FOCUS – Parola d’ordine “discontinuità”, parola sconosciuta “rimonta”, “ripresa” sinonimo di crollo verticale. Numeri di una crisi (prolungata e annunciata) che può ancora tramutarsi in gloria

 

 

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di Niccolò Faccini

 

 

Foto Alfredo Falcone - LaPresse05/05/2019 Roma ( Italia)Sport CalcioLazio - AtalantaCampionato di Calcio Serie A Tim 2018 2019 - Stadio Olimpico di RomaNella foto:esultanza djimsitiPhoto Alfredo Falcone - LaPresse05/05/2019 Roma (Italy)Sport SoccerLazio - AtalantaItalian Football Championship League A Tim 2018 2019 - Olimpico Stadium of RomaIn the pic:djimsiti celebrates

 

Ridurre tutto ai palesi e clamorosi errori individuali di una sfida da incubo rischia di rivelarsi valutazione ingenua ed infruttifera. La giornata storta contro l’Atalanta ha visto la Lazio perdere il 60% dei duelli del match e concludere il medesimo col numero “zero” alla voce dei tiri verso la porta da dentro l’area di rigore (gol di Parolo escluso).

CONSUETUDINI POCO NOBILI – Per trovare due sconfitte interne consecutive dei biancocelesti in campionato bisogna risalire al maggio 2015: dopo la batosta col Chievo è arrivato l’1-3 interno contro i bergamaschi. Le attenuanti non mancano: gli orobici sono il miglior attacco in trasferta tra i primi cinque campionati europei (ben 40 gol messi a segno) e bomber Zapata ne ha siglati 15 lontano da Bergamo: trovare un maggior numero di gol segnati a distanza dalle mure amiche tra Premier, Liga, Ligue 1 e Bundesliga risulta impossibile: soltanto un certo Leo Messi può dire “15” come il colombiano. Lazio troppo spenta o troppa Atalanta per la Lazio? Forse valgono entrambe le considerazioni, ma una cosa è certa: se la Lazio di inizio anno era solita carburare lentamente, vale a dire iniziare col freno a mano tirato per poi chiudere all’arrembaggio (con Correa nel ruolo di spacca-partite sganciato nel corso dei secondi tempi), è oramai consuetudine partire col piglio giusto per poi crollare nella ripresa: l’autogol di Wallace è il quindicesimo gol subìto nei secondi 45’ di gioco all’Olimpico dalla compagine guidata da Simone Inzaghi, solo in quattro hanno fatto peggio in tutto il campionato. Andata in svantaggio 16 volte in stagione, soltanto in quattro circostanze la squadra è riuscita nella rimonta, e sempre in una rimonta a metà: la Lazio, andata sotto, si è infatti limitata a trovare il pareggio contro il Chievo a Verona, col Milan in casa (gol di Correa al 94’), contro Sampdoria e Torino all’Olimpico. Nessuna partita ribaltata dunque, mentre tante sono le rimonte patite: in questo senso Eintracht Francoforte, Napoli (due volte), Juventus, Genoa e Atalanta fanno giurisprudenza. Sentiamo ancora addosso le scorie di Salisburgo”, dichiarava Ciro Immobile con grande sincerità la scorsa settimana, e la perenne difficoltà nella gestione dei momenti della partita è sotto gli occhi di tutti. Questione di mentalità? Forse sì, ma anche questione di uomini, si potrebbe obiettare. Pochissima l’esperienza internazionale a grandi livelli (nell’ultimo giro di convocazioni solamente in sei hanno lasciato Formello, e di calciatori ad aver disputato la Champions League, Immobile e Leiva a parte, nemmeno l’ombra). Nulla, nella rosa, la presenza di esterni offensivi d’attacco che possano risultare cambi utili a gara in corso, e ciò si riflette anche nei numeri: solo Parma, Cagliari, Bologna e Frosinone hanno completato un minor numero di dribbling tra tutte le formazioni di Serie A. Se la Lazio non è fanalino di coda di questa speciale graduatoria si deve ringraziare Correa. Come a dire: se non si accende “El Tucu”, l’uomo non si salta. Il tutto si riflette sul punteggio in graduatoria: nessuna squadra di A ha peggiorato la propria classifica rispetto alla scorsa annata come la Lazio, che a tre giornate dalla fine ha totalizzato ben 15 punti in meno dello scorso anno.

