FOCUS – Trepidante attesa, pathos e gioia irrefrenabile: le “magnifiche sette” della gestione Inzaghi – Ecco la Top 7 delle meraviglie di una Lazio umana, troppo umana

 

di Niccolò Faccini

La prestigiosa vittoria per 2-0 con l’Inter targata Klose e Candreva, perla delle 7 gare conclusive della stagione calcistica 2015/2016; i roboanti successi con Sassuolo, SPAL, Benevento, Sampdoria – spesso spaventosi nelle proporzioni – dell’annata successiva, e il pirotecnico 4-1 del settembre 2017 inflitto al Milan di Montella autore di una campagna acquisti faraonica e accreditato da molti degli addetti ai lavori come principale competitor della Juventus; la “dolce sconfitta” nel ritorno della stracittadina valevole per le semifinali di Coppa Italia (così Lulic definì il 3-2 giallorosso nell’occasione); la rimonta-show alla Steaua Bucarest o le imprese di Nizza, Kiev e Marsiglia, campi ostici a livello europeo in quanto tane di compagini abituate a frequentare i palcoscenici più prestigiosi. Sarebbero tantissime le partite da ricordare in positivo per la Lazio targata Simone Inzaghi. Sotto la guida tecnica del mister piacentino i biancocelesti hanno raggiunto traguardi importanti ma soprattutto – al di là dei risultati – sono spesso riusciti a dare spettacolo, scrivendo indelebili pagine di storia. Tuttavia, sempre sussiste la possibilità di tracciare una linea e stilare la classifica delle sfide che più hanno entusiasmato i sostenitori biancocelesti in questi tre anni e mezzo. Rivivere brevemente i più rilucenti capolavori dell’era Inzaghi può rappresentare una chance per ripercorrere ore di gioco talvolta epiche e tornare indietro con memoria e sentimenti ad un passato prossimo a tratti pericoloso per le coronarie, a tratti esaltante. Secondo la nostra redazione in un’ipotetica lista – in ordine rigorosamente cronologico e non gerarchico – delle vittorie più belle ed emozionanti possono essere enumerate 7 partite (il numero non può essere casuale): la nostra Top-7 mira a considerare gli incontri che più di tutti gli altri hanno saputo condensare vittoria, sofferenza e gioia insperata per tutti i tifosi del primo club della Capitale. Tre dunque le variabili: 1)peso specifico/posta in palio del match in questione, 2)coefficiente emozionale e 3)risultato sorprendente. In ottava posizione e dunque fuori dalla speciale classifica, un ex-aequo: i due 1-0 di San Siro rispettivamente con l’Inter in campionato il 31 marzo 2019 (gol di Milinkovic al 12’) e col Milan nella semifinale di ritorno di coppa Italia il 24 aprile 2019 (gol di Correa al 58’). Non resta che riavvolgere il nastro.

 

