ciò che posso dare. Eppure, per il romanticismo inglese, è quando hai dato una cosa (e non quando l’hai ricevuta) che quella cosa è tua per sempre. Oggi ad essere in voga sono gli aggettivi “funzionale”, “appagante”, “perfetto”, preponderante l’idea del consumare, non di edificare e preservare. Sommersi da “app” sempre nuove, spesso non ci si rende conto del fatto che forse il dramma che tutto sia a portata di clic, che tutto sia esposto in pubblica piazza, può far evaporare e fare in mille pezzi la profondità di quei piccoli particolari che tendono a costituire il nostro quid proprium da difendere. L’egocentrismo più totale fa sì che ogni oggetto dei nostri desideri materiali sia connotato da un fastidioso “io”. Così compriamo gli “I-Phone”, gli “I-Pod”, e l’altro assurge a mero destinatario di attenzioni che in realtà finisco per dare solamente con l’idea che in tal modo potrò ricevere un utile in cambio. Anche il senso di un “mi piace”, l’idea del “like” di Facebook o Instagram perde la funzione originaria, cioè manifestare un sincero gradimento: se clicco sul pollice in alto o marchio con un cuore la tua foto postata sul social network è spesso solo perché so che in tal modo tu andrai a contraccambiare, a prescindere dal contenuto che pubblicherò. Così nascono molte relazioni “liquide”, così è alterato quel significato primigenio di “incondizionato”, che una volta era riferito all’amore che prescinde da condizioni o paletti, ed oggi si attaglia bene al fenomeno per cui ogni “mi piace” prescinde da un gradimento reale.

Altra conseguenza dell’impatto colossale dell’universo social è il diritto di parola portato all’ennesima potenza, unito all’oscurantismo delle fonti: così, in ambito giornalistico, la stessa notizia è riportata da decine o centinaia di siti o rielaborata e reinterpretata da decine di titolari di profili social, per poi arrivare sovente in maniera distorta al lettore. A cambiare è anche la portata del termine notizia. All’approfondimento anche talvolta di non semplice lettura tipico di una pagina di un giornale cartaceo è sostituita la brevità e la concisione, per rispondere all’esigenza di innumerevoli lettori poco propensi al sacrificio, desiderosi di badare al succo ed eliminare ogni contorno ritenuto superfluo: rimane una foto postata su Instagram, un lancio di agenzia, giusto lo spazio di qualche riga, per non appesantire troppo la giornata di chi si cimenterà nella lettura. Si procede in via ermeneutica, si cerca la notizia “tascabile”, si indaga poco, così tutto è notizia, anche una foto in bianco e nero o un commento o ancora un “like” di un personaggio pubblico ad un altro profilo ben identificato. Già, cosa c’entra tutto questo col mondo del calcio o dello sport in generale, cosa col calciomercato? Quale attinenza ha questo filone sociologico con la nostra materia? Perché associare l’affollata solitudine da social con le vicende calcistiche?