 

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DISCONTINUITA’ PAUROSA – La retroguardia? I gol subìti sono 39, più di uno in media a partita, ma è chiaro come la difesa non sia riuscita a trovare una continuità che avrebbe potuto essere assai utile all’intero 11. Il trio Luis Felipe-Acerbi-Bastos che tanto bene ha reso nelle gare di San Siro è stato poi accantonato con grande serenità, la linea a tre ha spesso visto cambiare gli interpreti e anche trovare i giusti meccanismi non è stato semplice. Altro dato inquietante: quando la Lazio sta per capitolare, non c’è modo alcuno per riprendere per i capelli la partita. Corsi e ricorsi storici, si direbbe: già, perché incassato il gol dell’1-1 del Salisburgo in terra austriaca nulla era compromesso, o perché raccolto dalla rete il pallone del 2-2 il 20 maggio contro l’Inter la partita era ancora saldamente nelle mani dei biancocelesti. Eppure, non appena si intravede lo spettro della difficoltà, la debacle è dietro l’angolo. Dallo 0-3 casalingo con l’Inter di fine ottobre al 4-1 di Francoforte (con l’attenuante però nel caso di specie della doppia inferiorità numerica), dal derby di andata all’ultima sfida con l’Atalanta: dopo il gol del pareggio dei nerazzurri la partita, che pure era in bilico in termini di punteggio, è di fatto finita. Una volta colpita, la formazione di Inzaghi non sembra capace di rialzarsi. Avremmo dovuto lottare di più nella ripresa, perché anche se vai sotto le partite sono lunghe e possono sempre riaprirsi”, confermava l’allenatore della Lazio nella conferenza stampa del dopo-Atalanta. Eppure di una reazione nemmeno l’ombra. Troppe le occasioni concesse al rivale per sperare di uscire indenni dal rettangolo di gioco, e un assetto che non accenna a cambiare: il 3-5-2 sarà marchio di fabbrica usque ad finem. “Quali sono i moti per cui ho tolto Caicedo nel secondo tempo? Volevo mantenere lo stesso assetto, Caicedo e Immobile mi hanno soddisfatto ma volevo inserire Correa. Caicedo aveva un cartellino sulle spalle quindi ho optato per la sua uscita nonostante stesse facendo bene, del resto dovevo scegliere uno tra lui e Ciro e ho scelto di sostituire Felipe”, sentenziava Simone. Segno che nella testa del mister piacentino per questo finale di stagione sembra non esservi spazio per qualche modifica tattica o in termini di schieramento. La squadra, contro la Dea, è apparsa schiacciata in molte fasi della gara: 10 tiri concessi ai bergamaschi, che hanno spesso avuto una supremazia territoriale importante, emblematica di un gioco consolidato ma anche di una disabitudine dei padroni di casa a gestire il pallone per frenare l’ardore avversario. La buona notizia è che non tutto è perduto, giacchè la stagione biancoceleste può essere salvata tramite una finale importante da disputare il prossimo 15 maggio. Ma bisognerà valutare e comprendere le ragioni di una discontinuità paurosa palesata per tutto l’arco della stagione: da fine settembre in poi la Lazio non ha mai vinto più di due gare di seguito in campionato. Troppo alto il numero delle sconfitte: ben 12 in campionato (il doppio delle sconfitte di Napoli e Torino, 6), contro le 8 di Inter, Milan e Roma e le 9 dell’Atalanta (di cui però 4 nelle prime 8 di campionato). Un numero di sconfitte che sale a 17 se si considera la parentesi europea: su 47 gare totali tra Serie A ed Europa League parliamo di oltre un terzo delle partite perse, decisamente troppo.

 

 

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TIM CUP OASI FELICE – I sostenitori biancocelesti si augurano che la Lazio possa continuare almeno in Coppa Italia un percorso strabiliante: la seconda competizione nazionale ha rappresentato nell’annata in corso un’oasi felice per l’armata capitolina, che ha annientato in Novara (4-1), dominato e vinto con l’Inter a Milano, strapazzato e vinto di misura ma con pieno merito col Milan in un doppio confronto che a livello di gioco si può definire senza storia. E ben venga, se del caso, anche una squadra da rimonta: lo scorso anno furono 23 i punti racimolati da situazione di svantaggio: ribaltate Juventus, Sassuolo, Benevento, Udinese, Samp e Fiorentina, la Lazio aveva guadagnato pareggi in rimonta con Bologna, Cagliari, Atalanta e Crotone. La sensazione è che l’alleato della Lazio possa essere il format che prevede la gara secca in unico atto: nella stagione della discontinuità, tutto si giocherà in 90 (o 120) minuti, uno scenario in cui passato e futuro saranno azzerati. Insomma, nella stagione in cui era richiesta continuità per ottenere l’obiettivo dichiarato, alla Lazio potrà paradossalmente essere permesso anche di fallire altre tre gare su quattro. Con un solo successo, da raggiungere il 15 maggio a Roma, l’accoppiata Europa League-trofeo in bacheca regalerebbe alla stagione una sfumatura ben diversa. Si vola a Cagliari e la Sardegna Arena sarà il palcoscenico per fare le prove di una vendetta che sì, sarebbe davvero perfetta.

N.F.

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