SPECIALE – TIMCup 2019 – Il racconto, i protagonisti e gli aneddoti legati al settimo trionfo biancoceleste

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di MARCELLO BALDI

Novanta minuti non sono niente. Eppure, in certi casi, possono stravolgere completamente il giudizio di una stagione. Puoi essere considerata fuori dalla corsa Champions League ed improvvisamente, novanta minuti dopo, uscire vincitrice da San Siro diventando la squadra più in forma del campionato. In novanta minuti poi, puoi perdere le stesse ambizioni europee in casa, contro l’ultima squadra del campionato già retrocessa. 
Lo sanno bene i tifosi di Liverpool e Tottenham, di Barcellona ed Ajax, quanto il calcio possa essere fantastico e contemporaneamente crudele. Lo sanno i giocatori dell’Empoli, Genoa, Fiorentina e delle squadre impegnate nella lotta per non retrocedere, che oggi sei in Serie A e 90 minuti dopo forse non più. 
Soprattutto lo sa bene la Lazio di Simone Inzaghi, che in 90′, l’anno scorso, ha visto un sogno svanire. Al minuto 81′, di testa, Vecino metteva a tacere i sogni europei della squadra più bella del campionato.
Ironico, avrà pensato qualcuno, a freddo, più tardi, che allo stesso minuto, contro gli stessi colori e nella stessa maniera, di testa, Sergej Milinkovic-Savic abbia deciso di cambiare la storia della stagione biancoceleste. Lui che per molti tifosi in questa Lazio non sarebbe neanche dovuto più esserci, immaginandolo con indosso le casacche di tutte le big del panorama calcistico europeo. Il 15 maggio 2019 è il serbo a cambiare le sorti dell’inedita finale di TIMCup tra Atalanta e Lazio, il settimo trionfo in questa manifestazione e il quinto titolo messo in bacheca durante la gestione Lotito.

SOMMARIO

 

  1. Il cammino della Lazio.
  2.  La partita ed il suo epilogo.
  3. Milinkovic: dal rosso col Chievo a miglior centrocampista.
  4. Il mese d’oro del Tucu, la stella da cui ripartire. 
  5. La vittoria di Simone Inzaghi.
  6. Acerbi e Leiva, per dimenticare de Vrij e Biglia.
  7. Radu e Lulic: capitani vincenti
  8. Sotto la Nord, dove accadono i miracoli.

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  1. IL CAMMINO DELLA LAZIO – Un cammino, quello delle aquile, iniziato il 12 gennaio, tra le mura dell’Olimpico contro il Novara. Una gara a senso unico che, a fine primo tempo, recita già 4-0 per i biancocelesti.
    Un solo gol, quello ospite, nella ripresa, in una sfida che vede Immobile, Luis Alberto e Milinkovic in gol simultaneamente per la prima volta da quando vestono la maglia capitolina. Da segnalare anche l’esordio assoluto di Pedro Neto. Ai Quarti, gli uomini di Inzaghi si giocano l’accesso in semifinale contro l’Inter. L’acredine per il verdetto dello spareggio Champions della passata stagione è ancora forte. Se da una parte Handanovic sembra in stato di grazia, dall’altra ci pensano Candreva e Lautaro Martinez a vanificare le occasioni più nitide di un match che rimane tuttavia equilibrato. Non bastano i regolamentari: si va ai supplementari. Caicedo rileva Correa sul finale di secondo tempo: scelta che si rivela azzeccata.
    Minuto 108′, l’ecuadoreño porta palla, la scambia un paio di volte con Immobile che, dal cuore dell’area di rigore, trova il destro sporco del vantaggio biancoceleste. Nei minuti seguenti accade di tutto: Asamoah viene espulso, poi Abisso torna sui suoi passi e decide di ammonirlo. All’ultimo minuto di gioco poi, il direttore di gara fischia un calcio di rigore molto dubbio per fallo di Milinkovic su D’Ambrosio. Ne fa le spese Radu, che per protesta viene espulso. Icardi dagli undici metri fissa il punteggio sull’1-1.
    Si va ai rigori: Brozovic gol, risponde Immobile. Va Lautaro: Strakosha para. Handanovic replica su Durmisi: si rimane sull’1-1. Segnano Icardi, Parolo, Cedric ed Acerbi. Poi Nainggolan: botta centrale e sotto la traversa,  ma Strakosha c’è e devia alto. Dagli undici metri va allora Lucas che, con un forte destro sotto al sette, chiude i giochi in una notte che sa di rivincita. Dall’altra parte del tabellone il Milan batte il Napoli: Piãtek, al suo esordio in rossonero, segna una doppietta che spaventa un po’ tutti. Tutti meno che Francesco Acerbi. Nella semifinale di andata, il numero 33 biancoceleste marca letteralmente a uomo il bomber polacco, vincendo tutti gli uno contro uno (almeno 10) e facendolo calciare zero volte nello specchio della porta. Tuttavia, la Lazio pecca di imprecisione, e all’Olimpico finisce 0-0. Servirà una nuova impresa al Giuseppe Meazza per portare la Lazio in finale di coppa per la decima volta nella sua storia. La Lazio perde subito Milinkovic-Savic: il serbo rimedia una doppia distorsione a ginocchio e caviglia che lo costringono ad uscire. Sugli spalti, le polemiche sono alimentate dalla sfida di campionato disputatasi pochi giorni prima, al termine della quale i due centrocampisti Kessie e Bakayoko avevano esibito in gesto di trionfo e scherno la maglia di Acerbi, il quale invece aveva deciso di scambiarla in segno di fair-play al fischio finale. L’ex-Sassuolo, dalla sua, continua ad essere perfetto in ogni chiusura. Il primo quarto d’ora della ripresa diventa decisivo: Reina si supera prima su Leiva, poi su Correa. Qui inizia ufficialmente il finale di stagione da sogno dell’argentino. Minuto 57′, Immobile porta palla, serve “El Tucu” che si infila alle spalle di Kessie ed entra in area. Reina esce, ma l’attaccante, con la punta, lo anticipa ed infila la sfera sotto le sue gambe. Vantaggio Lazio a San Siro con Milinkovic che, dalla panchina, corre zoppicante per raggiungere i compagni sotto il settore ospiti. Risultato che rimane invariato fino al triplice fischio: le aquile volano in finale.