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Risposta semplice: anche il mondo del calcio ospita protagonisti molto attivi sui social, dai calciatori ai procuratori, tanto che oggi le stesse società sono spesso tenute a cautelarsi imponendo rigorose condotte social ai propri tesserati. Si vai dai casi di utilizzo compulsivo – vedasi il caso della coppia Mauro Icardi – Wanda Nara, con post criptici della moglie agente in riferimento alla situazione del marito e bomber, e col calciatore interista ad immortalarsi a colori quando ancora capitano della squadra nerazzurra e in bianco e nero quando epurato e lasciato ai margini della rosa – ai post più divertenti; dal centravanti della Lazio Ciro Immobile che spesso fa conoscere via Instagram le abilità canore sulle note di Ed Sheeran o della musica partenopea, fino alla moglie Jessica, che nei mesi ha più volte filmato le due figlie intente ad intonare le note degli inni ufficiali della Lazio; dall’ironia di Francesco Acerbi (sempre sulla cresta dell’onda) alle scuse comparse sugli account social dei centrocampisti del Milan Kessie e Bakayoko immediatamente dopo la “bravata” consistente nell’esporre a San Siro sotto la curva come vessillo di conquista la maglia del centrale biancoceleste a seguito di schermaglie dialettiche sul web. Segno di come i social non costituiscano più semplice tramite, ma vere e proprie piattaforme da gestire e regolamentare con dovizia di particolari. Da tener d’occhio la funzione informativa dei profili di mogli e compagne di giocatori, allenatori e dirigenti, come nel caso di Gaia Lucariello: l’Inzaghi pensiero sulla prestazione collettiva domenicale si può non di rado evincere dai commenti post-partita della dolce metà del tecnico piacentino. Casi limite quelli di Marco Parolo, che non fa uso dei social networks, e di Felipe Caicedo, attivo su Twitter ma non su Instagram. Nel caso del ‘Panterone’ è però la consorte Marìa Garcìa a coccolare i tifosi: lady Caicedo è infatti solita mettere like ad ogni frase che incoraggi o esalti il marito e ringraziarli personalmente per i complimenti. C’è spazio per il gossip, c’è spazio per la memoria e i ricordi. Così, per limitarci all’universo Lazio, spiccano i numerosi post del figliol prodigo Felipe Anderson. Il brasiliano, pur trasferitosi in Inghilterra al West Ham la scorsa estate, non fa mai mancare l’appoggio ai vecchi e indimenticati compagni, andando spesso ad intasare le bacheche dei calciatori attualmente in rosa o del profilo ufficiale della società con apprezzamenti o attestati di stima, tra l’altro ricevendo prontamente un metaforico abbraccio da quella frangia dei tifosi laziali che non ha scordato una virgola delle sue gesta all’ombra del Colosseo. Presenza cruciale sul terreno di gioco e altrettanto puntuale sui social è quella di Lucas Leiva, che al fischio finale di ogni gara affida all’account Instagram le sensazioni a caldo, rincuorando i tifosi in caso di insuccessi e analizzando pregi e difetti di giornata del team. Il brasiliano ex Liverpool ci dà modo poi di accarezzare brevemente le manifestazioni d’affetto telematico dei tifosi, che ogni giorno hanno modo di sentirsi più vicino ai loro idoli, ai loro beniamini. Nel caso di Lucas, per due anni consecutivi i supporters capitolini (ma anche quelli dei Reds, con una sorta di gemellaggio-social) hanno messo in scena una sorta di plebiscito, riversandosi sui social per indicare in massa il numero 6 come “Uomo dell’anno” in risposta ai sondaggi lanciati dal club. Ma l’universo della rete è anche lo scenario perfetto per dedicare lettere di addio alla gente o per celebrare ogni commiato, una volta congedatisi. È il recente caso dei baby portoghesi Bruno Jordao e Pedro Neto, che in partenza per Wolverhampton hanno affidato ai social il ringraziamento a tifosi, staff e società per l’incessante supporto e per l’opportunità di rappresentare con l’aquila sul petto i colori della Grecia, patria delle Olimpiadi, per due annate. Perché i social consentono uno scambio, un do ut des, una possibilità di interagire, una speranza ai tifosi più giovani di scrivere ai propri attori preferiti, quelli che si scambiano la sfera sui campi di calcio ed infuocano ogni impianto sportivo rendendo sempre più incrollabile una fede calcistica. Poco importa quindi se la dipendenza dal suono sordo dei telefonini abbia o meno acuito quel vuoto dettato dall’affievolirsi dei rapporti umani, concedendo alle persone di ignorarlo, riempirlo fittiziamente di contenuti volatili, dissimularlo o quanto meno lenirlo: nel 2019 l’appassionato di sport è messo in condizione di nutrire vivamente la speme di contribuire anch’egli con un verso alle vicissitudini della propria squadra del cuore o del proprio calciatore preferito. Anche il patito, l’affezionato, colui che in gergo è il “malato” di turno, può sentirsi,come mai nella storia, parte di un qualcosa di grande, ora non più soltanto sugli spalti di uno stadio ma anche tranquillamente da casa o dal treno o da un luogo dotato di una connessione WiFi. Al diavolo la tragedia della perdita della dimensione fisica, epidermica: basta muovere indice o pollice su uno smartphone ed il progresso reifica la promessa di una tanto vaneggiata comodità. E va riconosciuto che il quantum di interazione possibile tra protagonisti (atleti e personaggi pubblici) e non (interessati, tifosi) è esponenzialmente incrementato. Mai la gente comune ha potuto immergersi in tal maniera in un meccanismo così pulviscolare. Muta il ruolo del tifoso, che prima era circoscritto a sognatore ed ora può incanalare la fedeltà in modo nuovo e produttivo. Oggi anche nel calciomercato il tifoso può essere parte attiva, e ancor prima ogni calciatore può inviare ad una pluralità indefinita di destinatari messaggi da decodificare senza troppa difficoltà. L’indizio-social è ormai da annoverare tra i modus operandi degli operatori del calciomercato, rendendo tutto (apparentemente) più semplice e alla luce del sole.

