SPECIALE – LA GESTIONE DEI FINALI – Quando la gara è in bilico, dal 90′ in poi è spesso un’agonia. 11 casi (e non solo) che spiegano i motivi per cui urge aumentare la soglia dell’attenzione

 

 

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di Niccolò Faccini

 

 

 

16 vittorie, 5 pareggi e 12 sconfitte. Dopo 24 giornate di campionato, 7 gare di Europa League e 2 di Coppa Italia è questo il bottino complessivo della Lazio di Simone Inzaghi in termini di risultati ottenuti in tutte le competizioni. Il numero delle sconfitte è alto, se si considera che ben 8 sono relative alla Serie A, e delle prime 11 compagini della massima serie l’unica a registrare un dato peggiore è la Sampdoria con 9 ko. Quanto ai pareggi conseguiti dalla Lazio (5), riguardano tutti il campionato, dove solo Juventus (3) e Inter (4) fanno registrare un numero minore di segni X. Il quantum di vittorie in Serie A (11) risulta in linea con le concorrenti per l’obiettivo più volte dichiarato, vale a dire il quarto posto: solo le prime tre della classe hanno vinto più gare della Lazio nel campionato in corso. Se l’indicazione numerica sovraesposta può apparire una mera enumerazione sintetica priva di particolare rilevanza, occorre invece analizzare un fenomeno divenuto sfortunatamente ricorrente nel cammino della Lazio di quest’anno, che riguarda le gare in cui i biancocelesti si sono trovati in situazione di parità o di vantaggio risicato – di una sola rete – sugli avversari prima dell’indicazione del recupero. In 13 partite stagionali la Lazio si è trovata al minuto 90’ sul risultato di parità o di vantaggio col minimo scarto. Ebbene, 11 volte su 13 la formazione di Inzaghi ha concesso nel recupero un’occasione importante – in alcuni casi colossale – alla squadra avversaria, consentendole di arrivare o avvicinarsi al gol irrimediabile. Lazio-Frosinone 1-0, Empoli Lazio 0-1, Udinese-Lazio 1-2, Lazio-Marsiglia 2-1, Sassuolo-Lazio 1-1, Chievo-Lazio 1-1, Lazio-Sampdoria 2-2, Inter-Lazio 1-1, Frosinone-Lazio 0-1, Lazio-Empoli 1-0, Genoa-Lazio 2-1, tutte queste gare sono legate da un minimo comune denominatore: dal momento dell’esposizione della lavagnetta elettronica con l’indicazione del recupero della seconda frazione di gioco al fischio finale la Lazio ha sempre rischiato di incassare una rete. In pratica soltanto in Lazio-Fiorentina 1-0 e Lazio-Torino 1-1 i minuti di recupero non hanno giocato brutti scherzi alle coronarie dei sostenitori biancocelesti. Questione forse di scarsa attenzione, forse anche di comprensibile stanchezza, ma soprattutto di una perenne difficoltà nel palleggio e nella gestione del pallone ad una manciata di minuti dalla fine. Il giro palla teso ad addormentare il match spesso è sembrato non essere di casa, e l’ovazione dell’Olimpico tributata in Lazio-Empoli a Pedro Neto che proteggeva il pallone vicino alla bandierina del corner appare paradigmatica in tal senso. L’eurogol di Criscito al Marassi, insomma, aveva avuto una serie quasi interminabile di avvisaglie. Sin da inizio stagione.

