Corso di Giornalismo di LazialitĂ , Delio Rossi ospite: “La mia Lazio, Inzaghi, il calcio di oggi” – FOTO

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di Marcello Baldi

ROMA – Mister Delio Rossi torna nella Capitale, ospite di Guido De Angelis durante la lezione odierna del suo Corso d’informazione sportiva. L’ex-allenatore biancoceleste, ultimo tecnicoa disputare la fase a gironi della Champions League e vincitore del primo trofeo dell’era Lotito, è stato accolto dal nostro direttore, i ragazzi del corso e la coordinatrice Francesca Valerio. Nel corso della lezione, il mister si è soffermato su varie tematiche relative al rapporto tra la stampa e i personaggi del mondo dello sport. I presenti, studenti del corso d’informazione, hanno posto diverse domande, legate al passato biancoceleste e non solo, toccando temi quali il calcio moderno, il ruolo di un alleanatore in una squada di calcio e le esperienze recenti vissute da mister Rossi:

Cosa ha rappresentato per lei la Lazio?

“Ho intrapreso questo percorso a 24 anni, giĂ  sapevo che avrei fatto l’allenatore. La fortuna e la capacitĂ  mi hanno permesso di arrivare dove sono arrivato. Anche quando allenavo le categorie minori lavoravo come se stessi allenando il Real Madrid. La Lazio è stata un’escalation, una tappa fondamentale della mia carriera, è diventata casa mia, dei miei figli. Dove sono andato ho sempre cercato di dare il massimo. Ora che non sono l’allenatore ho molti piĂą attestati di stima di quando ne ero in panchina. Fosse stato per me non avrei mai lasciato il club”.

Intravedevi in Inzaghi, avendolo allenato, le potenzialità d’allenatore?

“Simone è un ragazzo e collega solare, è stato un giocatore che ha vissuto spogliatoi importanti, quella di Veron, Stankovic, Salas era una Lazio ben diversa da quella vissuta con me. Simone era un bambino grande, vederlo in questa veste lascia spazio ad una mia riflessione: oggi è tutto quello che da calciatore era un po’ meno: meticoloso, solare, serio, rispettoso delle regole. Calciatore e allenatore sono due cose completamente diverse. Quando sei calciatore pensi a te stesso, da allenatore a tutto, tranne che a te stesso. A lui voglio un gran bene”.

Un ricordo dell’esperienza della Champions e del mercato fatto in tale ottica quell’estate?

Passare i preliminari fu il momento, paradossalmente, in cui ho perso la Lazio. Lì sapevo che non ci sarebbe stato ritorno, dato che dissi quello che pensavo. Se raggiungi un traguardo importante ti aspetti qualcosa di importante. Mi venne detto che forse non servivano i calciatori, mancò rispetto nei miei confronti, nei confronti della stessa società.

Le dimissioni?

“Un atto di resa, vuol dire abbandonare la barca. Lo trovo un atto di viltĂ , non c’entrano nulla i discorsi economici. PerchĂ© un allenatore certe cose non le dice? Se firmo per la Lazio vi è una dirigenza di cui sono dipendente. Posso consigliare come gestirla meglio, ma non posso venire meno alla mia funzione di allenatore”.

Nel calcio di oggi è più importante essere un grande tattico o un grande motivatore?

“Spesso sento i miei colleghi: “Questa squadra ha un problema mentale”. Molti pensano che i calciatori siano tutti uguali, dei “soldati”. Un calciatore è un uomo che porta dietro un bagaglio di conoscenze. Le persone si dividono in due gruppi. C’è chi va bene ovunque e chi solo in certi ambienti. Uno come  Gattuso aveva le motivazioni giuste, poteva giocare ovunque senza essere condizionato da allenatore. La situazione Icardi, ad esempio, è un problema di spogliatoio difficile da gestire, un allenatore deve sapere affrontare queste situazioni”.

Mauro ZĂ rate e il rapporto con lui?