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Guardiamo in casa nostra. La campagna acquisti e cessioni dell’estate della Lazio ruota attorno a Sergej Milinkovic, che sui social ostenta serenità e allenamenti durissimi ma divertenti. Sufficit un like alle nuove maglie delle pretendenti Manchester United e PSG per scatenare l’ira funesta di chi lo vuole ancora nella Capitale, per indurre molti tifosi a supplicarlo a rimanere a Roma, ad aspettare un altro anno per il salto di qualità definitivo in un top club. Ma il gioco delle parti prevede anche che i sostenitori di Milan, Juventus e Inter, compagini cui il serbo è stato accostato in passato, possano portarsi avanti il lavoro e accaparrarsi la simpatia del centrocampista, dicendosi speranzosi di un approdo a Milano o a Torino, ad oggi comunque altamente improbabile. Il peso del “follow” risulta ancora più invasivo. Se Wallace è sul mercato e intanto comincia a seguire i Wolves su Instagram non può essere una coincidenza, e del resto l’arrivo di Vavro dal Copenhagen era stato anticipato da una serie infinita di “mi piace” da parte del difensore slovacco a chi gli chiedeva di venire a indossare la casacca biancoceleste. Vavro ha gradito l’entusiasmo, ha iniziato a seguire la pagina ufficiale della Lazio e una settimana dopo era in Paideia come rinforzo estivo del club. Perche il tifoso ragiona col cuore, lo fa istintivamente, non si fa scrupoli. Attende la prima mossa della società o banalmente che i giornali parlino di un giocatore in chiave di mercato e muove le prime pedine. L’account Instagram di Manuel Lazzari è stato bersagliato da espliciti e chiarissimi inviti a scegliere la Lazio, il tutto anche sotto a istantanee che vedevano l’ex esterno della SPAL in compagnia della fidanzata. Manuel oggi ha assaggiato la sana follia dei tifosi laziali finalmente anche dal vivo, nel suo primo ritiro di Auronzo. Ma anche la trattativa legata a Jony Rodriguez si è mossa sul film rouge dei social. È stata infatti l’ala del Malaga a commentare le storie e i post dell’altro (già laziale) iberico Luis Alberto, che al “wow” di Jony riferito ai duri esercizi col preparatore atletico del Mago ha risposto: “Presto vedremo chi di noi due starà meglio“. Inequivocabile indizio di una conoscenza approfondita di come la trattativa della Lazio per l’ex Alavès fosse in fieri e ad un passo dalla chiusura. All’epoca l’affare Jony non si era ancora sbloccato, e Don Luis ha così tranquillizzato i tifosi sul suo buon esito. Lungi da noi affermare l’esistenza di una corrispondenza biunivoca tra gli indizi social ed il concretizzarsi reale di ogni trattativa: ad esempio Lorenzo Pellegrini avrebbe voluto portarle a Roma il centrocampista del Cagliari Nicolò Barella, ma cominciare a seguirlo è servito solo a solleticare le fantasie e l’appetito dei tifosi giallorossi, perché lui ha poi scelto l’Inter. Ne sa qualcosa anche Perisic, che giusto lo scorso anno incoraggiava il compagno di nazionale Modric a scegliere Milano. La stessa Roma ha subito uno smacco social proprio in questi giorni dallo Zenit. Il club di San Pietroburgo ha acquistato il vecchio pallino di Monchi Malcom, che nello scorso luglio sembrava ad un passo dalla Lupa ma alla fine preferì la corte del Barcellona. I russi hanno pubblicato sui canali social un breve video che nel ripercorrere ed elencare le squadre di appartenenza del nuovo talentuoso acquisto ha ricompreso ironicamente anche la Roma, con un fotomontaggio che ha evidenziato come per soli due giorni del luglio 2018 Malcom sia stato effettivamente giallorosso. La società romana ha replicato in maniera piccata ma elegante (“Porta tutta la tua bravura in Russia, Malcom“), ricevendo per tutta risposta un’ulteriore ma bonaria provocazione dallo Zenit: “Avete alcuni highlights che possiamo utilizzare?“.
Perché in fin dei conti non bisogna prendere – almeno in quest’ambito – il mondo virtuale troppo sul serio, e i social possono anche essere un veicolo per l’auto-ironia. Come per la Sampdoria di Ferrero, che nell’estate 2018 annunciava sui social l’acquisto di un nuovo centrocampista con la stessa veste grafica con cui la Juventus aveva annunciato al mondo CR7. Al Ronaldo portoghese veniva così contrapposto un altro Ronaldo, il più giovane e acerbo centrocampista guineense Ronaldo Vieira.