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  2.  LA PARTITA ED IL SUO EPILOGO – La Lazio scende in campo per disputare la decima finale della sua storia con una certezza: l’Italia intera tifa Atalanta. I bergamaschi di Gian Piero Gasperini, rivelazione del campionato di Serie A e già da anni ad alti livelli, giovano delle simpatie della gran parte del pubblico. D’altronde il bel gioco, i 100 gol messi a segno in stagione, il quarto posto in campionato e il recente scontro diretto sono tutti indici preoccupanti per gli uomini di Inzaghi. Ma come tendono a sottolineare i due tecnici in conferenza stampa, ogni partita è una sfida a sé. All’Olimpico il tutto esaurito: 60mila gli spettatori, di cui 21mila giunti da Bergamo. Scendono in campo le squadre per il riscadlamento; le formazioni vedono rispettivamente due difese a tre a protezione degli estremi difensori Gollini e Strakosha. Da una parte Palomino, Djimsiti e Masiello, dall’altra Luiz Felipe, Bastos ed Acerbi. Nel centrocampoa a 4 degli orobici, Hateboer e Castagne sugli esterni, De Roon e Freuler in mezzo. Nella Lazio, Marusic e capitan Lulic i due quinti, Parolo, Leiva e Luis Alberto a completare il reparto. Davanti, al trio composto da Ilicic, Gomez e Zapata, risponde la coppia Immobile-Correa. Ad arbitrare il signor Banti della sezione di Livorno, alla sua ultima gara ufficiale. Inizia la sfida. La prima palla gol è bargamasca: scambio Ilicic-Gomez, l’argentino calcia da lontano ma Strakosha non ha problemi a bloccare la sfera. Rispondono i biancocelesti, prima con un tiro sporco di Luis Alberto, poi con un colpo di testa, impreciso, di Leiva. A metà primo tempo, l’episodio che farà tanto discutere nel postgara. Punizione Atalanta: sugli sviluppi, de Roon calcia al volo e coglie il palo, poi un salvataggio sulla linea di Luiz Felipe sulla nuova conclusione del giocatore ed un colpo di testa fuori di Zapata. Tutto sembra normale, ma il replay mostra chiaramente un tocco di mano di Bastos sulla prima conclusione del centrocampista nerazzurro. Deviazione, c’è de precisarlo, che consente al pallone di cogliere lo specchio della porta ad un tiro altrimenti destinato fuori. Bastos, tuttavia, si fa ammonire più tardi e il suo nervosismo porta Inzaghi a giocarsi il primo cambio, inserendo Radu al 36’. Inizia la ripresa, la partita è bloccata con le difese a fare da protagoniste. Inzaghi prova a vincerla con i cambi. Al 67’ la mossa che non ti aspetti: fuori Immobile, al suo posto Caicedo (a dimostrazione del periodo di forma diametralmente opposto dei due attaccanti). L’ecuadoreño non basta però, serve maggiore fisicità in mezzo al campo. Al ’79 arriva quindi il momento dell’uomo più atteso e quella che si rivelerà in pochi minuti la mossa vincente del tecnico piacentino: Sergej Milinkovic-Savic. Il serbo vince subito un paio di contrasti aerei; poi, grazie alla sua prestanza, la squadra conquista un angolo. Dalla bandierina va Lucas Leiva che crossa la palla nel cuore dell’area. Sergej vede arrivare il pallone: salta. Djimsiti, 191 centimetri, viene sovrastato dal sergente biancoceleste che, al primo tiro in porta, indirizza la palla in rete, cambiando il risultato ad 8 minuti dal termine ed andandosi a prendere l’abbraccio di una Curva Nord in estasi. Gasperini si gioca il tutto per tutto: dentro Gosens, Pasalic e Barrow tutti insieme. Minuto 85’, Correa scambia con Caicedo e calcia dal limite dell’area piccola: Gollini è reattivo, ma è solo il preludio del raddoppio biancoceleste. Punizione per i bergamaschi dalla trequarti intercettata e spazzata via dallo stesso Caicedo, palla lunga che scavalca il centrocampo ed arriva a Correa. Uno contro uno con Freuler, numero in velocità che lascia sul posto l’avversario e porta l’argentino di fronte a Gollini: dribbling sul portiere atalantino e tiro di mancino che, disperatamente, Gosens prova invano a salvare. L’Olimpico impazzisce, i compagni corrono ad abbracciare l’auotore di quella che è la rete del defintivo 0-2 biancoceleste. Dopo 6 minuti di recupero Banti dichiara concluso il confronto: la Lazio vince la settima coppa Italia della sua storia. Si tratta del quinto successo dell’Era Lotito, con Simone Inzaghi che diventa, dopo Eriksson, il secondo allenatore più vincente della storia biancoceleste. 15 i trofei biancocelesti in bacheca: dopo la Juventus e le milanesi, la Lazio è il club più vincente in Italia.