“Se mi chiedono dei giocatori, io chiedo le caratteristiche e posso esprimere delle preferenze. La storia di Mauro: nel Mondiale U20 vinse il campionato in coppia con Aguero. Lui si trasferisce in Arabia Saudita, non certo per il suo miglioramento tattico, ma per un discorso economico. Le sue qualitĂ  c’erano. Il presidente mi dice un giorno di aver trovato questo giovane, lui vedette qualche filmato su internet. Solo che era fuori dai nostri registri economici. Tuttavia, il presidente concluse la trattativa. Zarate arriva in ritiro e vedo che ha delle qualitĂ  superiori, nonostante abbia solo 20-21 anni. Era un individualista di natura, non amava mettersi a disposizione del gruppo. Volevo che mantenesse le sue qualitĂ , andando a migliorare laddove fosse necessario. La sua indole lo portava a lavorare in maniera superficiale. Volevo salvaguardarlo, cosi lo escludevo per accrescerne la fame agonistica. A Cagliari esplose. A Verona lo levai sull’1-1, si arrabbiò inspiegabilmente. Si sedette arrabbiato in panchina. Segniamo il gol della vittoria. Negli spogliatoi gli dissi che non si sarebbe mai piĂą dovuto permettere. La societĂ  lo difese, dissi che se avessero continuato a giustificarlo non sarebbe migliorata la situazione. Zarate si è perso nonostante le sue qualitĂ , credo per chi gli sia stato vicino in questi tempi”.

Il calcio italiano in declino?

“Nel 2006 vincemmo i Mondiali, gli altri campionati anno cominciato ad investire sui settori giovanili che noi invece abbiamo abbandonato. Hanno potenziato i loro settori giovanili. Un altro problema è legato agli allenatori. Un allenatore dei giovanissimi prende forse 400 o 500 euro al mese. Ciò vuol dire che non posso dedicarmi totalmente al settore giovanile. Se dò 10 milioni al tecnico della prima squadra e 200 a quello della Primavera è normale che i settori giovanili non funzionino. Se non si ha una strategia e una maniera di portarla avanti è chiaro che il fallimento sia imminente. Ora stanno tornando indietro, ma bisogna ricominciare da capo”.

 

La tecnologia nel calcio di oggi?

“Non sfruttarla è stupido, ma il discorso è come la usi e soprattuto chi la usa. C’è sempre una persona che la gestisce. Ieri il gol dell’Empoli per molti era regolare, per altri no. Come si può giudicare unanimemente una cosa del genere? E’ una cosa che si può valutare. La VAR è giusta, ma non credo risolverĂ  i problemi, proprio perchè è impossibile valutare certe cose. Forse era anche piĂą bello quando c’era l’errore”.

 

La mia esperienza in Bulgaria?

“Sono una persona curiosa, se non lo fossi non sarei me. Il discorso bulgaro mi ha incuriosito, avendo allenato 20 anni di seguito in Serie A, ininterrottamente. Ho voluto cogliere questa possibilitĂ , volevo altri stimoli. Pensavo male inizialmente, invece molti aspetti si sono rivelati positivi. Dal rigore per la legge alla pulizia delle strade (mia figlia studia lì tutt’ora). Tutto funziona molto bene. A livello sportivo, le squadre di primo livello sono molto legate alla storia politica del paese. Il CSKA era legato alle forze armate, il mio Levski alla borghesia.
Calcisticamente si stanno aprendo, hanno buone idee ma non sanno ancora bene come applicarle. Sono ancora un po’ provinciali. Se non fanno questo step successivo non cresceranno, ma calcisticamente basta vedere che un giocatore come Despodov è approdato dal CSKA Sofia al Cagliari. Il livello è quello della nostra Serie B, ma hanno buone strutture. Un’esperienza professionalmente che non rimpiango, mi ha permesso di conoscere nuove realtĂ ”.

I rapporti tra allenatore e società nel calcio: un rapporto troppo “aziendale” e poco umano?

“Il discorso del portafoglio, oggi, viene prima di quello del cuore. Il rapporto tra presidente e squadra di una volta è diverso, vi era un discorso di legame con la propria origine. Oggi ci sono fondi, banche e quant’altro, si pensa solo al risultato. Io non la penso cosi, ho i rapporti diretti in primis con le persone che svolgono i lavori minori, come i magazzinieri, i dottori, i preparatori, coloro che stanno a contatto con i calciatori. Figure importanti che fanno funzionare una squadra. Farli sentire importanti mi fanno ottenere quel qualcosa in piĂą. L’ambiente, a livello umano, è la cosa piĂą importante”.

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M.B.

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