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SETTEMBRE – Nel primo striminzito successo stagionale sul Frosinone del 2 settembre 2018 Immobile e compagni cestinavano in serie un’occasione ghiotta dopo l’altra, e dopo aver sciupato almeno quattro occasioni nitide nell’area piccola ciociara rischiavano la beffa nel finale. Negli ultimi dieci minuti il Frosinone si riversa nella metà campo dei capitolini, la Lazio non esce e prima subisce un’incursione di Cassata che aggira Wallace e viene murato da una provvidenziale chiusura di Acerbi, poi regala un 3 contro 2 gettato alle ortiche dall’avanti ex Udinese Perica che si intestardisce e non serve Chibsah completamente libero a due passi da Strakosha, e infine al 92’ da un angolo per gli ospiti scaturisce un contatto sospetto nell’area di rigore laziale tra Lulic e Ciano. Calvarese lascia correre e la Lazio può tirare un sospiro di sollievo, conquistando i primi 3 punti casalinghi. Anche ad Empoli, nella prima trasferta di stagione, non manca il clamoroso brivido finale. Immobile, Correa e Marusic si divorano il raddoppio, Orsato ha il fischietto in bocca eppure l’ultima occasione è dei toscani: al 94’ un leggibile cross dalla destra attraversa tutta l’area di rigore, sul pallone si avventa Caputo che approfitta della dormita di Wallace e con una zampata a colpo sicuro da mezzo metro sembra trafiggere Strakosha, che invece ha un riflesso miracoloso e devia la sfera, spedendola inspiegabilmente sul fondo, il tutto un attimo prima del triplice fischio. Abbaglio imperdonabile della retroguardia, che peccando di superficialità ha rischiato di compromettere una gara proprio sul gong. Nemmeno al debutto nella fase a gironi europea il finale è tranquillo: il 20 settembre l’Apollon Limassol, sotto 2-0 all’85’, a 120 secondi dal recupero dimezzava lo svantaggio rendendo palpitanti gli ultimi minuti (comunque privi di chance da rete per gli ospiti). A Udine la situazione si ripete: il 2-0 biancoceleste indirizza il match su binari favorevoli, ma il gol in sforbiciata di Nuytinck sugli sviluppi di un calcio di punizione di De Paul riapre i giochi e il forcing bianconero produce un’occasione clamorosa per Lasagna, che a due passi da Strakosha spedisce sul fondo col piatto, e l’ennesima conclusione in area di Fofana al solito minuto 94. L’estremo difensore biancoceleste chiude la saracinesca e la Lazio è ancora salva.

 

L’EUROPA LEAGUE NON FA ECCEZIONE – Nel giorno del crocevia per la qualificazione alla fase ad eliminazione diretta di Europa League, a far visita all’Olimpico è l’OM di Garcia. Parolo e Correa mettono in chiaro le cose, poi Sanson smarca Thauvin che col diagonale supera Strakosha quando resta mezz’ora della ripresa da giocare. 30 minuti complessivamente sereni, macchiati dal solito errore al fotofinish. Vengono concessi 5 minuti di recupero e proprio a dieci secondi dal termine l’attaccante dei transalpini Njie ha tutto il tempo per intercettare la sfera a due metri da Strakosha e calciare. Il 2-2 sembra scritto, ma la deviazione disperata di Marusic fa carambolare la palla in out ed è il preludio al rientro negli spogliatoi. La suspense ed il sussulto finale sono ormai d’obbligo, anche a causa dell’incapacità di chiudere le gare. Corroborata da una preoccupante statistica ormai attualissima: dall’inizio del febbraio 2019 la Lazio è sempre più la prima squadra dei 5 migliori campionati europei per numero di gare chiuse siglando solo una rete.

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NULLA CAMBIA – Al Mapei Stadium l’11 novembre tra Sassuolo e Lazio va in scena un pareggio giusto. Le squadre danno vita ad una gara godibile, che certifica la maledetta difficoltà dei biancocelesti a conservare il vantaggio: a Parole risponde Ferrari già nella prima frazione. Nel recupero del secondo tempo Correa avrà anche cui piedi un’occasione interessante, anticipata però dalla solita distrazione: Strakosha sbaglia il rinvio per eccesso di confidenza e Babacar (entrato a cinque minuti dall’epilogo del match per Boateng) invece di avanzare tenta un pallonetto da fuori che grazia la Lazio. Anche in occasione della trasferta successiva, nella tana del fanalino di coda Chievo, i minuti di recupero finali sono al cardiopalma. A Pellissier ha risposto Immobile nella ripresa, il pareggio vacilla di fronte agli attacchi – sebbene confusionari – dell’11 ospite, eppure chi va più vicino alla vittoria è proprio la compagine clivense. Infatti al 91’ un’ingenuità della retroguardia biancoceleste rischia di far capitolare la Lazio, con Patric che spazza via il pallone a pochi centimetri dalla linea di porta, rimasta sguarnita. Al 94’ altro brivido per Inzaghi, con Strakosha che in sicurezza smorza le velleità di Pellissier, arrivato al tiro in area di rigore con estrema facilità. Fischia l’arbitro Maresca e i battiti accelerati dei tifosi laziali possono pian piano accennare a diminuire.

