FOCUS – Inguaribile divoratrice di gol o eroica trionfatrice: per vincere i match con le medio-grandi alla Lazio non basta dominare, è condannata a stravincere. E negli scontri diretti alle rivali è spesso sufficiente un solo tiro in porta…

 

 

 

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di Niccolò Faccini

 

 

 

 

Manca sempre un soldo per fare…il salto di qualità. Così si può riassumere l’ennesima gara – quella pareggiata dalla Lazio a Firenze – positiva per larghi tratti dal punto di vista del gioco ma incredibilmente negativa in termini di risultato. Se la difesa biancoceleste rimane una delle migliori del campionato e i passi in avanti di una retroguardia disabituata causa infortuni ad essere composta dagli stessi elementi sono sotto gli occhi di tutti, tuttavia la partita del Franchi conferma le difficoltà della compagine di Inzaghi sotto il profilo realizzativo. Ormai i capitolini non hanno eguali nei primi cinque campionati europei, avendo segnato una sola rete in ben 15 occasioni su 26 in Serie A. Frutto di tanta sfortuna – in Italia la Lazio è sul podio nella speciale e poco meritoria classifica dei pali colpiti – e anche di errori spesso marchiani nell’area piccola avversaria, ma forse soprattutto di una rosa che al di là di Immobile non vanta calciatori abituati ad andare costantemente in doppia cifra: a Caicedo, Milinkovic e Luis Alberto è successo una sola volta in carriera, a Correa mai, e guardando agli esterni la situazione non migliora. La percezione lampante è che stando più bassa sul campo per difendere meglio e avendo cambiato qualcosa nei meccanismi offensivi – come diceva Immobile in zona mista post Fiorentina-Lazio, non si cerca più insistentemente la profondità sull’asse Luis Alberto-Ciro ma si tenta di arrivare in porta col fraseggio prolungato palla a terra – la squadra abbia accettato di esporsi al “rischio” di un bottino realizzativo meno corposo al fine di trovare quella compattezza che lo scorso anno fu a tratti sconosciuta e la cui mancanza costò caro.

 

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Tuttavia, la gestione dei momenti cruciali della stagione continua ad essere deficitaria, e lo stesso Inzaghi nel dopo-gara del Franchi è apparso sconsolato: “Analizzeremo cosa non è andato sul gol di Muriel, il pari non ci serve a nulla, se non si vincono match del genere bisogna farsi delle domande”. Due, forse, le considerazioni principali in questo senso. Numero uno: nella stagione in corso, all’avversario dei biancocelesti è spesso stato sufficiente accelerare soltanto per una manciata di minuti o sporadicamente nell’arco della gara per uscire dal campo senza sconfitta. Numero due: nelle partite contro le medio-grandi la Lazio per vincere pare condannata ad essere bella ed eroica, altrimenti l’intera posta in palio rimane un miraggio. La costante è infatti evidente e pericolosa: anche nelle gare brillantemente disputate dai biancocelesti è spesso stata decisiva in negativo la prima e unica disattenzione. Sic et simpliciter: o si stravince centrando l’impresa epica (come accaduto con la Juventus lo scorso anno tra Supercoppa e sfida dell’Allianz Stadium, ma anche quest’anno con l’Inter in Coppa Italia) e mettendo a forte rischio le coronarie dei sostenitori biancocelesti, o si fatica a conquistare i tre punti. Anche quando i tre punti, numeri alla mano, sarebbero più che meritati meritatissimi. Dominare non basta: per la Lazio stravincere sembra l’unica condicio sine qua non per vincere.

 

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Non ricordo una parata di Strakosha” è il leit motiv della dialettica inzaghiana di stagione. E il punto è che l’allenatore della Lazio ha quasi sempre avuto ragione! Lungi dal voler instaurare una corrispondenza biunivoca tra tiri scagliati dall’avversario verso la porta di Strakosha e prestazione dell’avversario stesso, giacchè spesso pur producendo poco in termini di effettivi tiri in porta i rivali dei biancocelesti hanno messo in grande difficoltà la Lazio – si pensi in particolare alla sfida casalinga col Siviglia in Europa League – urge evidenziare come nelle gare non vinte dalla Lazio le chance concesse al “nemico” siano state (troppo) spesso numericamente irrisorie. Tornando indietro di poche ore, si guardi al Franchi. Mai in stagione la Fiorentina aveva chiuso una gara concludendo solamente una volta in porta. Gli uomini di Pioli avevano effettuato almeno tre tiri in porta a partita, segnando tra l’altro 23 gol nelle ultime otto gare stagionali tra campionato e coppa Italia. Segno di una partita preparata nel migliore di modi dal tecnico piacentino della Lazio, ma sfumata sul più bello a causa di una disattenzione decisiva di Radu e del pacchetto arretrato. Riavvolgendo il nastro si torni anche a Lazio-Juventus: nel 2-1 bianconero di fine gennaio furono solo quattro le conclusioni complessive dei bianconeri tra tiri in porta e tiri fuori, contro le 11 dei padroni di casa. Per la Lazio cinque minuti di disattenzione furono fatali anche in quella circostanza. Anche col Milan la supremazia territoriale e in termini di azioni e conclusioni costruite è risultata vana, con uno 0-0 che condannerebbe Immobile e compagni all’eliminazione in caso di sconfitta a San Siro nella gara di ritorno con qualsiasi scarto. Ma Fiorentina-Lazio è stata a tratti anche il replay di Inter-Lazio, quando bastarono sprazzi estemporanei di una squadra -l’Inter- non in serata a rimettere in discussione una partita che avrebbe dovuto essere ampiamente chiusa in favore dei biancocelesti già nei tempi regolamentari. Anche nell’intervista del dopo-derby Inzaghi aveva evidenziato come la Lazio avrebbe dovuto terminare già la prima frazione con un vantaggio più corposo. Insomma, nelle gare che contano sembra che indovinare il match, frenare i punti di forza degli avversari e in molti casi dominare il gioco non sia sufficiente per la Lazio ai fini del conseguimento della vittoria. Il trend va invertito a tutti i costi perché per centrare l’Europa gli scontri diretti da qui alla fine saranno ben 5 tra Inter, Milan, Atalanta, Torino, Sampdoria, e qualcuno andrà necessariamente vinto. Arrivati a questo punto della stagione, “pareggiare non serve più a nulla”.