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Ma torniamo ai tifosi, divenuti ormai co-protagonisti e alleati delle società in tempo di mercato. Nei giorni scorsi è andata diffondendosi la voce secondo la quale tra le squadre interessate all’attaccante svincolatosi dal Tottenham Fernando Llorente ci fosse anche la Lazio. Da lì è partito “l’assalto feroce” al Re Leone. “Vieni alla Lazio campione”, “Ti aspettiamo a Roma”, “Cosa aspetti a scegliere noi?” i commenti più gettonati agli ultimi post della punta su Instagram, in lingua italiana, inglese e spagnola. Sogno di una notte di mezza estate o primo approccio con chi è destinato a divenire un aquilotto? Lo dirà il tempo, nel mentre molti laziali hanno voluto spiegare all’ex Juve quale tipo di accoglienza potrebbe ricevere nella Capitale, sponda biancoceleste. Non solo spettacolarizzazione della vita come indice di una mancanza di certezze, una “rete sociale” può fungere anche da catalizzatore di trasporto ed esaltazione, che nel mondo del calcio, a patto di non esagerare o degenerare, non fa male a nessuno. L’illusione tiene in vita ed è tra i primi piaceri, ma poi per Einstein anche la realtà è tutto sommato illusione persistente. Se Warhol ignorava dove l’artefatto o artificiale finisse per far cominciare la realtà, sposeremo la sua teoria e la opporremo alla durezza hegeliana per la quale “Ciò che è razionale è reale, ciò che è reale è razionale“. Vaneggiare assorti e coltivare sogni non costa nulla agli appassionati, dunque sarà meglio accantonare per un secondo la legittima e giusta spietatezza nei confronti della dipendenza da social. L‘ansimante ed esasperata urgenza del subitaneo manifestarsi visibili elevata a condizione esistenziale, i continui rifornimenti di superfluo con la moneta dell’essenziale, i comodi nascondigli dei “leoni da tastiera”, il quotidiano baratto di specchi, la facilità di uno “sport” per certi versi più seguito del football che è giudicare senza reale cognizione di causa, la difficile regolamentazione di un luogo materialmente inesistente che può tramutarsi in sfogatoio in cui tutto è lecito e nulla proibito. Saranno anche tarli di un marchingegno che le vecchie generazioni considerano forse a ragione incomprensibile o indegno di essere oggetto di approfondimento o di costante utilizzo, ma poi il calcio resta – come molti sostengono – una delle cose più importanti tra le meno importanti. E allora c’è un briciolo di spazio anche per quanto di più distante dal “politically correct”. E allora, quando tre giorni fa un umile tifoso interista tagga Nainggolan in un post in cui ricorda al belga: “Siamo in Champions grazie al tuo gol, Marotta ti ha mandato via perché lavora per la Juve, spero di rivederti l’anno prossimo senza gobbi” e l’ex Roma mette like, si potrà sempre pensare che il centrocampista lo abbia fatto non tanto per togliersi l’ennesimo sassolino dalle scarpe quanto invece per congratularsi con la riconoscenza del tifoso in questione perlomeno per la rete decisiva all’Empoli. E allora, quando Milinkovic è subissato di centinaia di messaggi con scritto “Come to Manchester” o “We want the Sergeant in United” e la sua causa è presa a cuore da centinaia di laziali pronti a ribattere, rilanciare e ad inondarlo d’affetto (“Resta”, “Portaci in Champions”, “Qui sei una stella“), ci piace pensare che il numero 21 possa sorriderne compiaciuto e conscio del proprio valore, non solo quello di mercato ma anche quello che ha fatto breccia in tanti cuori della Città Eterna. Cogliere il lato ludico dei social esemplificato dalle varie “challenges” susseguitesi negli anni è anche poi un modo per rifuggire da ogni idolatria verso i protagonisti di un microcosmo somigliante sempre più ad un macroscopico business, e identificare il non labile confine tra superficialità e leggerezza buona, tra lascività e spensieratezza. Eccoci dunque proiettati dall’Ice Bucket Challenge (la “Sfida del secchio di acqua ghiacciata”), campagna “virale” per la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla sclerosi laterale amiotrofica, rivelatasi tutto fuorchè un’inutile moda passeggera, fino alla più recente Ten Years Challenge, narcisistico fenomeno che impazza e spopola sui social e che consiste nel confrontare una propria foto scattata nel 2009 con una dell’anno in corso. Che poi, se ad immedesimarsi nella sfida fosse la Lazio, non si potrebbero rintracciare grandi diversità: da una Supercoppa a Pechino contro l’Inter datata 8 agosto ad una Coppa Italia in data 15 maggio, insomma, il cielo è sempre biancoceleste. In ultimis, la FaceApp, ultima moda sui social, che permette di modificare il proprio volto anticipando le fattezze che si potrebbero avere in età avanzata, una sorta di auto-invecchiamento ad hoc con risultati bizzarri, sperimentato anche da calciatori laziali; chè poi talvolta la leggerezza può davvero rappresentare il sofocleo “male indolore” utile a mitigare la quotidiana fatica ed alleviare ogni gravoso turbamento.