 

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L’APICE IN NEGATIVO – Le due gare più indicative della cattiva gestione delle battute di gioco finali arrivano ad inizio dicembre e fine gennaio. Nel mezzo, fortunatamente, la Lazio ottiene vittorie con più di un gol di scarto (su Cagliari, Bologna e Novara), oltre alle sconfitte di misura con Juventus e Napoli. L’8 dicembre l’Olimpico è teatro di un concentrato di pazzia da interpretare in via sinonimica con la storia della prima squadra della Capitale. Avanti la Sampdoria di Giampaolo con il solito Quagliarella, pari di Acarbi all’ottantesimo e rigore trasformato da Immobile che manda in visibilio l’impianto romano. Estasi pura per i sostenitori presenti: è il minuto 96 di una gara da film e le tribune attendono soltanto il fischio finale. A trenta secondi dal termine il pallone è laziale, ma non basta per portare a casa il bottino pieno: al 98’ un lancio all’apparenza velleitario dalle retrovie trova la spizzata del polacco Kownacki che libera Saponara all’altezza del dischetto del rigore. Il trequartista blucerchiato, incredibilmente libero, sfrutta la dormita generale della Lazio e con l’esterno al volo beffa Strakosha con un delizioso pallonetto. E’ il minuto 99 e in 20 secondi i padroni di casa hanno buttato al vento due preziosissimi punti scaccia-crisi. A fine gennaio le aquile sono recidive. A condannare la Lazio nella gara di San Siro con l’Inter valevole per i quarti di finale di Coppa Italia è questa volta il recupero del secondo tempo supplementare. Gli ospiti faticano nel gestire il pallone e si rintanano al limite dell’area. A recupero del secondo tempo supplementare scaduto il direttore di gara Abisso – richiamato dal VAR – indica il dischetto per un presunto fallo in area di Milinkovic sul nerazzurro D’ambrosio. Morale della favola: dopo una partita dominata, l’amministrazione titubante delle fasi conclusive della partita si rivela inesorabile. Icardi firma l’1-1 annullando il faticoso vantaggio targato Immobile. Alla lotteria dei rigori poi il meritato trionfo. Perseverare, però, rimane diabolico.

 

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GIORNI NOSTRI – Veniamo infine alla storia recente. A Frosinone Inzaghi deve fronteggiare due avversari: la formazione ciociara di mister Baroni e la fatica dei supplementari di Milano. Son trascorse poco più di 90 ore dall’impresa in terra lombarda e la stanchezza affiora puntuale. Come all’andata la Lazio sblocca la gara (1-0 di Caicedo) senza chiuderla, e gli ultimi 15 minuti si trasformano in un assedio ai pali difesi da Strakosha. Questa volta, infatti, i pericoli monumentali per la porta biancoceleste arrivano già prima del recupero. All’81’ Pinamonti non trova la porta da tre metri su tiro-cross di Zampano dalla destra, cinque minuti più tardi lo stesso attaccante si divora una rete già fatta su perfetta imbucata di Ciano: Bastos non chiude e l’ex Inter spara alto da posizione favorevole. Altri trenta secondi e Trotta si incunea in area incontrastato, con Strakosha che gli nega la gioia del primo gol con la nuova maglia con una respinta coi piedi. I 4 roventi minuti di extra-time generano qualche traversone dentro l’area ben controllato e un pericoloso fendente in area di rigore provocato da un plateale fallo di Durmisi: il calcio di punizione di Ciano al 92’ viene respinto con i pugni dal portiere albanese. La sofferenza finale non si tramuta in beffa grazie al fischio liberatorio di Fabbri. Nel successivo confronto con l’Empoli, l’ultimo casalingo in campionato, l’1-0 di Caicedo resiste senza che il recupero porti con sé clamorosi patimenti quanto ad occasioni nitide per gli uomini di Iachini. La furbizia e la scaltrezza giovanile di Pedro Neto permettono alla squadra, fisicamente sfinita, di respirare col pallone tra i piedi lontano dalla propria metà campo. Eppure, puntualmente, l’ultimo minuto di gioco assomiglia ad un’agonia come ineliminabile: dal 92’40’’ al 93’ gli esterni empolesi sono calciano indisturbati due cross molto tesi dalla sinistra, che Acerbi libera in tuffo con due stacchi imperiosi e perentori, idonei ad inchiodare il risultato sull’1-0 finale. In ultimis, la consueta gara stregata del Marassi col Genoa. L’ingresso di Pandev cambia il match – non è la prima volta – e la Lazio, complice l’ingresso di Leiva per Romulo e il susseguente infortunio di Stefan Radu, è troppo bassa per ripartire in maniera efficace. Evidentemente repetita non iuvant. Un pallone che scotta non viene allontanato celermente, Caicedo arretra per liberare di testa ma lo fa con scarsa veemenza a riesce solo a sfiorare, Marusic e Patric rimangono immobili invece di uscire e andar verso la sfera, che finisce sul sinistro di Criscito che all’ultimo minuto estrae dal cilindro un siluro che si infrange sul palo interno ed entra in porta battendo Strakosha. Il capitano del Genoa pesca il jolly dopo 10 anni dall’ultima realizzazione in A, ma le responsabilità della Lazio sono abissali. Per l’ennesima volta è il recupero che fa sciogliere la squadra come neve al sole.