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1)SEMIFINALE DI ANDATA DI COPPA ITALIA, LAZIO-ROMA, 1 MARZO 2017: IL CAPOLAVORO TATTICO DI SIMONE INZAGHI – Dopo il trionfo eterno del 2013, il cammino in Coppa Italia per la Lazio non è più stato foriero di notti vincenti. Lulic al 71’ ha sigillato una partita per definizione “senza rivincita”, e ogni sostenitore biancoceleste potrebbe nutrire silenziosamente la speme di non dover rivivere gare così sportivamente apocalittiche: questione di necessità di preservare le coronarie, di autodifesa. L’edizione 2016/2017 della Tim Cup mette di fronte ai biancocelesti agli ottavi il Genoa, superato brillantemente con un perentorio 4-2 casalingo. Quando ai quarti di finale Anderson e Biglia affossano l’Inter a San Siro, un occhio va al calendario della competizione: la Roma ha estromesso Sampdoria e Cesena, guadagnandosi sic et simpliciter il pass per la semifinale da disputare in due atti. Due stracittadine con un peso specifico inferiore alla finale di quasi quattro anni prima, ma comunque delicatissime. Sulla sponda giallorossa l’acquolina in bocca è tutta per una possibile rivincita, i crismi della vendetta ci sono tutti e trovano ulteriore conferma nelle parole del centrocampista belga Nainggolan rilasciate ad un tifoso romanista, che fanno il giro del web alla vigilia dell’andata della semifinale: “Abbiamo due partite contro la Lazio in Coppa, le vinciamo tutte e due, ti fidi di me?”. Il primo atto si gioca in casa della Lazio, la pressione è tutta su Simone Inzaghi, che prepara la sfida con la consapevolezza che non subire reti sarà l’unico viatico per avere velleità di qualificazione alla finale della manifestazione. Il primo marzo Simone imbriglia Luciano Spalletti con un capolavoro tattico da astuto stratega che sfiora la perfezione, da far vedere e rivedere nelle scuole calcio. Il mister della Lazio prepara un canovaccio tattico chiaro: serve avere il predominio, ma con prudenza. Al 20’ Lukaku crossa dalla sinistra per Milinkovic, che vola in cielo e testa i riflessi di Alisson. Ancora il serbo in azione, quattro minuti dopo il 21 serve Immobile con un preziosismo, il destro dell’avanti di Torre Annunziata è calamitato sul numero 1 avversario. Sergej al 29’ verticalizza per Felipe Anderson, che si mette in proprio, salta Manolas come fosse un birillo e pesca ancora Milinkovic che di destro fa 1-0. Al 58’, in piena ripresa, Parolo esplodere un destro terrificante che si spegne alla sinistra di Alisson: la Lazio ha il controllo totale della partita e rischia soltanto in circostanze sporadiche e casuali. Come al minuto 60, quando Salah fa partire un fendente terrificante da fuori area che scheggia il montante. L’intesa sull’asse Anderson-Immobile funziona a meraviglia, e Ciro siglerebbe anche il 2-0 al minuto 68’, ma la rete viene annullata correttamente per offside. A quel punto Simone Inzaghi toglie Felipe e si gioca la carta Keita, è tutto programmato. La gioia è infatti solo rimandata di dieci minuti, quando Keita risulta imprendibile sulla fascia destra e consegna ad Immobile un pallone che va solo spinto in porta: l’esultanza per il 2-0 è da brividi, Inzaghi “accompagna” il suo bomber ricreandone le movenze col corpo dalla panchina, è il coronamento di una prestazione eccelsa. L’unico pericolo corso dai suoi è al minuto 80’, quando Strakosha devia una conclusione velenosa (e deviata) col sinistro di Emerson Palmieri. Il direttore di gara Irrati porta il fischietto alla bocca e pone fine alle ostilità. Vittoria con due gol di scarto e porta inviolata, ci sono tutti i presupposti per un ritorno meno preoccupante. Il 4 aprile la remuntada giallorossa è un’illusione che dura poco, perché la Lazio è brava ad amministrare il vantaggio dell’andata e a colpire in ripartenza con Milinkovic e Immobile, ancora loro, sempre loro. Il 3-2 finale a favore di Salah e compagni è per le aquile la più dolce delle sconfitte, per l’altra sponda una vittoria di Pirro che invece di cancellare il 26 maggio finisce col reiterare l’equazione per la quale quando si parla di dominatori della Capitale si parla di Lazio.

 