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  3. MILINKOVIC: DAL ROSSO COL CHIEVO A MIGLIOR CENTROCAMPISTA –  Ma si potrebbe anche dire “da assente di lusso a uomo del destino”. Si, perchè Sergej Milinkovic-Savic è in assoluto l’uomo copertina della conquista del settimo trofeo biancoceleste. Eppure, neanche un mese fa, il numero 21 giocava forse la sua peggiore partita con la maglia della Lazio. Il 20 aprile scorso, infatti, all’Olimpico andava in scena Lazio-Chievo, terminate 2-1 per  clivensi anche a causa dell’espulsione del centrocampista, reo di aver scalciato l’avversario Stepinski in maniera totalmente inconsulta. Pochi giorni dopo la possibilità di rifarsi contro il Milan, ma ecco che ci si mette anche la sfortuna: infortunio in apertura di match e doppia distorsione a caviglia e ginocchio. Un infortunio che, nonostante tutto, inizialmente sembrava non preoccupare. Poi il provino negativo alla vigilia di Cagliari: Sergej non è convocato e in finale, con ogni probabilità, non sarà titolare.
    Fortunatamente, le sessioni d’allenamento di lunedì e martedì segnalano miglioramenti e il serbo viene convocato per la finale, partendo però dalla panchina.
    Al minuto 79′ della finale, scende in campo rilevando Luis Alberto: la differenza fisica si nota subito e, sugli sviluppi di un duello vinto dal numero 21, nasce l’angolo che porta al vantaggio biancoceleste. Un colpo di testa a sovrastare Djimsiti, un gigante. Una corsa sotto la Curva Nord che, per movenze e con la maglia a bandiera addosso, ricorda quella di Giuliano Fiorini in Lazio Vicenza del 1987. La Nord abbraccia e ritrova il suo sergente che,  pochi giorni dopo, viene nominato miglior centrocampista della Serie A 2018-19 (nonostante una stagione non brillantissima), ricevendo il premio durante la sfida contro il Bologna, dove mette a segno una punizione da maestro, fotocopia di quella in Coppa Italia contro il Novara. Un finale di stagione da sogno per un giocatore che, non inganni la grossa corporatura o il fare apparentemente da duro, da sergente per l’appunto, ha evidenziato più volte una sensibilità fuori dal comune. Lo dimostra il suo pianto dopo la rete segnata con il Cagliari, come le lacrime che versò quando dovette dire di no alla Fiorentina proprio per aver scelto la prima squadra della capitale. La sua corsa sotto la curva è sicuramente il momento più bello da quando ne veste la maglia. Come ogni anno da ormai tre stagioni, il mercato estivo è alle porte e il futuro di Milinkovic sarà da considerarsi in bilico.
    Sergej, a prescindere da ciò che accadrà, il suo segno nella storia della Lazio l’ha impresso in maniera indelebile e con una Lazialità, in un giocatore dalle radici diverse da quelle romane, che poco facilmente si era vista nel corso dell’era Lotito.