Demonizzarli a priori o ridimensionarne in toto la portata innovativa sarebbe sciocco; applicare il principio “modus in rebus” e farne un uso ragionato la chiave di volta; consultarli un sempre più prolifico modo per acquisire notizie e, perchè no, collezionare prove riferite al calciomercato. E allora non c’è da aborrire le reti sociali e il loro eventuale abuso o da prendersela troppo: alla maniera del Pavese, si perdonano tutti e a tutti si chiede perdono, a patto di non fare “troppi pettegolezzi”. Poi però, va detto, alla fine gli attimi più belli se ne stanno lì, intoccabili, insuscettibili di essere postati perché già ben saldi nella memoria, perchè già intimamente memorabili, che quando li vivi non hai nemmeno il tempo di ricordarti di avere il telefono in tasca. È l’alzarsi in piedi al cross di Leiva e allargare le braccia nell’istante in cui Sergej svetta di testa, è lo sbalordimento del dribbling di Correa, l’abbraccio del momento in cui la rete si gonfia, è l’ansia del calcio di inizio, il momento di suspense di quando il direttore di gara consulta il VAR e tiene ogni spettatore col fiato sospeso. Annullare le distanze geografiche e sentirsi parte di una grande famiglia è quindi oggi possibile non soltanto via social ma anche e soprattutto nel mondo reale, semplicemente accendendo una televisione o incollandosi ad una radiolina, percorrendo una gradinata o usufruendo dello streaming, diventando ogni volta come un nucleo familiare allargato, stretto forte attorno alla prima squadra della Capitale. In quei 90 minuti non c’è bisogno di camuffarsi, non c’è bisogno di fingere, non di mostrarsi diversi da come si è: in fondo poi tutti bambini, spiriti liberi, sognatori, aristotelici animali sociali esultanti e felici di apprezzare ed incarnare l’ancestrale valore della semplicità, che da sola supera le cime delle montagne e la vastità del mare. La semplicità della dinamica aggregativa che porta milioni di persone in tutto il globo a riversarsi sui seggiolini e sugli spalti degli impianti sportivi per null’altro che per ammirare le gesta di ventidue uomini che si passano una sfera al fine di scovare la combinazione vincente e rendere quei milioni di bambini – siano essi ottimisti o brontoloni, ma comunque schiamazzanti – ulteriormente felici. Felici di aver provato ciò che nessun social potrà mai assicurare, cioè felici di aver provato in ogni brivido la profonda bellezza del sentirsi ancora vivi, la profonda bellezza dell’appartenere, di appartenere alla vita, alla vita vissuta e non ostentata, alla vita vera.

N.F.

 

 

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