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2)SUPERCOPPA ITALIANA, JUVENTUS-LAZIO, 13 AGOSTO 2017: VITTORIA AL CARDIOPALMA – Il 17 maggio 2017 la Lazio esce sconfitta dalla finale di Coppa Italia dello Stadio Olimpico in virtù delle reti di Dani Alves e Bonucci nei primi 24 minuti della prima frazione di gioco. A vincere è la Vecchia Signora, padrona anche dello Scudetto: poco male quindi, la Lazio può ritentare l’impresa titanica solamente tre mesi dopo. “Siamo orgogliosi di essere qui, contro la Juventus siamo stati spesso sfortunati ma è anche vero che non abbiamo mai disputato la partita perfetta, domani invece dovremo essere impeccabili”, così l’allenatore della Lazio il 12 agosto 2017 alla vigilia di una partita dalla posta in palio altissima: 90 (o 120) minuti varranno un trofeo, e i bianconeri hanno ancora una volta i favori del pronostico. Il capitano biancoceleste sarà Senad Lulic, è proprio il bosniaco ad aver contribuito all’ultimo trofeo conquistato dalle aquile nell’indimenticabile 26 maggio 2013. “Speriamo che in Supercoppa sia la volta buona per replicare quel successo”, si augura il numero 19. Che il giorno seguente scambia il gagliardetto con Buffon e si appresta a sfidare assieme ai compagni una squadra quasi invincibile: Allegri schiera Buffon, Barzagli, Benatia, Chiellini, Alex Sandro, Khedira, Pjanic, Cuadrado, Dybala, Mandzukic e Higuain, in panchina vanno i volti nuovi Bernardeschi e Douglas Costa. La Lazio risponde con Strakosha tra i pali, Wallace, de Vrij e Radu in difesa; Basta, Parolo, Milinkovic e Lulic a centrocampo con Leiva in cabina di regia (alla prima apparizione in assoluto in Italia); in avanti Luis Alberto a supporto di Ciro Immobile. Tante le incognite tra i capitolini, si cerca l’inversione di tendenza contro una corazzata, la consapevolezza è che il primo atto della stagione possa riservare una sorpresa, la freschezza atletica potrebbe fare la differenza. Il sogno di mezza estate è lì, un trofeo argenteo pronto a diventar preda di una delle due compagini. Parte forte la Juve, Alex Sandro mette dentro dalla sinistra e Strakosha sfodera una parata monstre di puro istinto su Cuadrado, liberissimo ad un metro dalla porta. Ancora Dybala, risponde presente l’estremo difensore albanese. La Lazio prende le misure e riparte: alla mezz’ora Milinkovic trova un corridoio invisibile agli umani per servire Immobile, che viene atterrato da Buffon: giallo e tiro dal dischetto, prontamente trasformato dal numero 17. Gigi aveva intuito, ma il rasoterra è angolatissimo e il risultato si sblocca. Sulle ali dell’entusiasmo la Lazio carica, Luis Alberto imbuca per Milinkovic che di tacco smarca Basta che si fa ipnotizzare da Buffon; ancora Leiva prova dalla distanza, sono cinque minuti di assedio. Minuto 54: Parolo fa partire uno spiovente dalla destra, Ciro svetta sulla testa di Benatia e firma un 2-0 che manda in estasi l’Olimpico. La gara è in pieno controllo della compagine romana, non sembrano esserci nemmeno i presupposti affinchè la Juventus accorci le distanze, ma al minuto 85 Dybala su punizione dimezza lo svantaggio e cala la paura, che al novantesimo si trasforma in terrore: Marusic stende Alex Sandro in area di rigore, per l’arbitro Massa di Imperia è penalty, che Dybala realizza con freddezza dagli undici metri. 2-2. Sarebbe un esito ingiusto per quanto visto sul rettangolo verde, per di più gli uomini di Inzaghi sembrano essere allo stremo delle forze e lo spettro dei supplementari sorriderebbe probabilmente ai piemontesi. Al 92’44’’, quando l’inerzia del match sembra essere tutta a favore della banda torinese, Lukaku mette il turbo sulla fascia sinistra, salta un De Sciglio che tenta inutilmente un tackle e si sdraia a terra, il pallone è appoggiato indietro dal terzino belga per l’accorrente Murgia (subentrato all’80’ ad un esausto Leiva), che scaraventa la sfera in rete e chiude la partita nel boato assordante dell’impianto capitolino. Allegri è basito e non trova spiegazioni, Inzaghi può esultare: il tecnico piacentino ha portato a Roma la quarta Supercoppa della gloriosa storia biancoceleste. Nel palmarès al 1998, al 200, al 2009 si dovrà aggiungere un’altra data, il 2017. Una vittoria da batticuore, una sfida al cardiopalma che la Lazio avrebbe meritato di vincere 2-0, ma non sarebbe stato “da Lazio”. Inzaghi lo sa e si dice “orgoglioso dei ragazzi”. Ancora prima di Ferragosto la Juventus rivede i fantasmi della finale di Cardiff (persa malamente qualche mese prima contro il Real Madrid, ndr), mentre la Lazio ha già arricchito la propria bacheca.

 