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  4. IL MESE D’ORO DEL TUCU, STELLA DA CUI RIPARTIRE – Che Joaquín Correa sia l’uomo da cui la Lazio dovrà ripartire nella prossima stagione non è un segreto. L’argentino, dopo una stagione piena di luci e poche ombre ha vissuto nelle ultime settimane un mese ad altissimo livello. Il suo gol contro il Milan in semifinale è sicuramente quello più pesante, anche più della perla con cui, dopo aver mandato al bar Freuler e Gollini, ha chiuso la finale.
    Un tocco di punta, sotto le gambe di Reina, con cui ha espugnato San Siro. Pochi giorni prima della finale, il gol di mancino dopo una fuga, l’ennesima, solitaria, contro il Cagliari. Contro l’Atalanta, anche prima del gol di Milinkovic, è il più pericoloso. Poi, quasi allo scadere, il pallone calciato lontano dall’area biancoceleste da Caicedo, il controllo di testa e l’allungo decisivo sull’avversario. L’ingresso in area di rigore e il dribbling su Gollini sono una gioia per gli occhi. Il boato che accompagna la conclusione, deviata ma non quanto basta da Gosens, sono immagini che i tifosi biancocelesti, soprattutto i più giovani, non scorderanno mai.
    Lunedì un’altro capolavoro contro il Bologna: pallone ricevuto e controllo di tacco da insegnare nelle scuole calcio: il gol è una prassi, a testimonianza del miglioramento dell’argentino anche sotto porta.
    Il gol in finale al suo primo anno di Lazio è un ricordo che rimarrà indelebile.
    Una la certezza: Correa è il giocatore da cui, nella prossima stagione e soprattutto in caso di partenze eccellenti, la Lazio dovrà ripartire.


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  5. LA VITTORIA DI SIMONE INZAGHI – Dopo Sven-Göran Eriksson è l’allenatore più vincente della storia della Lazio. Sicuramente, anche uno dei più laziali. Per quanto spesso le sue scelte, soprattutto nell’ultimo periodo, siano state criticate, il 15 maggio 2019 verrà ricordato come il giorno in cui Simone Inzaghi ha vinto, con i suoi cambi, la finale di Coppa Italia, scavalcando la Roma nel computo totale dei trofei (in attesa che si plachi la diatriba sulla validità effettiva della Coppa delle Fiere vinta dai giallorossi). L’ingresso di Milinkovic-Savic è la mossa decisiva, con cui il tecnico batte Gasperini. Aveva fatto discutere la sua decisione di levare Bastos nel corso del primo tempo, ma il giocatore, agli occhi del mister, era nervoso e già ammonito. La sostituzione di Immobile con Caicedo: per gli amanti di Ciro un colpo difficile da digerire, ma in questo momento l’ecuadoreño vanta una condizione fisica e mentale superiore rispetto al numero 17. Un’altra scelta azzeccata, cosi come contro l’Inter, quando Felipe rilevò Correa, servendo poi ad Immobile il pallone del momentaneo vantaggio laziale.
    Nei prossimi giorni il futuro del tecnico verrà definito. Per la Lazio la sua permanenza significherebbe dare continuità ad un progetto che, nell’arco di tre anni, ha portato due trofei, tre qualificazioni in Europa, con la Champions sfumata ad un quarto d’ora dalla fine dell’ultima partita della passata stagione. In attesa che tutto ciò venga definito, è doveroso riconoscere al tecnico la capacità di aver portato a Roma entusiasmo, trofei ma soprattutto uno spirito di “lazialità” che non sempre si era visto in passato.