 

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LEZIONE IMPARATA? – Le disattenzioni “da fine partita” non mancano anche nei casi di vantaggi corposi o risultati già compromessi. Si pensi al gomito alto di Bastos che al 92’ di Lazio-Cagliari 3-1 ha causato il rigore del gol della bandiera per i sardi, o all’autostrada lasciata all’asse Cancelo-Bernardeschi nelle battute finali di Lazio-Juventus, o ancora alla chance clamorosa concessa al Siviglia in ripartenza a campo aperto al 90’ dell’ultimo match casalingo europeo, con Vazquez che attende troppo e non calcia da posizione ideale per colpire. Ecco quindi che il dato per cui 12 dei 27 gol subiti in stagione sono stati incassati negli ultimi trenta minuti di gioco comincia a mettere paura. Ma quel che è più significativo è che i maggiori pericoli vengano corsi dalla difesa biancoceleste nelle gare ancora apertissime. Quando il punteggio è in bilico, urge alzare la soglia dell’attenzione e dimostrare maggior compattezza e personalità. Una problematica che ha radici lontane e che la scorsa stagione ha cagionato una pesante estromissione dall’Europa League e la sportivamente drammatica notte del 20 maggio contro l’Inter, senza dimenticare la Supercoppa Italiana poi vinta contro la Juventus proprio allo scadere, con un doppio vantaggio polverizzato ed azzerato in una manciata di minuti. Se le esperienze del remoto e recente passato avranno un valore paideutico sul gruppo, la stagione non sarà compromessa. Se viceversa la squadra proseguirà nei costanti black-out sul più bello ogni obiettivo alto sarà precluso. La disfatta di Salisburgo è nata da un “problema mentale”, ha confessato Ciro Immobile in settimana ai microfoni di Lazio Style Channel. “Servirà da lezione”, dichiarava mister Inzaghi nella conferenza di quella sciagurata parentesi austriaca. Al caso infortuni, che stanno falcidiando la rosa biancoceleste in una fase fondamentale della stagione, si aggiunge così la necessità di lavorare in primis sulle teste, sulla mentalità, sulla fragilità psicologica. Il motivo è presto detto, basti esaminare il dato delle rimonte completate e subìte: la comparazione tra l’annata scorsa e quella in corso è lapalissiana. Alla domanda “Quante volte la Lazio è passata dallo svantaggio alla vittoria finale ribaltando il risultato?” si può rispondere “Sei volte” con riferimento alla stagione 2017/2018 (con Sassuolo all’Olimpico, Juventus a Torino, Sampdoria a Genova, Benevento a Roma, Udinese in Friuli e Fiorentina in Toscana, senza dimenticare il 3-3 di Bergamo strappato con le unghie e con i denti nonostante lo svantaggio di due reti), mentre con riferimento alla stagione in corso la risposta è ancor più semplice. MAI. Nemmeno una volta tra campionato, Coppa Italia ed Europa League la Lazio ha saputo ribaltare il risultato. Quanto alle rimonte subìte, anche qui si registra un peggioramento rispetto all’anno scorso. In tutta la passata stagione la Lazio passata in vantaggio era uscita dal campo con 0 punti solo contro il Napoli (andata e ritorno) e nelle scellerate serate con Salisburgo e Inter. Quando la stagione in corso è ancora a metà, sono già quattro i casi in cui la squadra è passata dalle stelle alle stalle: si tratta di Lazio-Napoli, Lazio-Eintracht Francoforte, Lazio-Juventus e Genoa-Lazio. Se per queste gare fosse valsa la regola del ‘golden goal’ la Lazio avrebbe trionfato, invece è sempre maturata una sconfitta; senza dimenticare l’episodio di Lazio-Sampdoria, dove il sapore della rete del pareggio incassata quasi al minuto 100 è davvero simile a quello di una atroce sconfitta.

 

Non sarà dunque sufficiente un corretto approccio alle gare mancanti da qui alla fine dell’annata, ci sarà bisogno di continuità anche nell’arco dei 95 minuti di ogni singola partita. La lezione sembra pienamente acquisita da uno degli ultimi arrivati, Milan Badelj, che nella conferenza di vigilia di Siviglia-Lazio ha indicato la via maestra: “A fare la differenza nelle partite che contano è la lucidità. Le squadre più lucide nei momenti difficili del match hanno maggiori possibilità di vincere”. Da qui a maggio occorrerà passare dalla teoria alla pratica, anche e soprattutto in prossimità del triplice fischio.

 

N.F.

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