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3)OTTAVA GIORNATA DI CAMPIONATO, JUVENTUS-LAZIO, 14 OTTOBRE 2017 – ESPUGNATA LA TANA DEGLI DEI – Il campionato 2017/2018 comincia per la Lazio con un piccolo passo falso, lo 0-0 interno con la SPAL che va rubricato sotto l’esigenza di tirare il fiato dopo i festeggiamenti per la vittoria in Supercoppa ai danni della Juventus. Dopo 7 giornate la Juventus ha perso solamente 2 punti su 21, la Lazio è ad un passo dalla vetta (e a sole tre lunghezze dalla banda Allegri) avendone collezionati ben 16. A Torino va in scena il bis della sfida di agosto, col piccolo particolare che l’impianto dell’Allianz Stadium è alla vigilia della gara un vero e proprio fortino semi-inespugnabile: mai la Juventus è andata ko tra le mura amiche negli ultimi due anni, e vederla in difficoltà nel suo stadio oscilla tra utopia e rarità. Inzaghi è riuscito già una volta a sconfiggere i campioni di tutto, e in conferenza va con i piedi di piombo, pur avendo in cuor suo grande fiducia: la compagine è matura, l’11 di partenza il migliore possibile per una spedizione titanica che appare quasi proibitiva. L’unico cambio rispetto al 13 agosto è Bastos titolare con Wallace tra le riserve. Quando a pochi secondi dal fischio d’inizio Khedira spara di sinistro verso la porta di Strakosha e sulla respinta Douglas Costa insacca, ai sostenitori laziali sovviene una flebile speranza relativa alla posizione dell’ex Bayern Monaco, che però è dimostrata regolare dal VAR (Bastos lo tiene in gioco); a quel punto la percezione che attanaglia i tifosi risponde ad un semplice assunto: i binari della partita sono chiari e la Vecchia Signora non ha mai incassato negli ultimi anni una rimonta nella tana bianconera. Ancora Khedira, ancora prodigioso Strakosha ad allungare la palla in corner. Il turning point del match si materializza a metà primo tempo, quando il retropassaggio di Leiva fa entrare nel panico il portiere della Lazio, che rinvia sui piedi di Higuain, posizionato a mezzo metro dalla linea di porta: 99 volte su 100 la sfera carambolerebbe in porta, ma il fato ha scritto un epilogo diverso e sorprendente. Da una potenziale papera del portiere si passa ad un nulla di fatto per la Juventus, giacchè Higuain colpisce il legno e Strakosha si ritrova il pallone tra le mani. Su questo episodio gli scenari cambiano drasticamente. Gli ospiti prendono coraggio e al primo minuto del secondo tempo colpiscono al termine di un’azione chirurgica orchestrata in maniera magistrale: Milinkovic tocca per Luis Alberto che coi tempi giusti stoppa e manda in porta Immobile: piattone a giro e Buffon battuto. Subito dopo il gol del pari la Juventus ha una chance clamorosa ma Higuain cestina ancora una volta da due passi, gettando alle ortiche un’opportunità colossale: Strakosha è già a terra ma coi piedi sventa il pericolo. E allora si può sognare. Passano 7 minuti dall’1-1 e a concretizzarsi è un’azione-fotocopia di quella andata in scena in Supercoppa: Milinkovic trova ancora Immobile che salta Buffon e va a terra. Rigore solare per Mazzoleni, portiere da una parte e pallone dall’altra, risultato ribaltato. E non è finita. La Juventus – inaspettatamente per una squadra così abituata a gestire ogni frangente di gara – si intestardisce per vie centrali e scoprendosi lascia praterie ai biancocelesti, che prima con Milinkovic su imbucata di Leiva e poi con Caicedo imbeccato perfettamente dal “Sergente” falliscono due ghiotte occasioni per il 3-1. Il palo di Dybala ad una manciata di minuti dal termine sembra presagire una vittoria meno sudata del previsto, ma ancora una volta nel recupero succede di tutto: Caicedo perde un contrasto aereo al limite dell’area laziale, il pallone finisce al subentrato Patric che da solo combina la frittata: stop errato e intervento scellerato su Bernardeschi. Il VAR assegna un calcio di rigore che sfortunatamente c’è, e Dybala pregusta il replay della Supercoppa. Strakosha però intuisce, si tuffa verso destra e salva la Lazio. Dopo 783 giorni lo Stadium è sbancato, Inzaghi riesce in una doppietta inflitta ai giganti juventini. La Lazio torna nella Capitale appaiata alla Juve in classifica, conscia di come nessuna vetta possa essere oramai preclusa: espugnare in una partita leggendaria la roccaforte della prima della classe fa entrare di diritto nell’Olimpo, e nemmeno il più bravo regista avrebbe imbandito una sceneggiatura simile. I giornali esaltano Inzaghi, che a furor di popolo diventa “Re Mida” e regala ai biancocelesti un altro record, i 21 gol nelle prime 8 di A, impresa riuscita prima soltanto una volta in 117 anni di storia, nella stagione 1942/43. Sulle prime pagine per la Juve è “inatteso incidente domestico”; alla Lazio non si può non porgere un sincero complimento: “Quanto sei bella!”.