 

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Gare complessivamente ben giocate dalla Lazio, ma appena una manciata di punti conquistati. “Avremmo meritato di più”, “se non metti al tappeto l’avversario poi nel calcio rischi di pagare a caro prezzo”, “abbiamo concesso poco ai nostri rivali”, tutte considerazioni veritiere e ricorrenti nelle parole di dirigenza, tecnico, giocatori. Eppure in più di qualche circostanza all’avversario della Lazio è bastata qualche isolata e intermittente folata per togliere punti preziosi ai capitolini. E’ il caso di Lazio-Sampdoria, con una ripresa da manuale, 20 tiri totali verso l’estremo difensore blucerchiato Audero, e una rete subìta nell’unica occasione concessa alla Samp, al minuto numero 99. 2-2 e due punti (praticamente acquisiti) cestinati in un batter d’occhio. Di nuovo a Bergamo: Atalanta-Lazio 1-0, padroni di casa che vanno subito in vantaggio con Duvan Zapata e addormentano il match. Finirà con due sole conclusioni in porta per gli orobici. E’ il peggior dato casalingo in stagione per la Dea, anche considerando il numero dei tiri totali, quattro. Nel fortino che solitamente vede i nerazzurri assaltare la porta avversaria, ancora una volta la Lazio esce senza punti pur avendo quasi azzerato le velleità offensive del contendente. Al Marassi, con una Lazio ampiamente rimaneggiata (priva di oltre dieci giocatori), al Genoa di Prandelli (che, come la Fiorentina, al rientro negli spogliatoi per l’intervallo sembrava in totale balìa della compagine biancoceleste) è stata sufficiente un’ultima mezz’ora di fuoco per avere la meglio su Strakosha e compagni. Punti concessi con eccessiva facilità ad un rivale che con una prestazione senza infamia e senza lode evita la sconfitta e rilancia. Emblema che a livello caratteriale, mentale, psicologico e di tenuta qualcosa non quadra. Per le medio-grandi non perdere contro la Lazio è diventata da impresa che era ormai una quasi-routine, mentre vincere contro una formazione di valore medio-alto è per la Lazio soltanto sinonimo di impresa titanica. La prima ingenuità biancoceleste è spesso tramutata in rete dagli avversari, come un dazio da pagare che per adesso ha inciso in maniera notevole sulla classifica provvisoria.

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Nel prosieguo della stagione servirà dunque sì aggiustare la mira sperando di trovare portieri meno reattivi di Terracciano tra i pali – in campionato infatti il solo Immobile ha colpito cinque legni, con Insigne è primatista in Serie A e dopo Messi e Marcos Alonso primatista in Europa – ma anche recuperare la freddezza ed il cinismo necessari per capitalizzare le occasioni da rete. L’attuale media di 1,4 gol siglati a partita è un fattore da analizzare. Simone Inzaghi è ben conscio del fatto che, se con molte gare ravvicinate tutte di alto livello essere perfetti sarà una rarità, unico viatico per ridurre il gap con chi precede la Lazio sarà mantenere il più possibile la porta inviolata. E’ accaduto nove volte in stagione, 8 in campionato ed una in Coppa Italia nell’andata della semifinale col Milan.

 

Il mister non chiederà chiaramente alla squadra di vincere ogni scontro diretto in scioltezza, ma di riuscire a correggere qualche sbavatura di troppo in tutte le fasi, evitando così di rendere vana una superiorità dimostratasi a tratti schiacciante anche nei recenti big match, nella consapevolezza che i complimenti per la fluidità di manovra, se non accompagnati dai punti, potranno rivelarsi lampante sinonimo di rimpianti dietro l’angolo. Una cosa è certa: per l’accesso alle posizioni europee sarà necessario non peggiorare e possibilmente migliorare il rendimento del girone di andata, al termine del quale la Lazio si fermò a quota 32 punti in graduatoria. Escludendo il recupero con l’Udinese, nelle prime 7 partite del girone di andata i biancocelesti avevano racimolato 12 punti (4 vittorie e 3 sconfitte), e ad oggi nelle stesse partite sono fermi a quota 10. Da qui in avanti chi si ferma o inciampa è perduto: ad attendere la Lazio ecco dodici finali più una semifinale. Le prime potrebbero dare accesso a due competizioni con colonne sonore differenti, la seconda ad una finale da giocare in casa alla ricerca di un trofeo. Ecco perché la stagione non è ancora finita.

 

N.F.

 

 

 

 

 

 

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