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  6. ACERBI E LEIVA, PER DIMENTICARE BIGLIA E DE VRIJ – Centrocampo di gravità permanente… e provano a passare ma c’è un biondo, brasiliano e prepotente”  intonano gli amici del Lazio Club New York sulle note dello storico successo “Centro di gravità permanente”di Franco Battiato. Perché non è un’iperbole dire che ogni contrasto di Lucas Leiva nella finale di coppa è un pallone recuperato. E se la palla non rimane al brasiliano è perché in quella circostanza l’obiettivo non era impossessarsi della sfera. In appena due stagioni nella Capitale, il centrocampista ha già alzato al cielo altrettanti trofei, uno in più della sua parentesi decennale a Liverpool. Il suo esordio avvenne proprio nel primo di questi due: la Supercoppa contro la Juventus. Il numero 6 mise subito in chiaro le sue qualità: nell’arco di 90’ minuti Lucas Biglia era già un lontano ricordo. Anche perché, statisticamente, l’argentino non stava dimostrando un grande rapporto con le finali. Analoga la storia di Francesco Acerbi. Se di Stefan de Vrij l’unico ricordo è quello dello sciagurato intervento su Icardi, lo scorso 20 maggio 2018 contro l’Inter, il merito è dell’ex-capitano del Sassuolo. “Ace”per gli amici, il “Re Leone” biancoceleste ha dimostrato rispetto al predecessore olandese una qualità in particolare: quella di essere leader. Il suo calcio di rigore, potente, con il quale ha ammutolito i fischi di San Siro, o la cattiveria con cui ha impedito in 3 confronti a Piãtek di trovare la rete o anche solo andare a calciare in porta sono tra i suoi momenti salienti della stagione, culminata con l’impeccabile prova di mercoledì 15 maggio. Una soddisfazione in più, pensando agli spiacevoli eventi di Milan-Lazio, quando i rossoneri Kessie e Bakayoko esibirono la sua maglia in segno di scherno. La maglia di chi, oggi, ha alzato il secondo trofeo italiano per importanza.

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  7. RADU E LULIC: CAPITANI VINCENTI – Quasi vent’anni di Lazio in due: Stefan Radu veste la maglia biancoceleste da gennaio 2008.  Senad Lulic è arrivato qualche anno più tardi, nel 2011. Insieme hanno condiviso tre trofei: oltre alla coppa alzata al cielo neanche una settimana fa, nel palmarès condiviso dai due veterani biancocelesti vi sono una Supercoppa, quella decisa da Murgia nella passata stagione, e lo storico trionfo del 26 maggio 2013, quando lo stesso Lulic decise di marcare indelebilmente la storia del derby capitolino al minuto 71′, diventato icona di sfottò per le generazioni più recenti. Radu, dalla sua, ha alzato due trofei in più del numero 19: si tratta della Coppa Italia 2008-2009, vinta ai rigori con gol decisivo di Ousmane Dabo, e la Supercoppa 2009, contro l’Inter che di li a poco sarebbe diventata la storica corazzata del triplete, condotta da Josè Mourinho.
    Indicativo quanto, un giocatore come Lulic, considerato non un top al di fuori del mondo Lazio, abbia vinto tanto quanto l’attuale capitano giallorosso Daniele De Rossi (due Coppe Italia ed una Supercoppa, l’ultimo trofeo della storia della Roma).


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  8. SOTTO LA NORD, DOVE ACCADONO I MIRACOLI – Romantico constatare come molte delle reti più importanti della storia della Lazio di Claudio Lotito in Coppa Italia siano state messe a segno proprio sotto la Curva Nord. Basti pensare al 26 maggio 2013, quando Senad Lulic, sul cross di Candreva deviato da Lobont, scrisse la storia del derby capitolino, primo in assoluto in una finale di coppa. Un epilogo che non sarebbe mai stato scritto se Michael Ciani, contro il Siena, e Sergio Floccari, contro la Juvenuts, non avessero deciso di mettere la propria firma sul tabellino. Proprio sotto la Curva Nord, dove accadono i miracoli. La stessa porta dove Rocchi e Pandev, nella semifinale d’andata dell’edizione 2008-2009, rimontavano la Juventus, proiettando la Lazio a quella che diventerà di lí a poco la prima finale e il primo trofeo dell’era Lotito. Non solo Coppa Italia: Alessandro Murgia, con la sua zamapta al minuto 93’, regalò ad Inzaghi il suo primo trofeo sulla panchina biancoceleste: la Supercoppa 2017.
    Infine, arrivano Milinkovic e Correa e lo 0-2 all’Atalanta che, a fronte di una stagione piena di rimpianti, scrivono un nuovo capitolo dell’ultracentenaria storia biancoceleste. Un capitolo scritto sotto la curva.

M.B.

 

 

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