 

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4)EUROPA LEAGUE, LAZIO – SALISBURGO, 5 APRILE 2018: DI NUOVO LAZIO AI QUARTI DI FINALE DI UNA COMPETIZIONE EUROPEA – Quando si approda ai quarti di finale di una prestigiosa competizione europea e non ci si chiama Juventus o Milan, trattasi già a priori di un successo, a prescindere dall’esito del confronto. La Lazio di Inzaghi ha superato (vincendolo) con due turni di anticipo un girone alla vigilia insidioso con Nizza, Vitesse e Zulte Waregem, per poi eliminare ai sedicesimi di finale i romeni della Steaua Bucarest e agli ottavi gli ucraini – habituè della competizione – della Dinamo Kiev. Ai quarti c’è il Red Bull Salzburg, temibile formazione austriaca che in stagione non ha mai perso e naviga stabilmente in Europa League praticamente da un decennio. Non una squadra materasso né una possibile sorpresa, quindi, ma una squadra da prendere con le molle e una sfida tutt’altro che scritta da affrontare nella splendida cornice di un Olimpico gremito e vestito a festa per l’occasione. All’ottavo minuto Dusan Basta è un treno ad alta velocità sulla fascia destra, Lulic chiude l’azione e firma il vantaggio: è la prima rete confezionata dai due “quinti” nella stagione della Lazio. Al trentesimo Berisha realizza con freddezza un generoso calcio di rigore assegnato dall’arbitro romeno Hategan per una presunta trattenuta su Dabbur. I piani si complicano, ma i padroni di casa non si scompongono e con Milinkovic Savic su assist di Lulic si divorano in gol del nuovo vantaggio. Squadre negli spogliatoi, il risultato non è dei migliori. Così ad inizio ripresa è Parolo a rimettere tutto a posto, siglando col tacco una rete tanto importante quanto deliziosa su pregevole assistenza di Luis Alberto. Gli ospiti non si arrendono e al 71’ trovano il 2-2 grazie ad una precisa incursione di Minamino, glaciale sotto porta. L’Olimpico non può demordere, così Anderson decide di far impazzire lo stadio con un’accelerazione improvvisa che culmina col destro del 3-2. Lazio straripante, a tal punto che al 77’ Leiva smarca Immobile che batte il portiere Walke. Il delirio sugli spalti è “interrotto” da altre due macroscopiche occasioni sciupate da Patric e Immobile (Ciro raggiunge Klose al nono posto della classifica all-time dei bomber della Lazio), che avrebbero arrotondato il punteggio e messo in cassaforte la qualificazione alle semifinali di Europa League. Col senno di poi, trovare nuovamente la via della rete avrebbe potuto significare passaggio del turno (quasi) certo. La sciagurata prestazione del ritorno ed il 4-1 della Red Bull Arena avrebbero distrutto il bottino accumulato all’andata, mandando in frantumi ogni sogno di arrivare fino in fondo. Tuttavia un esaltante successo in un quarto di finale di una coppa europea non può passare inosservato o finire nel dimenticatoio, oscurato da una debacle senza precedenti: in quella magica serata di aprìle Inzaghi tornava a fare assaporare ai sostenitori della prima squadra della Capitale un’atmosfera quasi sconosciuta nelle ultime annate, e i calciatori sfoderavano una scintillante performance davanti ad una cornice di pubblico con un entusiasmo impareggiabile. Quel poker romano rappresenta forse l’emblema più cristallino ad alti livelli della Lazio formato “macchina da gol” di quella stagione, uno spettacolo per gli occhi a suo modo indimenticabile per ogni tifoso che non abbia memoria soltanto dei tabellini di gioco complessivi. La Lazio avrebbe meritato un risultato più ampio nelle proporzioni”: il commento di Inzaghi nel dopo-gara suonava quasi come profetico. Ma Simone non deve disperare: quello stato di ebbrezza, stordimento, rapimento estatico che è sceso come un alone sul pubblico laziale costituisce di per sé una meta importantissima, raggiunta in una serata che a Roma – sponda Lazio – non si viveva da tempo immemore.

 

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5)COPPA ITALIA, QUARTI DI FINALE (SOLO ANDATA), INTER-LAZIO, 31 GENNAIO 2019: “E QUINDI USCIMMO A RIVEDER LE STELLE” – Il passaggio del turno agli ottavi di finale contro il Novara era una pura formalità per una squadra come la Lazio che non ha mai sacrificato alcun obiettivo e che tiene particolarmente alla seconda competizione nazionale. Inter-Lazio a San Siro è divenuto negli anni un grande classico della manifestazione, con i biancocelesti che spesso hanno avuto la meglio sui meneghini. Difficile tuttavia trovare una gara più effervescente e palpitante (anche per i tifosi neutrali) di Inter-Lazio del Meazza del 31 gennaio scorso. L’Inter si presenta con Handanovic, D’Ambrosio, Skriniar, Miranda e Asamoah, Gagliardini, Brozovic, Joao Mario, Candreva, Politano Icardi, e anche la Lazio sceglie i migliori: in attacco Correa fa coppia con Immobile, a centrocampo gli interni sono Luis Alberto e Milinkovic. Una partita epica, folle ed emozionante soprattutto per merito della Lazio comincia con uno squillo biancoceleste: Correa apparecchia per Luis Alberto, il cui destro è tenero e fa il solletico ad Handanovic, prodigioso qualche minuto dopo su un sinistro ravvicinato di Immobile. Ancora Lazio: Luis Alberto scodella la sfera sulla testa di Milinkovic, fuori. La ripresa è un monologo ospite, la fotocopia del primo tempo: Luis Alberto tenta la conclusione a giro, ma la rete gli è negata da un tuffo plastico di Handanovic, efficace e ottimo per i fotografi. Sugli sviluppi di un calcio d’angolo Lulic chiama il portiere nerazzurro all’ennesima prodezza, e sul ribaltamento di fronte Candreva grazia la sua ex squadra spedendo alto il pallone da due passi. Entra Caicedo che si intende a meraviglia con Immobile: il centravanti italiano serve la “Pantera”, che non angola a sufficienza ad un minuto dalla fine dei tempi regolamentari e infrange su Handanovic le speranze di una qualificazione senza eccessiva sofferenza. Monumentale l’intervento del guardiano dei pali dell’Inter, ma grave l’errore della punta ecuadoriana. C’è ancora spazio per un miracolo su un tiro di potenza di Immobile, nulla da fare per una Lazio-champagne, che è costretta a terminare anche la seconda frazione con uno “zero” alla casella “reti messe a segno” a causa di un “one man show”. Per poco non arriva la beffa: riflesso importante di Strakosha su un mancino di Politano, poi Lautaro Martinez – completamente libero al centro dell’area – spreca incredibilmente e prolunga l’agonia. Il primo tempo supplementare si apre sulla falsariga dei novanta regolamentari, con la Lazio più vicina al gol ma incapace di pungere mortalmente il nemico. Quando il cronometro recita “108” i due attaccanti della Lazio combinano alla perfezione: doppio scambio rapidissimo tra Caicedo e Immobile e Handanovic finalmente battuto. Passano pochi secondi ed Asamoah viene espulso per un fallaccio su Milinkovic. Il fischietto Abisso va inspiegabilmente al VAR e cancella il rosso: è ancora parità numerica e all’ultimo giro di orologio, nel recupero del secondo supplementare, ecco l’episodio che può compromettere tutto: Milinkovic tocca D’Ambrosio sulla riga, per l’arbitro è fallo e calcio dagli 11 metri. Della battuta si incarica Icardi, fin lì oggetto misterioso della partita. 1-1 “scritto” e gol di fondamentale importanza per l’Inter, che aveva passivamente subìto senza risultare quasi mai pericolosa, affidandosi ad un giropalla lentissimo e poco fluido. Non c’è più tempo, si va ai rigori. La lotteria è infernale, a sbagliare sono Lautaro, Durmisi e Nainggolan, l’uomo “delle profezie” di Coppa. Il pallone più pesante è sui piedi di Lucas Leiva, che aveva fallito il penalty in occasione della semifinale di ritorno della stagione precedente, quel Lazio-Milan terminato 0-0 ai tempi regolamentari che finì con il passaggio del turno dei rossoneri. Il brasiliano è freddissimo e spedisce la Lazio alla terza semifinale di Tim Cup consecutiva. La sfida resterà negli annali e risulta non dissimile a Juventus-Lazio 1-2: Strakosha insolito pararigori, occasioni gigantesche sbagliate contro ogni pronostico dagli avversari, dominio territoriale biancoceleste che non si tramuta in rete, pathos finale. E una costante: chiudere senza rischiare le partite per lunghi tratti dominate in scioltezza non è caratteristica propria del club più antico e pazzo della città di Roma.

 

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6)VENTISEIESIMA GIORNATA DI SERIE A, LAZIO-ROMA, 2 MARZO 2019: APOTEOSI BIANCOCELESTE – Dopo il 3-1 dell’andata, la stracittadina – per dirla alla maniera giallorossa – del “Kolarov al 71’” (giusto a testimoniare come il minuto 71 sia rimasto indelebilmente impresso nelle menti della stragrande maggioranza degli amanti dello sport della Capitale), è tempo di infrangere un tabù ed invertire la rotta, per affermare ancora la supremazia cittadina. Si gioca di sabato ed arbitra ancora una volta il signor Mazzoleni. Entrambe le compagini arrivano al grande appuntamento con defezioni importanti: nella Roma è fuori causa Manolas, tra le fila della Lazio il grande assente è Ciro Immobile. L’ultima volta in cui il 17 aveva dato forfait dal primo minuto in un derby era stato Keita Balde Diao con una doppietta a fare impazzire i tifosi della Lazio. Questa volta tocca a Felipe Caicedo, supportato da Correa. La Lazio è uno schianto, l’approccio corretto, la ferocia agonistica è quella giusta per una gara di tale spessore, il risultato non può che essere rotondo. Con estrema furbizia Luis Alberto batte celermente una rimessa laterale dalla sinistra e lascia a Correa l’incombenza di far sparire il pallone e con un assist delicatissimo di nobile fattura farlo riapparire sui piedi di Caicedo: inserimento perfetto a tagliare come il burro la retroguardia giallorossa. L’antieroe con il numero 20 sulla schiena trascina la Lazio e permette ad Inzaghi di attuare al meglio il piano della partita. La Roma si scopre incerta e timorosa, destabilizzata, incapace di reagire. Le azioni che portano al calcio di rigore poi trasformato da Immobile per il 2-0 e al definitivo 3-0 di Danilo Cataldi sono da stropicciarsi gli occhi. Il brivido per i laziali non può mancare, ma si spegne sulla paratona di Strakosha sul bolide di Florenzi dalla distanza e sull’errore da due passi di Pellegrini e Pastore, che si disturbano e finiscono per sciupare il più facile dei tap-in a metà ripresa. Ma le chances romaniste sono estemporanee. Il tecnico della Lazio ha completato l’opera, ha chiuso il cerchio sbarazzandosi anche di Di Francesco, dopo aver inflitto varie lezioni a Spalletti. L’ultimo 3-0 in un derby era datato 10 dicembre 2006: in quella circostanza la Lazio capitanata da Delio Rossi aveva sbriciolato i cugini col maggiore scarto di sempre nella storia dei derby di campionato. L’apoteosi calcistica che prende corpo alla ventiseiesima giornata è però il frutto di una partita preparata nei minimi dettagli dalla guida tecnica biancoceleste; per la Roma si tratta invece di una Caporetto che precederà la disfatta di Oporto in Champions League e l’avvicendamento in panchina. Il trionfo della Lazio è lampo di luce in una stagione vissuta ad intermittenza, una batosta devastante agli acerrimi rivali, festeggiata a dovere dopo il triplice fischio dalla parte dell’Olimpico di fede biancoceleste. Una festa a cui non prende parte il grande ex Kolarov: in rete all’andata, espulso a pochi secondi dalla fine delle ostilità al ritorno. Poiché tutto è ciclico. Così, la stagione di una grande vittoria nel derby capitolino non potrebbe non coincidere con una più importante affermazione a livello nazionale. Il palcoscenico è sempre l’Olimpico, l’avversario è meno “umano” della Roma, è la “Dea”.

 

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7)FINALE DI COPPA ITALIA 2018/2019, ATALANTA-LAZIO, MERCOLEDì 15 MAGGIO 2019: “VIC7ORY” – In alcune partite vincere coincide con l’entrata in paradiso, perdere vuol dire conoscere l’umiliazione somma della rupe Tarpea. In alcune gare semplicemente non esiste appello. O le vinci o le perdi, sulle modalità nulla quaestio. Non conta come, conta solo il risultato. Lazio e Atalanta si affrontano a Roma in gara valevole la conquista della Coppa Italia. Nel contesto calcistico dello stivale vince sempre e solo la Juventus, ma i campioni d’Italia sono stati estromessi proprio dagli orobici, mentre il Milan ha eliminato il Napoli per poi arrendersi proprio agli aquilotti. L’Atalanta non è una sorpresa, stazionando la Dea da tre anni nelle zone nobili della classifica; la Lazio non è di certo una mina vagante, non essendo nuova alle gare da dentro o fuori. C’è un precedente, soltanto 10 giorni prima della finalissima si è giocata Lazio-Atalanta, è stato il mattoncino che si sarebbe rivelato poi decisivo per i bergamaschi per centrare l’obiettivo mai raggiunto dai biancocelesti, l’approdo alla Champions League. Dal 3-1 incassato da Gasperini Simone Inzaghi vuole trarre insegnamenti utili per raggiungere la gloria. I tre quarti dell’Italia tifano Atalanta, la favola nerazzurra non vuole interrompersi sul più bello. Il popolo bergamasco si è riversato a Roma, l’atmosfera è caldissima perché la maggioranza degli accorsi all’Olimpico professano fede biancoceleste e perché c’è da proteggersi dall’inconsueto freddo. Ecco spiegate le tante sciarpe, alcune al collo ed altre spiegate, come le ali dell’aquila Olympia che accompagna l’ingresso in campo della Lazio. Alzare il trofeo per la Lazio vorrebbe dire confermarsi il club più vincente in Italia dopo la Juventus, e raggiungere la qualificazione diretta alla fase a gironi della prossima Europa League, impresa difficile data la deficitaria posizione in classifica. Parte meglio l’Atalanta col Papu Gomez, i ritmi sono alti e la sfida davvero intensa, si lotta su ogni pallone e sono innumerevoli le interruzioni del gioco imposte dall’arbitro Banti di Livorno. Leiva è ovunque, si propone anche di testa in area avversaria sul cross di Lulic, ma di vere occasioni da gol nemmeno l’ombra. L’Atalanta si scuote ed il torpore iniziale si dirada. E’ la volta di un enorme sospiro di sollievo per la gente laziale su un triplice famelico tentativo della squadra ribattezzata da molti “l’Ajax d’Italia”: palo di Freuler, tiro murato di Zapata, respinta salvifica di Luiz Felipe su conclusione a botta sicura di De Roon e colpo di testa ravvicinato ancora di Zapata, il tutto nel giro di una dozzina di secondi. Ci sarebbe anche un rigore solare per un tocco di mano di Bastos, ma il direttore di gara non è supportato dal VAR e la Lazio può respirare. Radu prende il posto di Bastos, sono attimi frenetici e concitati, il piano tattico di Inzaghi è lampante e prevede lo sfondamento per vie centrali, la classe di Correa è fondamentale per far salire la squadra e creare scompiglio tra le maglie dei centrali atalantini. Baricentro basso e ritmi volutamente spezzettati, la Lazio non fa mai prendere coraggio alla Dea, che non riesce a respirare. Così il primo tempo si chiude sullo 0-0 e Gasperini sposta Gomez dalle vie centrali alla fascia sinistra. Non l’avesse mai fatto, perché Leiva è più libero di impostare e i capitolini ripartono con maggior veemenza e facilità. Al 79’ esce Luis Alberto, entra Milinkovic. Tutti i calci piazzati erano incombenza dello spagnolo, compresi gli angoli. Corner dalla sinistra, calcia Leiva. La traiettoria a girare è perfetta e premia lo stacco imperioso di Sergej Milinkovic: al serbo bastano due minuti di gioco per scatenare l’irrefrenabile felicità del pubblico laziale. Trascorre qualche istante e Caicedo (che aveva preso il posto di Immobile) dà a Correa il pallone della chiusura dei giochi, ma Gollini è attento in uscita disperata. Poi c’è da soffrire. Gasperini effettua tre cambi prettamente offensivi, Gosens, Pasalic e Barrow cominciano la partita tutti e tre al minuto 84. Assedio finale, punizione dalla destra affidata al Papu Gomez, Caicedo respinge come può ed alza un campanile più per spazzare l’area biancoceleste che per effettuare un assist a qualche compagno. Eppure il “Tucu” è stato attento, parte prima della linea di metà campo, non c’è alcun fuorigioco. Il numero 11 si impossessa del pallone, è più veloce di Freuler e lo supera con un dribbling da manuale, poi sterza ed elude la corsa del portiere avversario. Resta solo da buttarla dentro. Detto, fatto, il sinistro dell’argentino gonfia la rete e mette la partita in ghiaccio. E’ il punto più alto, l’apice di una cavalcata importante vissuta dagli ottavi di finale senza incassare reti su azione, un successo costruito sulla difesa, sulla tenacia e sulle preziose indicazioni del mister Inzaghi, che con i cambi ha deciso il match più delicato della stagione. La Dea è al tappeto, battuta da una Lazio umana, troppo umana, spietata e cinica, che come mai ha saputo soffrire e piazzare il colpo. Capitan Lulic alza la settima coppa Italia dell’ultracentenaria storia biancoceleste, che regala alla stagione un sapore diverso, quello di una vittoria che rimane, in bacheca e nei cuori dei tifosi.

E’ l’ennesimo bagliore, l’ennesima gemma di radiosa luce, l’ennesima stella che con le altre sei partite sopra esposte costituisce una costellazione luminosa che raggruppa le sfide più vincenti, avvincenti e appassionanti sfociate in vittorie pregiate, inebrianti, memorabili, in una sola parola: incancellabili. In due: da Lazio.

N.F.

 

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